akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

30 marzo 2011

1511. Furor logicus



In tutto ciò che esiste c’è un bisogno profondo – consapevole o meno non importa – di durare, di essere ancora. Molte saggezze di varie latitudini e tempi lo sanno e lo insegnano. Tra queste, la dottrina del Wille zum Leben di Schopenhauer. Si può dire anzi che l’intero edificio dei simboli umani come delle strutture biologiche o delle concrezioni della materia costituisca l’espressione di questo bisogno. Del tutto naturale, quindi, del tutto comprensibile.
Ma può la filosofia, questo sguardo anche disincantato e onesto sulle cose, farsi partecipe di tale bisogno sino a costruire se stessa su di esso? Sino a fare del furor logicus uno strumento di illusione, di stabilità, di eterno là dove eterna è non la durata ma semmai il divenire?

27 marzo 2011

1510. Resipiscentia

...La camera era rischiarata da un lampadino a olio, velato da un cerchio di carta verde e posto in terra dietro la testa del moribondo. La fantasia si aggirava in quell’aria verdognola con l’instabilità di un pipistrello che vola, impaurita dai fantasmi, che si appiattano sotto al letto di chi muore; negli spigoli e dietro i mobili si rannicchiavano ombre angolose popolate di spaventi, e lo scricchiolio di un mobile, che urtava quel silenzio notturno, largo, diffuso fino agli estremi limiti dell’orizzonte, pareva che mi sospingesse a rovescio il corso del sangue. Quella fu la gran notte di Marcello. Alla vista d’un povero figliuolo, che moriva davvero, col nome di una donna sulle labbra, tutte quelle vecchie idee, che da molti anni mi corazzano a guisa di squame contro gli eccessi del bene e del male, si levavano ad una ad una, lasciando a nudo la natura. Nasceva perciò nel mio capo una babele, una sordia, come se una mano vigorosa agitasse un branco di sassolini in una zucca; e nel cuore, in questo cuore alla buona, entravano per la prima volta sentimenti straordinari. Nel genere umano, tanto citato sui libri e sul pulpito e che solevo considerare all’ingrosso, non più che un formicolaio di vivi, esisteva adunque anche la donna? La donna! – ne aveva vedute moltissime in campagna, ravvolte nei loro fazzoletti neri, in ginocchio presso il confessionale, o all’altare della madonna, biascicanti una corona: la signora Brigida e la Gioconda mie vicine, per paura, non osavano accostarsi al letto del morente, ma pregavano certamente per lui. Ecco là mia madre, una donnetta del Signore, un vero tesoro per la famiglia, che non perdeva mai di vista le vigilie d’olio, le mie calze nere, la libbra di cioccolatte pel suo prete, i quarti di luna e le loro influenze sulle uova e sulle galline. La Mariona serviva da trent’anni in casa mia, e non v’era certamente al mondo una persona più sincera; non diceva mai una cosa per un’altra, neppure a’ suoi padroni, e così perdute nei tempi e nello spazio ricordavo tante altre buone zie e sorelle, per le quali Marcello chiudeva in petto affezione, riverenza, stima; ma poesia, buon Dio! poesia, no.
Perché dunque il nome di Marina quella notte chiamò le lagrime su’ miei occhi? donde sbucavano queste imagini color d’aria, che attraversavano le meditazioni di Marcello, nell’atteggiamento di sante e di angeli scappati giù dai loro quadri?...

Emilio De Marchi - Due anime in un corpo - Ed. Mursia, Milano, 1963
(I ed. 1877)

24 marzo 2011

1509. La passione del presente




Bollati Boringhieri, Torino 2008
pp. 291, euro 10,00
ISBN 977-88-339-1832-7


"
...ci toccherà scrivere con una mano la parola universalità, con l’altra la parola differenza, resistendo alla tentazione di scriverle entrambe con una mano sola, poiché sarebbe comunque la mano sbagliata".


Nell’odierno mondo globalizzato, con la molteplicità delle linee di conflitto che lo attraversa, il dibattito intellettuale sembra paralizzato dall’aut-aut netto fra il paradigma universal-assimilazionista, che corre il rischio di celare sotto l’ambigua maschera della ragione umana un ormai insostenibile eurocentrismo, e quello differenzial-multiculturalista, che sbocca in un comunitarismo autoriferito, in cui le culture sono sistemi chiusi e non comunicanti.
La costellazione di saggi e interventi di Giacomo Marramao, dal titolo La passione del presente, ha il merito di indicare una via alternativa, molto stretta e pur praticabile, che l’autore chiama universalismo della differenza. Si tratta di una decostruzione radicale del concetto di identità: per andare al di là tanto del modello assimilazionista di una presunta Ragione normativa universale, quanto di quello del Londonistan e dei ghetti contigui, occorre avere il coraggio di postulare possibile (e quindi di realizzare) una nuova sfera pubblica globale, in cui si facciano i conti fino in fondo con il carattere molteplice, processuale, dinamico, narrativo e metamorfico di un Sé, inciso fin dall’inizio dalla presenza dell’altro.
È per questo che Marramao richiama esplicitamente Derrida e la pratica del rispondere, intesa non come rispondere-di, ma come rispondere-a, ossia come disponibilità a lasciarsi mettere in questione dall’altro, a farsi contaminare e trasformare. Questa riflessione, come sottolinea l’autore, riprende i fili del dialeghesthai socratico; Socrate infatti reagisce alla crisi della polis non rifugiandosi nei valori tradizionali, ma sfidando la sofistica sul suo stesso terreno, ossia il linguaggio, e riproponendo la questione della verità «ben oltre ogni sistematica, ‘costruttiva’ visione del mondo – come processo di interna destabilizzazione e rottura dei linguaggi e dei codici tradizionali» (p. 53).

22 marzo 2011

1508. Sulle ragioni di una scelta



Se le ragioni di una scelta potessero essere oggetto di un'analisi esauriente, la scelta sarebbe paragonabile a quella che esegue una macchina opportunamente programmata.
Ma non sarebbe più una scelta.

21 marzo 2011

1507. Altre orbite


Altre orbite

Il sole
dopo lungo cammino
arriva spento all'ultimo seno del cielo:
ha consumato i raggi durante la corsa
battuta dall'aria.

Ed è notte:
intorno alla terra e sulle acque
è ombra alta.

O forse quel turbine
si ripete invisibile
e per ignoti spazi
altre orbite accende.

Tito Lucrezio Caro
De rerum natura
V, 648-653

20 marzo 2011

1506. Il paradosso del male



Se non sentiamo, almeno una volta, che tutto è male e che il male è ciò che esiste, non sfioriamo, neppure per un attimo, il problema con cui siamo chiamati a confrontarci. Poiché il problema, infatti, è tanto arduo e profondo da ammettere soltanto una formulazione radicale. Noi siamo dinanzi a un estremo e ciò che ci riguarda è l'insolubile. Se questo estremo non viene raggiunto dal pensiero, nulla più ci riguarda realmente. Se non pensiamo al male come a un che di irrimediabile, esso diviene un momento della vita accanto a molti altri. Un episodio destinato, presto o tardi, a concludersi, un dolore cui segue un piacere nel ritmo alterno dell'eterna vicenda entro cui si sviluppano gli eventi del mondo. Ma che dire di un tale fenomeno? È ancora male un male ridotto alle rassicuranti proporzioni di quella misura entro la quale poniamo quanto di solito ci accade?
Non si tratta di articolare una semplice domanda, ma di dare spazio al grido originario da cui essa sorge sempre e di nuovo e a cui richiede di essere rimessa. L'irrimediabile suscita un simile grido. E d'altra parte, se si sente che non v'è rimedio, si vive il male come un tutto. Neppure l'ultima chance ci viene offerta; non ci resta che il dolore di esistere.

La gioia, il dolore, l'eccesso
a cura di Franco Rella
Ed. Pendragon, 2001

19 marzo 2011

1505. Io venìa pien d'angoscia a rimirarti



La contemplazione del cielo notturno che ispirerà a Leopardi i suoi versi più belli non era solo un motivo lirico; quando parlava della luna Leopardi sapeva esattamente di cosa parlava.
La luna, appena s'affaccia nei versi dei poeti, ha sempre avuto il potere di comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo incantesimo. In un primo momento volevo dedicare questa conferenza tutta alla luna: seguire le apparizioni della luna nelle letterature d'ogni tempo e paese. Poi ho deciso che la luna andava lasciata tutta a Leopardi. perché il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare. Le numerose apparizioni della luna nelle sue poesie occupano pochi versi ma bastano a illuminare tutto il componimento di quella luce o a proiettarvi l'ombra della sua assenza.



18 marzo 2011

1504. Quies



Sotto un'elce posar tristo né lieto
del mio destino; e non contar gl'istanti;
e i profumi spirar del ginepreto;
e le rosee seguir nuvole erranti;

e a la giovin velata Isi il segreto
non dimandar de' suoi divini incanti;
e in quel sonno dell'alma inconsueto
non aver che il Silenzio a me davanti;

e tentar di saper ciò ch'egli sia
nella terra e nel cielo
: antica è questa
vaghezza e sogno della mente mia.

Ma nulla io seppi dell'arcana cosa,
nulla.
E a me del mio sogno altro non resta
che l'odor dei ginepri e un ciel di rosa.

Giovanni Prati
Opere varie
Ed. M. Guigoni, Milano, 1875

17 marzo 2011

1503. Uno stato di coscienza



La mitologia è la morte del mito.
Il mito non è un "oggetto", ma uno stato di coscienza, un atteggiamento umano fondamentale che sta accanto al lógos e non di fronte ad esso.
Non può diventare oggetto del lógos senza degenerare.
Qui è presente l'intera problematica: quando si fa diventare il mito un "oggetto" di conoscenza, quando lo si rende materia di analisi, lo si distrugge in quanto mito.
Si potranno forse recuperare dei frantumi, ma il mito è morto.
Il mito non resiste alla luce oggettivante della ragione: come la morale, esige l'innocenza dell'ignoranza.

II, 1a

16 marzo 2011

1502. Essere altrove...



...dove?
Sparsi fuochi rimuove
la memoria. Pulviscolo d'api,
dispersi calcinacci
di paesi chiari
mangiati dall'arsura.
Mi torna la paura
della vipera dei tufi.
Prima di finire
radice angusta
il male mi riprende
del fuggire.

Raffaele Carrieri
da Almanacco antologico
i "Poeti dello Specchio"
Mondadori, Milano, 1962

15 marzo 2011

1501. Il bello non è che il tremendo al suo inizio



Ma chi, se gridassi, mi udrebbe, dalle schiere
degli Angeli? E se anche un Angelo ad un tratto
mi stringesse al suo cuore: la sua essenza più forte
mi farebbe morire. Perché il bello non è
che il tremendo al suo inizio,
noi lo possiamo reggere ancora,
lo ammiriamo anche tanto, perché esso calmo, sdegna
distruggerci. Degli Angeli ciascuno è tremendo.

Rainer Maria Rilke
Elegie Duinesi