akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

30 marzo 2011

1511. Furor logicus



In tutto ciò che esiste c’è un bisogno profondo – consapevole o meno non importa – di durare, di essere ancora. Molte saggezze di varie latitudini e tempi lo sanno e lo insegnano. Tra queste, la dottrina del Wille zum Leben di Schopenhauer. Si può dire anzi che l’intero edificio dei simboli umani come delle strutture biologiche o delle concrezioni della materia costituisca l’espressione di questo bisogno. Del tutto naturale, quindi, del tutto comprensibile.
Ma può la filosofia, questo sguardo anche disincantato e onesto sulle cose, farsi partecipe di tale bisogno sino a costruire se stessa su di esso? Sino a fare del furor logicus uno strumento di illusione, di stabilità, di eterno là dove eterna è non la durata ma semmai il divenire?

3 Comments:

  • At 2/4/11 12:01 PM, Blogger giacy.nta said…

    Ho come l'impressione che ogni idea, nel momento in cui divenga parola, azzeri la sua durata.
    Ciao, Clelia, sono contenta che tu sia tornata.

     
  • At 26/10/11 12:47 AM, Blogger Nome : Giovenale Nino Sassi said…

    Shaddai, Dio della montagna,
    che fai della nostra fragile vita
    la rupe della tua dimora,
    conduci la nostra mente
    a percuotere la roccia del deserto,
    perché scaturisca acqua
    alla nostra sete.
    .
    La povertà del nostro sentire
    ci copra come manto
    nel buio della notte
    e apra il cuore ad attendere
    l’ eco del Silenzio
    .
    finché l’alba,
    avvolgendoci
    della luce del nuovo mattino,
    ci porti,
    con le ceneri consumate
    del fuoco dei pastori dell’Assoluto
    che hanno per noi vegliato
    accanto al divino Maestro,
    il sapore della santa memoria
    .
    (Ciao Clelia...E' tardi per scrivere... volevo commentare il post ma le parole restano scarse, imprendibili. Scusami allora se lascio un pensiero che accompagna la notte per raggiunge l'alba di una nuova speranza... Nino)

     
  • At 26/10/11 12:50 AM, Blogger Nome : Giovenale Nino Sassi said…

    Shaddai, Dio della montagna,
    che fai della nostra fragile vita
    la rupe della tua dimora,
    conduci la nostra mente
    a percuotere la roccia del deserto,
    perché scaturisca acqua
    alla nostra sete.
    .
    La povertà del nostro sentire
    ci copra come manto
    nel buio della notte
    e apra il cuore ad attendere
    l’ eco del Silenzio
    .
    finché l’alba,
    avvolgendoci
    della luce del nuovo mattino,
    ci porti,
    con le ceneri consumate
    del fuoco dei pastori dell’Assoluto
    che hanno per noi vegliato
    accanto al divino Maestro,
    il sapore della santa memoria

    (Ciao Clelia, di tanto in tanto vengo a trovarti...
    Volevo commentare il post ma le parole restano stanche, imprendibili.. scusami allora se lascio un pensiero che accompagna la mia notte... N.)

     

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