akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

27 marzo 2011

1510. Resipiscentia

...La camera era rischiarata da un lampadino a olio, velato da un cerchio di carta verde e posto in terra dietro la testa del moribondo. La fantasia si aggirava in quell’aria verdognola con l’instabilità di un pipistrello che vola, impaurita dai fantasmi, che si appiattano sotto al letto di chi muore; negli spigoli e dietro i mobili si rannicchiavano ombre angolose popolate di spaventi, e lo scricchiolio di un mobile, che urtava quel silenzio notturno, largo, diffuso fino agli estremi limiti dell’orizzonte, pareva che mi sospingesse a rovescio il corso del sangue. Quella fu la gran notte di Marcello. Alla vista d’un povero figliuolo, che moriva davvero, col nome di una donna sulle labbra, tutte quelle vecchie idee, che da molti anni mi corazzano a guisa di squame contro gli eccessi del bene e del male, si levavano ad una ad una, lasciando a nudo la natura. Nasceva perciò nel mio capo una babele, una sordia, come se una mano vigorosa agitasse un branco di sassolini in una zucca; e nel cuore, in questo cuore alla buona, entravano per la prima volta sentimenti straordinari. Nel genere umano, tanto citato sui libri e sul pulpito e che solevo considerare all’ingrosso, non più che un formicolaio di vivi, esisteva adunque anche la donna? La donna! – ne aveva vedute moltissime in campagna, ravvolte nei loro fazzoletti neri, in ginocchio presso il confessionale, o all’altare della madonna, biascicanti una corona: la signora Brigida e la Gioconda mie vicine, per paura, non osavano accostarsi al letto del morente, ma pregavano certamente per lui. Ecco là mia madre, una donnetta del Signore, un vero tesoro per la famiglia, che non perdeva mai di vista le vigilie d’olio, le mie calze nere, la libbra di cioccolatte pel suo prete, i quarti di luna e le loro influenze sulle uova e sulle galline. La Mariona serviva da trent’anni in casa mia, e non v’era certamente al mondo una persona più sincera; non diceva mai una cosa per un’altra, neppure a’ suoi padroni, e così perdute nei tempi e nello spazio ricordavo tante altre buone zie e sorelle, per le quali Marcello chiudeva in petto affezione, riverenza, stima; ma poesia, buon Dio! poesia, no.
Perché dunque il nome di Marina quella notte chiamò le lagrime su’ miei occhi? donde sbucavano queste imagini color d’aria, che attraversavano le meditazioni di Marcello, nell’atteggiamento di sante e di angeli scappati giù dai loro quadri?...

Emilio De Marchi - Due anime in un corpo - Ed. Mursia, Milano, 1963
(I ed. 1877)

1 Comments:

  • At 13/4/13 12:43 AM, Blogger Nome : Giovenale Nino Sassi said…

    E' sera, anzi è notte.

    La pioggia ha smesso di battere i vetri della finestra: sembra ottobre !

    Forse è la pioggia che porta la tristezza, la voglia di riempire la stanza, di non restare solo... I miei dormono.

    Forse è vero che i poeti attendono la notte per scrivere sciocchezze.

    Attendono l'amore che c'è, che non c'è e lascia soli.

    Ho bisogno di riposo, di liberare la mente per scrivere, raccontare, vivere sensazioni, emozioni nuove e non mi basta leggere un buon libro o la biografia dei grandi e il racconto, quello che agita la notte, resta nella penna e sfiorisce insieme ai giorni che passano lenti, irraggiungibili, inconcludenti.

    Bisognerebbe vivere per ricominciare, tutti i giorni, e inventare il presente che vorresti ma ... domani non è il giorno che vorrei.

    Per scrivere occorre una storia e i libri che hai letto non aiutano.

    Sono le storie degli altri, quelle, belle, avvincenti ma tu sei diverso, la tua vita è stata diversa.

    Ho combattuto la buona battaglia, mi dico, e spesso ho perso .

    Ma era veramente la buona battaglia o io, bambino che pensa da grande, ho confuso il bene con il male?

    Ognuno ha i suoi racconti.

    Tolstoj ascoltava ''La sonata a Kreutzer'' di Beethoven e stava bene, io, più semplicemente, cerco il silenzio, questo silenzio che avvolge e ristora. Non è rigido, non è immutabile, anzi....

    Stammi bene. (GSN)

     

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