akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

26 gennaio 2010

1489. Come granelli di sabbia

25 gennaio 2010

1488. Questione di altezza (e di equilibrio)



E' impossibile scrivere su noi stessi cose più vere
di come noi
siamo veri.
Questa è la differenza fra scrivere su noi stessi e su cose esterne.
Su noi stessi scriviamo esattamente dalla nostra altezza; qui non stiamo sui trampoli o su una scala, ma sui nostri piedi.

(1937)

21 gennaio 2010

1487. Abissi



L'abisso senza fondo è il modo di essere originario del fondamento. Il fondamento è l'essenza della verità. Se dunque lo spazio-tempo viene concepito come abisso senza fondo e, viceversa, a partire dallo spazio-tempo, l'abisso senza fondo viene colto in modo più determinato, ecco che si apre il rapporto che svolta dall'appartenenza allo spazio-tempo all'essenza della verità.

Beiträge zur Philosophie
(1936-1938)
(tr. P. Kobau, in "Aut-aut", n. 236/1990)

19 gennaio 2010

1486. L'epoca sospesa



La parola 'epoca' deriva dal verbo epéchein che vuol dire "trattenersi", poi diventa epoché, parola filosofica che indica sospensione.
L'epoca è quella dimensione in base a cui il tempo, in un certo senso, si raccoglie in sé, si incurva, acquista qualità. Noi abbiamo un'idea del tempo come mera successione e, soprattutto nella nozione della fisica classica di reversibilità, il tempo è uguale sia che si vada avanti sia che si vada indietro, implica la stessa misurabilità.
Nell'epoca vediamo come il tempo non sia la mera successione, nell'epoca esso si ripiega ed è per questo che noi possiamo dire che si passa da un'epoca ad un'altra. Si entra e si esce, il tempo diventa non solo una cosa che scorre, ma una cosa che si applica: si sta nel tempo, si appartiene al tempo.
Questo non potremmo dirlo se intedessimo il tempo come una mera successione.

Salvatore Natoli
in Fine della storia e mondo come sistema

18 gennaio 2010

1485. Quella che non si dolse mai...



Con gli occhi alla pioggia e agli elfi della notte,
è là, nel campo quindici a Musocco,
la donna emiliana da me amata
nel tempo triste della giovinezza.
Da poco fu giocata dalla morte
mentre guardava quieta il vento dell'autunno
scrollare i rami dei platani e le foglie
dalla grigia casa di periferia.
Il suo volto ancora vivo di sorpresa
come fu certo nell'infanzia, fulminato
per il mangiatore di fuoco alto sul carro.
O tu che passi spinto da altri morti
davanti alla fossa undici sessanta,
fermati un minuto a salutare
quella che non si dolse mai dell'uomo
che qui rimane, odiato, coi suoi versi,
uno come tanti, operaio di sogni.

17 gennaio 2010

1484. La 'stanza' ignota (dalla parte verso il tutto)

16 gennaio 2010

1483. Il debito



...doveva io, nel celebrare gli encomi delle tenebre, trattenermi alquanto a raccontare le grandezze de' lor maggiori, che tali appunto sono, come or udirete, l'antico caos e 'l fecondissimo Niente. E giaché del caos mi ricordo d'aver favellato nel mio primo discorso, mi riconosco oggi e mi confesso tutto debitore al Niente.

Giuseppe Castiglione
Discorso academico in lode del Niente, [Napoli 1632]
presentazione, cura e commento di L. Bisello
a cura di C.Ossola, Torino, Ed. Scriptorium, 1995, pp. 95-109

Per l'immagine ©Alessandra Gambardella, 2006

15 gennaio 2010

1482. Quello che resta (dopo i frantumi)



Chi ritiene che un mondo non più unitario (ancorché 'globalizzato') rifletta un soggetto equipollente, cioè dionisiacamente parcellizzato, finisce, proprio lui, col riabilitare la 'vecchia' funzione ordinatrice del soggetto. Un mondo 'a pezzi', si vuol dire, sarà governato meglio, ma non meglio pensato, da un soggetto 'a pezzi'. Se invece si invocherà la forma del soggetto, lo sguardo fisso sulla scatola muta dell'identità, proprio per questo viene meno, proiettata su uno sfondo inequivocabilmente senza fondo, 'faustiano', la sua funzione ordinatrice.
In breve: il soggetto è ancora visibile, anzi è la condizione stessa del visibile, siamo noi; semplicemente, non si può più credere o peggio ancora "sperare" nella sua libera funzione ordinatrice o dominatrice. Tuttavia, decretare la morte del soggetto solo perché questo non ordina o non domina alcunché, è, in un caso, un pregiudizio logico, nell'altro organicistico. Orbene, cesserà la funzione o l'utilità o il senso, ma rimane, inerte, il significato; rimane la forma.
E' proprio della forma, sempre e comunque,
rimanere.

[Intr., § 1]

14 gennaio 2010

1481. Le pagine morte


I dogmi non sono regole matematiche ricevute una volta per tutte e applicate meccanicamente. Devono diventare, se così si può dire, prese di coscienza, intuizioni, emozioni, esperienze morali che hanno l'intensità di una esperienza mistica, di una visione. Ma questa intensità spirituale e affettiva svanisce velocemente. Per risvegliarla non è sufficiente rileggere ciò che si è già scritto. Le pagine scritte sono già pagine morte. I pensieri non sono fatti per essere riletti. Ciò che importa è formulare di nuovo, è l'atto dello scrivere, di parlare a se stessi, nell'istante, in quell'istante preciso in cui si ha bisogno di scrivere; è anche l'atto di comporre quelle parole con la maggior cura possibile, cercando la versione che, al momento, produrrà l'effetto maggiore, aspettando di appassire quasi immediatamente, appena scritta. I caratteri impressi su un supporto non fissano nulla. Tutto sta nell'azione dello scrivere.

Pierre Hadot - La cittadella interiore (p. 54)

13 gennaio 2010

1480. Il precipizio della gioia


Ogni gioia smisurata (exultatio, insolens laetitia) nasce sempre da un'illusione che ci fa credere di aver trovato nella vita qualcosa che non è possibile trovarci: la soddisfazione duratura dei desideri che ci tormentano e che rinascono sempre di nuovo, insomma, il rimedio ad ogni affanno. Ora, ogni illusione di questo genere dovrà prima o poi infallibilmente svanire; e questo ci sarà fonte di dolore amarissimo, e molto più intenso che non la nostra primitiva gioia. Sotto un tale aspetto, la gioia è simile a una vetta scoscesa da cui non si può discendere che a precipizio.

12 gennaio 2010

1479. Un paradiso infernale


Esiste un tipo di cristiano che ha paura del suo Dio: l’amore non ha timore, dice Giovanni, ma lui sì, timore di peccare e di “meritare i castighi di Dio” (come è detto ancora oggi nell’atto di dolore che si recita alla fine della confessione). È così ossessionato dalla paura di “peccare nella carne”, che non riesce a smettere di pensare al sesso. La sua vita è un’unica grande frattura tra ciò che desidera (e già il solo desiderare, anche senza attuare, è peccaminoso, come afferma Mt 5,28) e ciò che Dio, attraverso la morale, gli permette (ovvero, come diceva quel vecchio predicatore, citato da Bellet: «In materia di purezza sono tre le cose permesse: prima, niente; seconda, niente; terza, niente»). Tutto è separazione in lui: il buono e il cattivo, la verità e l’errore, la libertà e l’autorità; egli vede il mondo come in un fumetto a china, dove non c’è altro che il bianco della pagina e il nero dell’inchiostro e dove i contorni sono netti, e assenti le sfumature. Anche quando vorrebbe sforzarsi di non giudicare il prossimo, non può farne a meno: per non rischiare di peccare (a causa di un errore di giudizio sulla bontà di un certo atto), è costretto a valutare la bontà o meno di ogni cosa. Per questo, e anche perché tutto ciò lo confina in un egotismo centripeto che lo avvita sempre più su se stesso, egli si separa pian piano da tutti e da tutto, si rinchiude, si isola. La sua religione diventa il muro che lo protegge dalle insidie del mondo, ma al contempo gli impedisce di uscire. È fatale che, alla fine, la vita “al di qua” si separi da quella “aldilà”, e che l’amore per la seconda comporti l’odio (in senso biblico, ma spesso anche letterale) per la seconda. Questo tipo di cristiano spende tutte le sue energie a tentare di guadagnarsi il paradiso; nel frattempo, la sua vita è un inferno.

Paolo Calabrò - Il sabato per l'uomo
Filosofia morale in Maurice Bellet e Raimon Panikkar
(file .pdf)

11 gennaio 2010

1478. Stolen Moments

10 gennaio 2010

1477. Ideografia del quotidiano (fra ontologia e verità)

Anche al di fuori della ricostruzione strettamente storiografica, coloro che pongono l’alfabeto al vertice delle scritture (rispetto alla scrittura ideografica, n.d.b.) non sembrano tener conto del fatto che la praticità (o essenzialità) dell’alfabeto risulta pesantemente contraddetta dalla circostanza per cui le nostre scritture rigurgitano di ideogrammi, che non sono solo gli elementi sintattici, ma, ad esempio, i numeri, con i quali ci troviamo benissimo, tanto quanto invece si trovavano male i latini, la cui numerazione aveva elementi alfabetici. Basterà comunque guardare la tastiera di un computer, ossia di una macchina per scrivere una scrittura che si suppone alfabetica, per vedere quanti ideogrammi possieda: | \ ! “ £ $ % & / ( ) = ? ^ 1 2 3 4 5 6 7 8 9 0 [ + * ] @ ° # § > < ; , : . _ -. Sono 38 ideogrammi. E vi ho risparmiato i simboli per far andare avanti e indietro il dvd o alzare il volume (che non servono per scrivere), le emoticon che si possono ottenere dalla combinazione di punti, virgole, parentesi (che invece servono per scrivere), così come tutto ciò che posso ottenere dal «menù simboli». Se davvero l’alfabeto possedesse una incondizionata superiorità rispetto all’ideogramma, non si capisce perché, in tanto tempo, non abbia vinto la partita, proprio come è successo all’Homo sapiens rispetto all’uomo di Neanderthal.


Each special science aims at truth, seeking to portray accurately some part of reality. But the various portrayals of different parts of reality must, if they are all to be true, fit together to make a portrait which can be true of reality as a whole. No special science can arrogate to itself the task of rendering mutually consistent the various partial portraits: that task can alone belong to an overarching science of being, that is, to ontology. But we should not be misled by this talk of 'portraits' of reality. The proper concern of ontology is not the portraits we construct of it, but reality itself.



...Infatti la verità dell'ermeneutica non è un traguardo teleologico fisso da scoprire e da raggiungere, ma verità di un soggetto e per un soggetto. Non c'è una verità da identificare mediante l'interpretazione, ma l'interpretazione è essa stessa verità, nel senso che che niente si dà all'uomo al di fuori e indipendentemente da essa.

Anne Escher De Stefano - Historimus e ermeneutica

09 gennaio 2010

1476. L'utopia della libertà (e dell'autonomia)



C'è un rapporto molto profondo tra la mia concezione della psicoanalisi e la mia concezione della politica. Ambedue infatti mirano all'autonomia dell'essere umano, anche se, ovviamente, attraverso vie diverse. La politica mira a liberare l'essere umano, a permettergli di accedere alla propria autonomia per mezzo di un'azione collettiva la quale ha come oggetto la trasformazione delle istituzioni; vale a dire, la politica mira ad instaurare delle istituzioni di autonomia. L'oggetto della politica non è la felicità, come si voleva nel Settecento e nell'Ottocento, e come intendeva anche Marx.
Questa concezione non è solo erronea, ma anche catastrofica.
L'oggetto della politica è la libertà.

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08 gennaio 2010

1475. Qui e ora



Vive eterno colui che vive nel presente.
6.4311

07 gennaio 2010

1474. Il coraggio dell'incoscienza



Al mondo non c'è coraggio e non c'è paura.
Ci sono solo coscienza e incoscienza.
La coscienza è paura,
l'incoscienza è coraggio.

Da un esauriente, ben costruito e appassionato
su Alberto Moravia


05 gennaio 2010

1473. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore


Per una definizione di totalitarismo:

«Mi sembra che i 5 elementi principali siano i seguenti:

1. Il fenomeno totalitario sopraggiunge in un regime che concede ad un partito il monopolio dell'attività politica.
2. Questo partito è animato o armato da un’ideologia alla quale conferisce un'autorità assoluta e che, di conseguenza, diventa la verità ufficiale dello stato.
3. Per diffondere questa verità ufficiale, lo stato si riserva a sua volta un doppio monopolio: il monopolio dei mezzi per l'uso della forza e quello dei mezzi di persuasione. L'insieme dei mezzi di comunicazione, radio, televisione, stampa, viene diretto dallo stato e da coloro che lo rappresentano.
4. La maggior parte delle attività economiche e professionali sono subordinate allo stato e vengono, in un certo qual modo, integrate nello stato stesso. Così come lo stato è inseparabile dalla sua ideologia, la maggior parte delle attività economiche e professionali viene “colorata” dalla verità ufficiale.
5. Essendo ormai tutte le attività attività di stato, ed essendo tutte le attività subordinate all'ideologia, un errore commesso nell'ambito di un’attività economica o professionale diventa al contempo un errore ideologico. Ne scaturisce, in ultima istanza, una politicizzazione, una trasfigurazione ideologica di tutti gli errori che è possibile commettere e, in conclusione, un terrore al contempo poliziesco ed ideologico. [...] Il fenomeno è perfetto allorché tutti questi elementi si realizzano insieme in maniera compiuta».

Raymond Aron, Démocratie et Totalitarisme, Folio Essais, Gallimard, 1965

La citazione e la relativa traduzione sono tratte dalla pagina dedicata a Raymond Aron su Wikipedia

02 gennaio 2010

1472. Senza condizioni, qualora lo volessi



Knowledge first and last

sembra suggerirmi Jonathan Sutton nel suo interessante volume Without Justification, che ho letto di slancio, con l'incoscienza di chi non si cura della complessità.
E' comunque una tesi interessante, che faccio mia senza porre condizioni.
Il tempo della riflessione è scandito poi da un altro pensiero che raccolgo questa volta dal De tranquillitate animi di Seneca (8, 2):

Dunque dobbiamo pensare quanto più lieve dolore sia non avere che perdere...

Provo a ricominciare da qui, dove il tempo sembra confondersi con lo spazio, il cielo con l'acqua della baia, la luce con un'ombra mutevole che sembra portare con sé presenze discrete, pronte a trasformarsi in speranze.
Qualora lo volessi.