akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

12 gennaio 2010

1479. Un paradiso infernale


Esiste un tipo di cristiano che ha paura del suo Dio: l’amore non ha timore, dice Giovanni, ma lui sì, timore di peccare e di “meritare i castighi di Dio” (come è detto ancora oggi nell’atto di dolore che si recita alla fine della confessione). È così ossessionato dalla paura di “peccare nella carne”, che non riesce a smettere di pensare al sesso. La sua vita è un’unica grande frattura tra ciò che desidera (e già il solo desiderare, anche senza attuare, è peccaminoso, come afferma Mt 5,28) e ciò che Dio, attraverso la morale, gli permette (ovvero, come diceva quel vecchio predicatore, citato da Bellet: «In materia di purezza sono tre le cose permesse: prima, niente; seconda, niente; terza, niente»). Tutto è separazione in lui: il buono e il cattivo, la verità e l’errore, la libertà e l’autorità; egli vede il mondo come in un fumetto a china, dove non c’è altro che il bianco della pagina e il nero dell’inchiostro e dove i contorni sono netti, e assenti le sfumature. Anche quando vorrebbe sforzarsi di non giudicare il prossimo, non può farne a meno: per non rischiare di peccare (a causa di un errore di giudizio sulla bontà di un certo atto), è costretto a valutare la bontà o meno di ogni cosa. Per questo, e anche perché tutto ciò lo confina in un egotismo centripeto che lo avvita sempre più su se stesso, egli si separa pian piano da tutti e da tutto, si rinchiude, si isola. La sua religione diventa il muro che lo protegge dalle insidie del mondo, ma al contempo gli impedisce di uscire. È fatale che, alla fine, la vita “al di qua” si separi da quella “aldilà”, e che l’amore per la seconda comporti l’odio (in senso biblico, ma spesso anche letterale) per la seconda. Questo tipo di cristiano spende tutte le sue energie a tentare di guadagnarsi il paradiso; nel frattempo, la sua vita è un inferno.

Paolo Calabrò - Il sabato per l'uomo
Filosofia morale in Maurice Bellet e Raimon Panikkar
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3 Comments:

  • At 12/1/10 7:15 PM, Anonymous Brian said…

    I Catari, i "perfetti", bene o male, erano così. Ma a leggere le cronache del tempo, mi pare che non stessero troppo sulle spine. Semmai, sulle spine li ha fatti mettere il buon Guzman.

    Buon 2010! B.

     
  • At 14/1/10 2:07 AM, Blogger Nome : Giovenale Nino Sassi said…

    Tornerò su questo argomento...promesso!

    Sempre eccezionale, tu...
    Nonostante i silenzi

     
  • At 15/1/10 1:50 PM, Anonymous Domenico Fina said…

    I silenzi di Clelia non sono di mio gradimento, come non sono di mio gradimento i miei silenzi quando mi capita di averne.

    Svevo diceva che il silenzio è più completo del ragionamento perché resta muto, il ragionamento estrae del cilindo una scheggia che non dice tutto di noi, anzi alle volte confonde per parzialità. Allora si resta zitti per "dire di più".

    Di tanto in tanto ci si stanca di stare zitti e si risponde, così come viene. Capita anche ai personaggi di Alice Munro quando si stancano di una loro fissità. Alice munro è brava, lo sa anche Clelia. Ciao.

     

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