akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

31 luglio 2009

1387. Per una metafisica del caso


Non dobbiamo esorcizzare la forza del caso. La meccanica quantistica ci sta spiegando sempre meglio che l'intero universo si determina secondo una ragione probabilistica (anche se forse la casualità è solo necessità non formalizzata): e allora perché non dovremmo ammettere l'esistenza delle stesse regole quando ci avviciniamo a vicende che ci riguardano piú da vicino?
Altrimenti, avremmo sacrificato inutilmente la storia alla metafisica.

§ II


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30 luglio 2009

1386. Infiniti di luce


Dal giro del monte si apre uno spazio di tempo. Verso la baia, nascosta da un gioco di luci, una presenza sembra invitare a un destino.
Non c'è un io che possieda centralità laddove tutto si muove, in un'imprescindibile miscela di cielo, terra e acqua. La narrazione si fa dubbio, il dubbio si fa sostanza.
E dal cielo al mare, dal mare alla terra finisce quel senso di separazione, un disagio legato a quella presenza che ha come portato finale tutto il senso del suo essere astratta.
Riemerge un tema, uno stile di natura che tutto conforma e unisce, che tutto placa e rivela. In questo tempo di spazi certi e in questi spazi che rendono il tempo tanto incerto io prego perché tu possa conoscermi (finalmente) e lucidamente sentirmi.
Mi sveglierò da questo sogno e ti legherò al silenzio.
Poi ci saranno giorni nuovi, per me, per noi. Per il nostro presente condiviso.

°

Non basta che lo scrittore sia padrone del proprio stile.
Bisogna che il suo stile sia padrone delle cose.
p. 2611


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27 luglio 2009

1385. Verso l'isola della dimenticanza


Ieri in barca verso l'isola di Mousa, sul mare d'oro e di smeraldo, mi sono trovata a riflettere a lungo su quanto sia importante per me l'Indifferenza.
Non la mia - attiva - verso il mondo (che pure in questo momento c'è, e si fa sentire), ma il suo contrario.
Ecco, parafrasando le parole di uno dei Maestri, chiamerei tutto ciò l'orgoglio dell'Indifferenza. E' anche per questo che sono riconoscente al "secolo" per aver benevolmente acconsentito a scordarsi di me.
E' un dis-impegno di valore, a suo modo.

[Il broch era veramente imponente e in lontananza le procellarie, con il loro "pianto" intermittente, hanno reso degno omaggio al luogo, al tempo, ai miei pensieri].


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24 luglio 2009

1384. La rara, ultima luce


...mi godo questa luce ultima
della fine senza fine.
Profonda
quanto più nel ritrarsi
pare scalfire.
Che non possiede,
che spossessa le cose e te,
riducendo all'osso e al bianco...


Preparativi per la villeggiatura
Ed. Amadeus, Padova, 1988


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23 luglio 2009

1383. Un destino di memorie


Cielo di aquiloni per me che ho saputo aspettare, e scogli al Simmer Dim, e sogni già al crepuscolo.
Idoli per questo sole che non vuole saperne di tramontare.
Essere venuta a cercare il tempo proprio dove il tempo sembra non esistere, e ritrovare i canoni del Maestro proprio qui, in questo spazio di incontrastata metafisica, tra finestre e porte che danno su confini non più stimabili, ma che portano ormai con sé ampi tratti di anima.
Sono tornata a cercare ridenti malinconie di sabbia, squarci di giorni buoni, mai toccati dal vento del rimpianto (che urla, sbraita, promette e poi finisce col precipitare tutto nell'oblìo). No.
Luglio è il mese perfetto, che non smentisce e non tradisce.
Lontana dai paesi che non sanno, arrivo nei luoghi delle impossibili partenze. E il mio ritorno è gioia che confonde, e anche silenzio ancorato ad un'attesa.
Quella di chi ha voluto vincere il rimpianto per tenersi la memoria. Quella di chi sa che il tempo nuovo non può scaturire da una semplice promessa, ma da un certo, definibile e implacabile destino.
[E tu che sai mi perdonerai per l'incauto ossimoro del titolo].

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19 luglio 2009

1382. Gli armonici dell'anima


Cranly, ritornato serio, rallentò il passo e disse:
- Solo assolutamente solo. Tu non hai paura di questo. E sai che cosa vuol dire questa parola? - Non soltanto essere staccato da ogni altro, ma nemmeno avere un amico. -
- Affronterò questo rischio - disse Stephen.
- E non avere quella persona - disse Cranly - che sarebbe più di un amico, più anche del più nobile e sincero amico che uno abbia mai avuto. -
Sembrava che le sue parole gli avessero scosso qualche corda nascosta dell'anima. Aveva parlato di sé? Di se stesso com'era o desiderava di essere? Stephen in silenzio gli scrutò il viso per qualche istante. C'era là una fredda tristezza. Aveva parlato di sé, della sua solitudine, che lui temeva.
- Di che parli? - domandò Stephen alla fine.
Ma Cranly non rispose.

°

Gli ultimi giorni qui sono trascorsi a ripercorrere le memorie dublinesi (e i relativi luoghi) di Leopold Bloom. Quelli del 16 giugno 1904, per intenderci. Quelli dove la letteratura si è trasformata in leggenda. Ho usato l'Ulisse come guida, ripercorrendo tutte le "stazioni" della personalissima Odissea dell'artista. Dall'alba sugli scogli di Sandycove, al mezzodì verso Prince's Street, per andare lenta verso la sera in cui Bloom, attraverso la Bolton e e la Dorson, compie il suo nostos ricongiungendosi al figlio Stephen (novello Telemaco).
Abbiamo passeggiato moltissimo, io e F., percorrendo le miglia che separano i vari luoghi di quell'unico giorno di giugno. Dedicandoci con impegno al nostro progettato "pellegrinaggio" letterario e geografico.
Erano gli ultimi lampi di questa bella permanenza qui a Bray. Dopodomani ricomincia il viaggio: in aereo ad Aberdeen e poi in nave fino alle isole Shetland, dove mi tratterrò per un po'. Il mio ospite è triste, io stessa non lascio questi luoghi a cuor leggero. Ma navigare necesse est, come si suol dire, anche se questa permanenza irlandese sarà impossibile da dimenticare; così come impossibile da dimenticare sarà per me la dedizione del mio caro amico al quale sarò riconoscente per sempre, per la squisita ospitalità e per il molto tempo che mi ha dedicato.

I prossimi appunti li scriverò da Lerwick, se tutto va bene.


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17 luglio 2009

1381. In equilibrio sull'inconcepibile


- La mia teoria - rispose quella bella mente - è che il progresso umano sia semplicemente una lunga marcia da un inconcepibile a un altro. Guardate quel nostro dirigibile che ieri passò sopra Porth: dieci anni fa lo spettacolo sarebbe stato inconcepibile. E cosí la macchina a vapore, la stampa, la teoria della gravitazione: tutte cose inconcepibili.
Finché qualcuno non le ideò.

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16 luglio 2009

1380. Coordinate incerte (la via del dubbio)


Che qualcuno cerchi la verità e non la trovi dipende certo dal fatto che le vie che conducono alla verità, come quelle che nella steppa di Nogaj vanno da un luogo all'altro, sono tanto larghe quanto lunghe.

L 539

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15 luglio 2009

1379. Casualità


Oggi fra le lapidi sorde, all'ombra della Round Tower a Monasterboice, mi sono trovata a riflettere su quante parole mi sarebbero occorse per descrivere il silenzio, per descrivere - anzi - quel particolare silenzio.
Molte, troppe, o magari nessuna.
Ho optato per quest'ultima ipotesi e sono rimasta a lungo a fissare una croce cercando di capire il senso del suo "canto di pietra".
Qualcosa ho compreso; per esempio che fra gli esseri umani si possono trovare due sottogruppi di individui molto particolari: quelli che cercano incessantemente il silenzio senza trovarlo mai, e quelli che un bel giorno lo incontrano quando ormai non lo cercano più.
Oggi sento di potermi annoverare fra questi ultimi.
E non per mio merito.

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13 luglio 2009

1378. Sguardi al cielo


Non ci sono paradisi perduti, solo superati.

Robert Bazlen
Note senza testo

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12 luglio 2009

1377. Il silenzio segreto


...Tuttavia non c'è cosa che giovi tanto quanto lo starsene quieti, parlando il meno possibile con gli altri e moltissimo con se stessi.
C'è nel parlare qualcosa di insinuante e di blando che - come l'ebrezza o l'amore - cava fuori i segreti.

105, 6


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10 luglio 2009

1376. Dovevo ancora inventare la vita...


Sono tornata a Glendalough dopo quasi quindici anni.
E' passata una vita e quasi non me ne sono accorta. O forse sì, e non voglio farmene una ragione.
E' curioso notare come - a distanza di anni - sembrino cambiare i luoghi, mentre invece è vero il contrario: siamo noi che cambiamo; noi e il nostro modo di guardare il mondo, le cose, le persone, i fatti.
Questo Seneca lo spiega bene - e più volte - al suo caro Lucilio.
L'ho imparato anch'io, e forse era l'ora.

[Del resto la concezione di questo viaggio à rebours è nata proprio da questa presa di coscienza. Per adesso ancora non so quanto il "viaggio" durerà e dove realmente mi porterà, penso comunque che sarà lungo sia in senso spaziale che temporale. Staremo a vedere].

Tornando alla pace di Glendalough lascio la parola a chi ha saputo trasformarla in canto, non potrei nemmeno lontanamente sognare di descrivere quei luoghi (morti alla vita ma pronti a trasformare l'idea della morte in un'eterna pace che vive) meglio di Salvatore Quasimodo:

I morti di Glendalough
sotto le croci celtiche guardano da un monte
fluido di nubi nere
e corte. Dicono che fuggono la primavera,
ascoltano lentamente i rovesci
di pioggia e le ombre dei corvi
che passano e seguono lassù parole
bianche di ponente. Sono amici
questi morti dei burroni,
compagni del mare che più in là
si curva di bufere e incastra
le onde con la luna. I nomi dei celti
sono d'allarme e di rombi illusi.
Vicino a un torrente, sotto il sole,
non c'era né tempesta né il romantico
crepuscolo di mezzogiorno
e solo un corvo ghignava
dal cielo, ricordando una Donna bellisisma
morta d'amore dentro il convento di Kevin
dal tetto a imbuto.



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08 luglio 2009

1375. Il Maestro e la felicità apparente


Conosco a memoria ciò che dice Leopardi a proposito della felicità, eppure stanotte, con in faccia un refolo di vento quasi freddo e in cielo un'enorme nube bianca che si diverte a nascondere la luna per eccitare le stelle, io sono pronta a smentirlo. Che dico mai? Smentire il più grande, il Maestro, l'assoluto?
Sì, se per una volta l'anima si sente libera di credere anche alle favole della vita, quelle che - domani - non finiranno con il "vissero felici e contenti" ma - più opportunamente - con il desiderio di saper morire "felici e contenti".
Perché è implicito nel saper morire bene l'aver vissuto meglio.

°


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06 luglio 2009

1374. Dalla schiuma del mare di Cipro


B., amico caro del mio ospite, viene a trovarci e trascorre con noi il pomeriggio. E' un fisico del DIT; è affabile, cordiale, pronto al dialogo e molto aperto alle istanze altrui. Parliamo delle origini e lui si dilunga nell'illustrazione di quello che ritiene sia stato l'incipit di tutto; a un certo punto parla di "schiuma" primordiale. Lo interrompo, chiedo se ho ben compreso, o se non sia stata tradita da qualche incapacità nel cogliere un'eventuale sfumatura nella sua particolare pronuncia. "No" - mi replica nella sua ribadita cordialità - "lei ha capito benissimo, ho proprio parlato di schiuma primordiale."
Mi astraggo per un attimo dal forbito dialogo, e ripenso che già i Greci potevano aver intuito qualcosa del genere quando collocano la nascita della Cipride dalle acque del Mediterraneo. Anadiomene, appunto, cioè "emersa" dalla schiuma del mare.
Il professore continua a donarci la sua conoscenza per qualche tempo ancora, prima di accomiatarsi. Nel silenzio serale della bella casa di F. ripenso alle connessioni ardite dello scienziato, ai suoi voli pindarici, a come si sia sentito pronto a riempire di intuizioni gli ovvi "buchi" che la scienza si porta dietro (e che riempirà con comodo in in sæcula sæculorum, sempre ammesso che sia necessario farlo...). Ripenso al brulicare della prima forma vitale, alla prima catena di DNA, al primo batterio, alla prima esistenza visibile. Rivedo l'energia, la frenesia, il desiderio di movimento sui quali tante volte mi è capitato di riflettere china sul microscopio. Sacche di vita, membrane di quintessenza che hanno popolato paludi e lagune, confini di una condizione dalla quale ha preso forza la Vita così come oggi noi la concepiamo.
Noi siamo una forma di vita che specula sulla Vita, siamo qui a riflettere su un dato di fatto che molti chiamano "dono" e altri (io fra questi) "caso", e nulla più.
Dalla schiuma del mare di Cipro è nato "qualcosa" che ci spinge ad unirci, ad amare; proprio in quel mare dove oggi, uomini piccoli, ributtano i disperati e gli infelici della Terra.
Incapaci di difendere quel "dono" in cui fingono di credere.

°

Sull'idea di "schiuma primordiale" (di cui ero del tutto all'oscuro) ho trovato qualcosa anche in italiano; un po' datato, ma comunque interessante.


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05 luglio 2009

1373. L'attimo e la parola vana


Carpamus dulcia, nostrum est
quod vivis, cinis et manes et fabula fies,
...fugit hora, hoc quod loquor inde est..*

Persio
Satire
V, 151-153

[*Cogliamo il piacere, nostro è / solo l'attimo che si vive, domani non sarai che cenere e ombra e una parola vana, / ...l'attimo fugge e questo stesso in cui parlo, è già passato...]

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04 luglio 2009

1372. Il mèta-pensiero (mattina a Powerscourt)


Con F. a Powerscourt, in una giornata fresca dove il sole non riesce a filtrare da una densa coltre di nubi per niente minacciose. La brezza del mare arriva fin qua a rompere spesso il silenzio che altrimenti sembra regnare ai piedi dell'Ó Cualann.
Il giardino promuove l'enigma di fondo ma - come Aristippo - non ho nessuna intenzione di imbarcarmi nell'impresa di risolverlo.
Non per ora, almeno.
Per ora mi concentro solo sul presente, sul suo senso "vero"; del futuro non mi curo, neanche di quello prossimo, che pure dovrebbe molto interessarmi, vista la "pianificazione" del viaggio.
E invece non ci penso. Oggi voglio lasciare che sia il pensiero in sé a coltivare l'idea del pensiero che "si pensa".
Non è questa, in fondo, la base di ogni "vera" riflessione?


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03 luglio 2009

1371. Il richiamo del bene


Έν τώ φρονεīν γάρ μεδέν, ήδιοτος βίος*

Sofocle
Aiace
v. 552

[* Certo, la vita più dolce è non pensare a niente].



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02 luglio 2009

1370. Compagnie da valutare


Il mio ospite, citando Socrate, mi fa debitamente notare (senza alcuna vena polemica - dice -) che il compagno di viaggio più difficile lo portiamo dentro di noi (poiché un tale si lamentava di non aver avuto nessuna utilità dai viaggi, gli disse: "E' naturale che sia così, visto che viaggiavi in compagnia di te stesso"...).
Io replico con il "mio" Seneca che un problema del genere - almeno per me - non si pone, dato che "tu non sarai sempre lo stesso, visto che cambi ogni giorno - anzi - ogni ora".

Venirsi a noia è impossibile, dunque, se si seguono le buone regole della conoscenza ("bisogna esplicare la nostra ricerca tra gli studi e i maestri di saggezza, per apprendere sì verità già acquisite, ma anche per cercarne altre non ancora trovate" - che poi è un gran bel pensiero relativista, direi...).

Per ora io e lui (con Socrate e Seneca alle spalle) ci accordiamo per una "patta d'accordo"; su chi avrà effettivamente ragione sarà comunque il tempo a pronunciarsi.
In tutta la sua brutale sincerità.

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1369. Il momento giusto


Sono arrivata ieri pomeriggio a Bray, accettando finalmente l'invito di F.
Mi tratterrò un po' e poi - da qui - inizierò il mio personalissimo viaggio
"alla ricerca del tempo perduto".
Il momento della vita è quello giusto e questo "diario", come sempre, mi accompagnerà per testimoniarlo.

°
How many loved your moments of glad grace,
and loved your beauty with love false or true,
but one man loved the pilgrim soul in you,
and loved the sorrow of your changing face...


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