akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

29 giugno 2009

1368. Chi ha paura del dubbio?


Per ragioni di casta, le forme tradizionali e burocratiche della Chiesa rimangono incrostate da certe manifestazioni che sono in conflitto con lo sviluppo del pensiero e della scienza e perciò non sono più adatte all'uomo moderno. Le religioni dovrebbero liberarsi da questa esteriorità parassitaria che è assolutamente superflua. Dovrebbero tornare, invece, alla loro essenza, e in questa essenza trovare qualcosa di universale che possa essere valido per tutti.
[...] Lei mi chiede se l'artista può avere una parte attiva nella ricerca di una nuova fede. Una cosa è certa: può aiutare il genere umano a farsi delle domande.
I dubbi sono più costruttivi delle paure.

in G. Bachmann, Man Is No Longer Enough for Man
"Films and Filming", 1966

28 giugno 2009

1367. L'arrivo annunciato


Di stanze vuote e inappagate ore
angelo o demone tornami accanto.
Verrai dalla sede profonda
del tuo luogo interiore
quando più ombroso è il vano delle porte
più fermo il raggio della lampadina

e avrà senso la morte
e la vita - comunque la si viva -
purché io senta ancora se soltanto
in me fuori di me si gonfi l'onda
la strofica onda marina
destinata a disfarsi sulla riva.

27 giugno 2009

1366. Respingimenti (ai confini dell'utopia)


Confine del territorio di uno stato, o frontiera di un'area culturalmente definita rispetto a comunità contermini politicamente e culturalmente diverse, ogni limite è in realtà ambivalente, nel senso che si pone come una chiusura invalicabile, ma implica nel contempo un implicito invito all'infrazione...

Confini e frontiera nella grecità d'Occidente,
§ XXXVIII
ed. ACSMG, Taranto, 1999

26 giugno 2009

1365. Lo scrigno del 'nessun luogo'


Soltanto nella morte l'uomo trova lo "scrigno" in cui sono collocati i valori: l'esperienza delle generazioni passate, i grandi ed i belli del passato con cui vogliamo stare e dialogare, le persone che abbiamo amato e che sono scomparse. Lo stesso linguaggio, in quanto cristallizzazione di atti di parola, di modi di esperienza, è collocato nello scrigno della morte. Quello scrigno, è anche, in fondo, la fonte delle poche regole che ci possono aiutare a muoverci in modo non caotico e disordinato nell'esistenza, pur sapendo che non siamo diretti in nessun luogo.

Gianni Vattimo
Al di là del soggetto
§ 1
Ed. Feltrinelli, 1981

25 giugno 2009

1364. Sogni nomadi


In lontananza una carovana anima il deserto, infinita successione di sagome traballanti. Duecento forse i cammelli, ancora più numerosi i cavalieri. In testa, il sayd appollaiato su una cavalcatura ingualdrappata. Dietro di lui, i guerrieri dal volto velato scrutano ogni monticello di sabbia da cui possono sbucare i predoni. Sulle cavalcature più belle, le donne sognano la prossima oasi e furtive incrociano lo sguardo degli uomini che caracollano attorno a loro. Dietro, i mercanti calcolano il profitto che trarranno dalla rivendita delle sete e delle armi ammucchiate nei bauli. Squadrano gli allevatori di bufali intravisti sulla pista e i pastori che passano a dorso d'asino, radunando pecore e capre.
Quando il sole scompare dietro l'ultima duna, a un cenno del sayd la carovana si ferma. Gli uomini piantano le pesanti tende. Le donne accendono i fuochi. Nella notte si aggirano oscuri cavalieri. Alle prime luci del giorno, si fermano a poca distanza dall'accampamento, in attesa che un cenno del sayd li autorizzi a entrare nel cerchio dei fuochi per condividere il caffé bollente e il semolino tiepido.

24 giugno 2009

1363. La verità inconcludente


Non ha senso discutere di un concetto senza averlo prima definito con la massima precisione. Non si può affermare la verità o la falsità di un asserto, senza aver specificato con esattezza il senso di esso, e soprattutto il senso da attribuirsi alla prova della verità o falsità del medesimo. Non si può discutere di un problema finché esso conserva la forma di vago indovinello, finché esso resta un problema privo di un contenuto ben determinato. [...] Nel linguaggio ordinario sono frequentissime le discussioni inconcludenti, il cui difetto sta proprio in un'originaria ambiguità di termini, ambiguità accettata passivamente senza alcun tentativo per superarla. Quasi non vale la pena fare degli esempi. Chi non ricorda di aver mille volte discusso con amici, per accorgersi poi - alla fine dellla discussione - che il nodo del problema consisteva nel significato diverso che gli uni e gli altri attribuivano al medesimo termine?...

§ Le origini della metodologia moderna
in "Fondamenti logici della scienza"
ed. Einaudi, 1947

1362. Affinità lunare (la risposta indeterminata)


Quali particolari affinità gli sembrava esistessero fra la luna e la donna?
La sua antichità nel precedere e sopravvivere a successive generazioni telluriche: la sua dominazione notturna: la sua dipendenza di satellite: il suo riflesso luminare: la costanza in tutte le sue fasi, il sorgere, il tramontare al momento stabilito, luna crescente e calante; l'invariabilità forzata del suo aspetto: la sua risposta indeterminata all'interrogazione non affermativa: il suo influsso sul flusso e riflusso delle acque: il suo potere di far invaghire, di mortificare, di rivestire di bellezza, di rendere folli, di incitare e coadiuvare alla delinquenza: la tranquilla imperscrutabilità del suo volto: la terribilità della sua isolata dominante implacabile risplendente vicinanza: i suoi auspici di tempesta e di bonaccia: lo stimolo della sua luce, del suo movimento e della sua presenza: l'ammonimento dei suoi crateri, i suoi mari aridi, il suo silenzio: il suo splendore, quando visibile: la sua attrazione quando invisibile...

22 giugno 2009

1361. Problemi di vista


Tutti prendono i limiti della loro visione
per i limiti del mondo.

21 giugno 2009

1360. Il dono inestimabile


Quid πλατανωυ opacissimus?

...La vita che ci fu offerta
noi la vivemmo
avendo pietà di tutti coloro che
con pazienza aspettavano all'ombra dell'alloro
o sotto tristi platani,
o di quelli che
parlando da soli nel buco di un pozzo
finirono per perdersi nell'eco della loro stessa voce.
E come non avere compassione
anche dell'amico che con noi divise
fatica e sacrifici,
e che finì con l'abbracciare il sole
divenendo per noi presenza solidale,
senza sperare mai in un compenso
che non fosse gioia.

E' proprio a te che
- liberi finalmente da questo sonno infinito -
chiediamo il dono della pace.

19 giugno 2009

1359. Al bivio della pratica filosofica [IV]


Vado in una direzione precisa, più sulla scorta di una suggestione, o di una credenza, che sulla base di argomenti inconfutabili. La direzione è quella che porta a un bivio: di qua è la filosofia come disciplina, la filosofia accademica, chiamiamola semplicemente così e nessuno s'offenda, e di là c'è la pratica filosofica.

[...]

Filosofo è essenzialmente colui che ha intrapreso un cammino verso la conoscenza di sé nel mondo, perché ha accettato una sfida con il mondo, con se stesso, con gli altri. Ed è questa ambigua (per ora) qualità che lo differenzia.
La pratica filosofica è il suo cammino.

[...]

La pratica filosofica non può essere intesa come un mezzo, essa infatti, non serve a nulla perché non è serva di nulla, e quando dà l'impressione di servire vuol dire che essa è già caduta in rovina. Quando, dunque, ti domandi quale sia l'utilità della filosofia, sei già lontano da essa. Il semplice fatto di aver posto una simile domanda dimostra una profonda incomprensione della sua natura più autentica.

[...]

Cambiare prospettiva, questa è la prima astuzia del filosofo. Osservare la stessa parola, lo stesso concetto da una posizione diversa, spostare l'io nel tu, mutare il soggetto in oggetto, ribaltare il fare e il subire, alternare il dire e l'ascoltare...

18 giugno 2009

1358. Lettere dalla zona interdetta [XXXVI] Temperanza


...Il "troppo" di questo nostro presente genera una condizione di (neanche tanto sottile) decadenza. L'idea cioè di un (de)cadere continuo, come di qualcuno che inciampa, va a terra, si rialza, casca di nuovo, e così via, senza trovare mai un appiglio, un'idea, una forma di vivere che gli consenta di non ripetere il triste rituale del (quasi compiaciuto) abbattimento al suolo. Sì, sarebbe necessario, a un certo punto, saper restare in piedi o - nell'impossibilità di farlo - non rialzarsi più. La caduta continua alla lunga stanca, e impedisce di trovare quell'equilibrio minimo che consente di vivere con una certa coerenza.
[...]
Una volta mi scrivesti che il dolore va custodito con cura perché consente di apprezzare appieno l'idea del futuro risanamento. Non ci ho mai creduto, e al dolore (ineluttabile) ho assegnato un compito diverso: diventare cioè un "ponte" fra una condizione di vulnerabilità e un'altra, più profonda, di consapevolezza. Il benessere del momento mi interessa poco, quello che cerco è il bene durevole che va ben al di là di un'ora, di un giorno, di un momento dato. A questo concetto unisco quello di felicità, che è ad esso molto simile e - per certi versi - dipendente (perché, leopardianamente parlando, si sta bene solo quando il male ci toglie momentaneamente di dosso i suoi artigli). Quindi nessuna "estetizzazione" del bene, nessuna idea cristiana di "espiazione" (non vedo per quale "condanna" dovrei espiare la mia pena e, soprattutto, chi sarebbe mai abilitato a comminarmela).
E' la necessità della sopravvivenza quella che dovrebbe spingerci al bene, tutto il resto è fumisteria teologica, pura e semplice speculazione di individui (quasi sempre maschi) che vedono nella vita sempre e comunque l'idea della lotta, della guerra, del campo di battaglia dove "battersi" con le clave contro qualche improbabile "nemico".
Bisognerebbe farla finita con quest'idea tribale del più forte che si legittima combattendo. Il più forte è colui (o colei) che mira alla pace e all'equilibrio.
Basta con le (ri)cadute, basta con le clave, cominciamo a usare la coscienza del bene (visto che siamo animali sì, ma evoluti) e finiamola una buona volta con questa idea del "male" come dato del destino, della "vita ad ogni costo", del "bene" delegato in mano a profeti che hanno spalmato sul genere umano le loro turbe interiori; i loro "sacerdoti" sono ormai inattuali perché il tempo degli sciamani è finito. Solo l'uomo ha in mano la sua vita. Nessun "rappresentante" di altre "entità" può dirgli quello che deve o non deve fare.

Stammi bene.

°

XXXV - XXXIV - XXXIII - XXXII - XXXI/XXX - XXIX - XXVIII - XXVII
XXVI - XXV - XXIV - XXIII - XXII - XXI - XX - XIX - XVIII - XVII - XVI
XV - XIV - XIII - XII - XI - X - IX - VIII - VII - VI - V - IV - III - II - I

17 giugno 2009

1357. Verso una filosofia dell'esistenza possibile [III]


La ricerca dell'essere rinvia alla domanda relativa a colui che cerca. L'essere di chi cerca è esistenza possibile, la sua ricerca è il filosofare. L'essere diventa problema per l'esistenza e, filosofando, si mette in cammino verso se stesso percorrendo le vie del pensiero.
In quanto la coscienza in generale ritiene di conoscere l'essere in termini universalmente validi, il suo filosofare non è il filosofare dell'esistenza possibile. La coscienza in generale, infatti, non conosce che oggetti nel mondo, le scienze che essa determina sono orientazione nel mondo, in base al loro senso esse trovano l'essere e lo possiedono; come tali sono filosofiche se si pongono al servizio della ricerca dell'essere, mentre in se stesse non costituiscono alcuna ricerca dell'essere.
Un filosofare che parte dall'esistenza possibile e che vuole realizzarsi attraverso una vita filosofica rimane in continua ricerca. La coscienza dell'origine sospinge verso questa origine, in quanto ricerca autocosciente che incrementa la sua disponibilità verso l'essere ovunque questo le si offre.

Philosophie, II, 2
Springer Verlag OHG, Heidelberg, 1956

16 giugno 2009

1356. Ineluttabile


Sono in pace
e di questo sono grata al mio destino
perché non ti ho mai perso del tutto.
Così come una perla nasce in una conchiglia
in me fiorisce dolcemente il tuo essere
e se mai giungesse il giorno
in cui volessi dimenticarti
sarebbe il mio stesso sangue
a ricordarmi che io e te siamo una cosa sola.
Non sono io a dirlo,
ma gli dèi.

Memory
[1922]

14 giugno 2009

1355. Un'alternativa decisiva [II]


...Non diciamo dunque che la filosofia è morta: la sua impossibilità di parlare della verità è soltanto il segno che la verità è qualcosa di molto più originario che l'oggetto di un discorso. La filosofia può possedere la verità in modo profondo e direi addirittura sorgivo, e tenerla presente sempre, anche e soprattutto quando nei discorsi particolari affronta questioni determinate e oggetti definiti. Questo anzi è un punto in cui la filosofia mostra con la massima evidenza la sua importanza decisiva nel mondo attuale, ciascuno di noi si trova oggi, quale che sia la sua attività: l'alternativa fra verità e tecnica. I discorsi particolari non sono univoci, perché di qualsiasi cosa si può parlare in modo o solamente tecnico o veramente filosofico, a seconda che ci si attenga soltanto alla determinatezza del problema e dell'oggetto o invece la si afffronti col senso di un'ulteriorità più vasta e profonda. Anche a proposito della minima cosa l'uomo si trova di fronte a un'alternativa decisiva, in cui non può rimanere neutrale e deve scegliere: l'alternativa fra il pensiero che è rivelativo anche quando parla del minimo dato dell'esperienza e il discorso che è empirico anche quando si riferisce alla verità; l'alternativa fra il discorso filosofico, che di qualunque cosa parli dice sempre qualcos'altro, e il discorso tecnico, che parla di ciò di cui si parla; l'alternativa fra il restare fedeli all'essere o dominare gli enti, ricordare la verità o limitarsi all'esperienza, recuperare l'origine o chiudersi nell'istante...

1354. La grande nemica [I]


La filosofia come ricerca del sapere e della massima consapevolezza ha una grande nemica: l'abitudine. Nulla è più estraneo allo spirito filosofico dell'atteggiamento di chi trova che tutto è naturale e tutto si spiega da sé. L'affermazione dello spirito non sveglio è sempre la stessa: è così perché è così; che bisogno c'è di una spiegazione? Basta il buon senso e il buon senso, scrive Cartesio: "è la cosa del mondo meglio ripartita. Infatti ognuno pensa di esserne ben provvisto che, se anche è della più difficile accontentatura in ogni altro campo, non desidera averne di più di quanto ne ha". A ben guardare poi il buon senso o è la ragione, e la ragione non può fare a meno di chiedersi il perché delle cose, o è appunto abitudine, e cioè accettazione di una risposta che si crede vera e che non ha più bisogno di domande.
Il nulla e il problema dell'uomo
§ 5
Ed. Bompiani, 1988

13 giugno 2009

1353. Un'ipotesi d'amore


Finalmente ho trovato il segreto,
la chiave di cristallo che apre ciò che scrivo,
e un po' ne ho paura.
Forse nell'infinità dei campi
dove, sul limitare del fiume, fiorisce il giglio
ho visto le tracce che hai lasciato
così come te - in un miraggio di tempo -
hai visto me all'ombra di quel dirupo.
Se la tua bocca, appena aperta
in un delirio di melograni,
mi ha toccato appena al di là del sogno,
io non me lo ricordo.
Quel che invece rammento,
nel flusso impreciso delle memorie notturne,
è la vampa rovente
di un pensiero d'amore.
Una pura e semplice ipotesi d'amore.


12 giugno 2009

1352. Il tempio ideale


Il mio ideale è una certa freddezza.
Un tempio che faccia da sfondo alle passioni senza interloquire.

11 giugno 2009

1351. Verso una sera di quasi estate


Che ora è questa che saluta
il muro sbiadito con calda luce
e silenzioso cenno, e sommuove
l'aria tremante di giugno?

Ardi immobile, azzurro,
lustrate foglie della magnolia
e tu fiore profuma il giorno,
consuma i tuoi petali bianchi

sino alla dissoluzione, a noi
gli occhi chiusi arrossa
il riverbero estivo cui
solitaria cicala s'accompagna.

10 giugno 2009

1350. Con gli occhi dell'aporìa



Un panorama si risolve sempre in una prospettiva, e noi sempre 'prospetticamente' dovremmo guardare alla vita. Onestà vorrebbe infatti che scegliessimo una prospettiva che non fosse arbitraria o - peggio ancora - deformante; l'intelligenza, qualora decidessimo di farne uso, consisterebbe unicamente nel saper guardare qualsiasi cosa non avendo già in noi l'illusione di conoscerla o - addirittura - di poterla/volerla 'ricreare'. Posso nutrire in me solo la ragionevole speranza di essermi collocata in una prospettiva storicamente (e quindi 'umanamente') giustificata.
In ultima analisi dovrei cercare di aprire il mio discorso ermeneutico in maniera più universale, evitando di inseguire ogni traguardo momentaneo che, per forza di cose, rischia di trasformarsi in un obiettivo limitato, strumentale.
Credo infatti che il momento più valido e felice di ogni 'filosofia' che guardi al mondo senza pregiudizio sia senz'altro quello fenomenologico e aporetico, il modo cioè in cui ogni individuo si apre alla vita e la descrive accettandola in tutte le sue antinomie e contraddizioni.
Occorre vincere una certa 'sovrastrutturalità' autoimposta, e anche un certo istinto di conservazione; buono in certe circostanze, assolutamente esiziale in altre.
Si può fare, credo.
O almeno tentare.

09 giugno 2009

1349. Domando dunque so


...In quanto la domanda pone la questione in modo aperto, essa abbraccia sempre i due aspetti del giudizio, il sì e il no. Su ciò si fonda la connessione essenziale tra domandare e sapere. E' costitutivo infatti del sapere non solo il giudicare giusto qualcosa, ma anche e per la stessa ragione, l'escludere il non corretto. La decisione sulla domanda è la via al sapere. Ciò che decide di un problema è il prevalere delle ragioni a favore di una possibilità contro l'altra; ma questo non è ancora la conoscenza piena. Solo con la risoluzione delle istanze negative, quando gli argomenti contrari sono stati penetrati nella loro insussistenza, solo allora si può dire di sapere davvero.

2ª p., II, 3 c

08 giugno 2009

1348. Suggestioni e intenzioni (per te che sai tutto)


Sai tutto di me: sai anche quello
che è posato sulla mia scrivania.
Non devo entrare, hai ragione:

e non passa il tempo, o passa
inavvertibile in tua compagnia.
Il sole è ancora alto, come è possibile?

Nell'edera dove tu affondi
i piedi, le tue scarpe di corda,
quei brividi sono gechi che la traversano

in cerca di caldo. Il giardino
è in una rete di verdechiaro
e di oro inazzurrato. Andare via

ancora, riprendere il cammino,
hai ragione: non è questione
di calendari, di meridiane.

Di calendari, di meridiane
da "Dialogo del poeta e del messaggero"
Ed. Mondadori, 1992

07 giugno 2009

1347. Da lontano


Che l'esistenza umana debba essere una specie di smarrimento risulta a sufficienza dalla semplice osservazione che l'uomo è una concrezione di bisogni, la difficile soddisfazione dei quali non gli garantisce se non una condizione senza dolore, nella quale poi è dato in preda alla noia; la quale dimostra direttamente che l'esistenza non ha in sé alcun valore: infatti essa non è altro che il sentire la sua vacuità. Se la vita, nel desiderio della quale consiste la nostra essenza ed esistenza, avesse un valore positivo e un contenuto reale in se stessa, non potrebbe esservi la noia: bensì la pura esistenza in se stessa dovrebbe appagarci e soddisfarci. Ma noi gioiamo della nostra esistenza solo in questi due modi: o nel desiderio, nel quale la lontananza e gli ostacoli ci fanno apparire la meta come un appagamento - e questa illusione scompare dopo che si è raggiunta la meta - oppure in un'occupazione puramente intellettuale, nella quale, però, propriamente, usciamo dalla vita, onde considerarla dall'esterno come gli spettatori nei palchi. Perfino il godimento dei sensi consiste in un continuo desiderio, e cessa non appena è raggiunto il suo scopo. Ogni volta che non ci troviamo in uno di quei due casi, ma siamo respinti nella nuda esistenza, ci convinciamo della nullità e della vacuità di essa.
Questa è la noia.
Aggiunte alla dottrina della nullità dell'esistenza
§ 146

05 giugno 2009

1346. Qualcosa resta


...Ma se la radiosa luce che una volta tanto brillava
è per sempre tolta dal mio sguardo,
se niente può far sì che si rinnovi all’erba il suo splendore
e che riviva il fiore,
della sorte funesta non ci dorremo
ma ancor più saldi in petto
godremo di ciò che resta.


04 giugno 2009

1345. L'unica via (possibile)


Io nego i documenti intimi perché credo nella memoria, cioè nella possibilità di inventarsi la propria vita dopo averla vissuta, che non è un modo di "volersi bene" ma la via più diretta e illuminata per pervenire alla conoscenza dei propri errori.

Lettera ad Alessandro Parronchi, 1946
in Lettere a Sandro
Ed. Polistampa, Firenze, 1992

03 giugno 2009

1344. Giurisdizione sentimentale


Ritorna così il tuo viso, all'improvviso, come una cornice che racchiude uno specchio, o un bordo di raso sul mio cappello nuovo, per questo sole che va e viene, che a volte non perdona e altre si diverte a negoziare quel domani che non avremo.
Vorrei considerarti una semplice disattenzione (oppure semplicemente dimenticarti, come si usava fare - per comodità - una volta). Ma il mio mondo ha qualcosa di te senza il quale l'equilibrio non torna, e oggi, tra la luce diffusa sul prato e l'ombra raccolta ai margini del bosco, ho notato orme che nessun piede ha mai lasciato. Un semplice incanto; un immortale, infinito incanto di un attimo. Eppure a quell'attimo io ho creduto, e di quel destino improbabile - fatto di promesse non mantenute e di puerili stratagemmi - mi sono fatta garante e testimone.
Sai dirmi, per favore, in quale aula si terrà il prossimo processo alle tue intenzioni?

°
Lo specchio che hai fissato sul petto
è il segnale di un patto profondo
tu mi guardi mentre io ti guardo dentro
e se ti guardo dentro
mi vedo
da Come può un poeta essere amato?
Diario 16.8.1981-17.8.1982
in Invasioni
Ed. Mondadori, 1984


Tag: Uno sguardo di rimando

02 giugno 2009

1343. La norma universale [C]


Agisci in modo che ogni tua azione possa valere come norma per una legislazione universale.
§ 2

°

►[A/B]

01 giugno 2009

1342. Etiche a confronto [A/B]


Ogni agire orientato in senso etico può oscillare tra due massime radicalmente diverse e inconciliabilmente opposte, può essere cioè orientato secondo l'etica dell'intenzione [gesinnungsethisch] oppure secondo l'etica della responsabilità [verantwortungsethisch]. Non che l'etica dell'intenzione coincida con la mancanza di responsabilità, e l'etica della responsabilità coincida con la mancanza di buone intenzioni. non si vuol certo dire questo. Ma c'è una differenza incolmabile tra l'agire secondo la massima dell'etica dell'intenzione, la quale - in termini religiosi - suona: "Il cristiano opera da giusto e rimette l'esito nelle mani di dio" e l'agire secondo la massima dell'etica della responsabilità, secondo la quale bisogna rispondere delle conseguenze (prevedibili) delle proprie azioni.


1341. 'Filosognomica' (III)


Dimmi come tratti il presente e ti dirò che filosofo sei.

citato da Jean Pucelle in Le temps
ed. Presses Universitaires de France, Paris, 1967

°

II