akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

31 maggio 2009

1340. Equilibrismi


Qualsiasi movimento ha bisogno di un centro di gravità.
Dobbiamo riuscire a governare quel centro.

1339. I quattro cantoni filosofici


Vi sono quattro modi di filosofare: il primo con la sola ragione, il secondo con alla base il senso, il terzo con la ragione prima e con il senso poi, il quarto che inizi dal senso e finisca con la ragione.
Pessimo è il primo perché si sa quello che vorremmo che fosse e non quello che è; cattivo è il terzo perché molte volte si piega quel che è a quello che si vorrebbe fosse, invece di fare l'opposto; vero è il secondo, ma rozzo, e poco ci dice sul vero, puntando più sull'essere che sulla causa.
Il quarto è il miglior metodo d'indagine filosofica che in questa vita possiamo avere.

VI, 12

29 maggio 2009

1338. La felicità che annulla il tempo (II)


- ...Vi sono degli istanti, si arriva a vivere degli istanti in cui il tempo improvvisamente si ferma e subentra l'eternità. -
- E lei spera di arrivare a un tale istante? -
- Sì -
- E' ben difficile che ciò possa accadere ai nostri tempi - replicò Nikolài Vsèvolodovič, anche lui senza la minima ironia, parlando lentamente e in tono pensieroso. - Nell'Apocalisse un angelo giura che il tempo non esisterà più. -
- Lo so. Ed è detto molto giustamente, con chiarezza e precisione. Quando ogni uomo avrà raggiunto la felicità non ci sarà più il tempo, perché non ce ne sarà più bisogno. E' un pensiero molto giusto. -
- Dove lo nasconderanno? -
- Non lo nasconderanno da nessuna parte. Il tempo non è un oggetto, ma un'idea. Si spegnerà nella mente dell'uomo... -
II, 4

°

I

1337. Tempus ad te non pertinere (I)


Oh, quando finalmente vedrai quel momento in cui ti renderai conto che il tempo non ti riguarda più, e sarai tranquillo e in pace, e non ti importerà del domani e sarai pienamente soddisfatto di te!
Vuoi sapere che cosa rende gli uomini avidi di futuro? Il fatto che nessuno è mai realmente appartenuto a se stesso.
XXXII, 4

1336. Un nuovo cammino senza parole


Dunque nulla di nuovo da questa altezza
dove ancora un poco senza guardare si parla
e nei capelli il vento cala la sera.

Dunque nessun cammino per discendere
se non questo del nord dove il sole non tocca
e sono d'acqua i rami degli alberi.

Dunque fra poco senza parole la bocca
e questa sera saremo in fondo alla valle
dove le feste han spento tutte le lampade.

Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.

27 maggio 2009

1335. Deserto, prigione e in mezzo le parole


E tutte quelle persone attorno a lei, che scopo avevano se non quello di produrre libri oltre a quelli già esistenti e che sarebbero stati l'oggetto di altri libri ancora? Quell'enorme biblioteca, sempre più difficile da controllare, minacciava di diventare un impervio deserto di parole stampate e gravava sul suo spirito come un peso intollerabile.
[...]La nebbia s'infittiva; Marian sollevò lo sguardo verso le finestre sotto la cupola e vide che erano di un giallo privo di luce. Poi il suo sguardo scorse un funzionario che percorreva la galleria superiore e, seguendo l'umore grottesco e l'infelicità beffarda, lo paragonò a un'anima nera e smarrita, destinata a vagare per l'eternità in una vana ricerca lungo scaffali senza fine. O, ancora, i lettori che sedevano in quelle file di banchi disposte a raggiera, che cos'erano se non mosche disgraziate prigioniere dentro una ragnatela enorme, il cui nucleo era il grande cerchio del Catalogo generale? Sempre più buio, sempre più buio. Dalla torreggiante parete di volumi sembravano uscire minuscoli granelli di polvere che finivano con aumentare l'oscurità; tra un istante il perimetro della sala, rivestito di libri, sarebbe stato solo il monotono confine di una prigione...

26 maggio 2009

1334. Incertezze e aporìe


Diciamo che eternità e tempo sono diversi l'una dall'altro, che l'eternità appartiene a una natura perpetua, mentre il tempo appartiene a ciò che diviene e all'universo sensibile; per questo, in virtù di una sorta di immediata intuizione del pensiero, crediamo di avere nelle nostre menti una certa nozione di tali concetti: di essi sempre parliamo e li nominiamo a proposito di ogni cosa. Quando però tentiamo di arrivare a una comprensione dell'eternità e del tempo e di avvicinarci sempre di più, per così dire, ad essi, il nostro pensiero cade in aporìa: ognuno di noi riprende una diversa tra le affermazioni degli antichi sull'eternità e sul tempo e così ci fermiamo e riiteniamo essere sufficiente che di fronte a questo problema riportiamo le dottrine precedenti.
Soddisfatti di ciò, evitiamo per questo di proseguire nella ricerca e ci neghiamo per sempre la facoltà di conoscere qualcosa di nostro sull'eternità e sul tempo.

Enneadi
Su eternità e tempo
III, 7

25 maggio 2009

1333. Il bene oscuro

1332. Il flagello dell'umanità


C'è un libro sulla fine degli uomini, scritto da Dicearco, grande e facondo filosofo peripatetico, il quale elencate le altre cause, quali le inondazioni, le pestilenze, le devastazioni, perfino le improvvise invasioni di animali, di cui dimostra che hanno distrutto con la loro violenza intere stirpi umane, mette poi a riscontro quanti più uomini sono stati soppressi dalla violenza di altri uomini, cioè da guerre e sedizioni, rispetto a qualunque altra calamità naturale.

II, 16

24 maggio 2009

1331. Voci prive di suono


Quali sono le cose che mi sorprendono? Le meno appariscenti. Per lo più le cose prive di vita. Che cosa mi sorprende in esse? Un qualcosa che non conosco. Ma il punto sta proprio qui! Da dove attingo questo qualcosa! Sento la sua esistenza: agisce su di me, come se volesse parlare. Provo la medesima agitazione di chi vuole leggere le parole dalla bocca deformata di un paralitico e non ci riesce. È come se io avessi un senso in più degli altri, ma non pienamente sviluppato, un senso che esiste, si rende percettibile, ma non funziona. Il mondo per me è pieno di voci prive di suono: sono quindi un veggente o un allucinato?


1330. Buone idee e ottime letture



Alysson R. Muotri, nel suo blog Espiral, ci aggiorna sugli ultimi esperimenti con l'acido solfidrico. Ne aveva già parlato qualche mese fa, pur con altre implicazioni, il benemerito bloGalileo.
Interessante, sempre nel medesimo post, anche la prima parte riguardante la sopravvivenza all'ipotermia. I casi sono in letteratura, e tutti "certificati" scientificamente.

1330.2 Mi preme segnalare un ottimo libro che sto leggendo adesso, si tratta di Giuseppe Occhialini. Biografia di un fisico italiano, scritto magnificamente da Valeria delle Cave ed edito per i tipi di Muzzio. La vita di questo fisico sperimentale, così eccentrico e così geniale, è narrata con partecipazione e dovizia di particolari, ricorrendo spesso a testimonianze dirette di colleghi e allievi (molto toccante e incisiva quella della figlia). Per chi ama la fisica, e per chi tenta di praticarla con disinteressata passione, un libro imperdibile.

23 maggio 2009

1329. Parentesi


[Un grande amore si permette delle deroghe al buon senso]

I, 2

1328. Lettere dalla zona interdetta [XXXV] Memoria e meraviglia


...e forse hai ragione: l'amore non è altro che una superficie aspra che, al tatto, ci riempie della memoria altrui. Per questo dici di evitarlo con determinazione. Io invece, con la stessa determinazione, lo perseguo; perché la mia memoria, se non è specchiata in quella di un altro, è cieca e sorda.
Sì, è proprio come guardare senza vedere, come ascoltare senza sentire.
Vivere senza meraviglia, insomma.
Non sono pronta per tanta superiore aridità.
Perdonami.

°

XXV - XXIV - XXIII - XXII - XXI - XX - XIX - XVIII - XVII - XVI -
XV - XIV - XIII - XII - XI - X - IX - VIII - VII - VI - V - IV - III - II - I

22 maggio 2009

1327. Quello che resta


Sono i boschi quelli che tornano?
Sono proprio quelli dove l'amore
rotolando
ci graffiava fra i rovi
ed era come un ruscello felice di noi
reso infuocato da dolcissime stelle di sangue?

I boschi nella notte
con l'amore che ora tace
tanto da sentire solo il brivido delle foglie al vento
e il ritmo profondo che dal petto
batte verso la terra e il cielo.

E' un conforto indicibile non smettere di ricordare,
avere gli occhi sempre pieni di quel tempo felice,
di quelle notti in cui l'amore era in noi
l'unico, vero, insostituibile dio
vivo nei boschi, per noi.
Retornos del amor en los bosques nocturnos
da "Retornos de lo vivo Lejano" (1948-1956)
Ediciones Cátedra SA, 1999

21 maggio 2009

1326. Passaggi

Una >>>bella intervista ad Alain Badiou su Le Monde di oggi mi spinge a 'rispolverare' il suo capolavoro, L'Être et l'événément (pubblicato in italiano da 'Il nuovo Melangolo' con il titolo L'essere e l'evento), un testo corposo sul quale, nove anni, fa passai un mese indimenticabile nella piovosa estate di Goa. Molti ricordi, è vero, ma anche un paziente lavoro di ricucitura fra la me stessa di oggi e quella di allora.
Concordo con il filosofo: ogni evento interrompe e - a suo modo - ricompone quel puzzle molteplice che è la vita di ognuno. Un mosaico impossibile da completare, perché all'atto di ogni nuova 'crisi' (intesa nell'accezione propria del termine), si generano nuove tessere, alcune delle quali del tutto incompatibili con le precedenti. E pertanto tutto il disegno della propria Weltanschauung va riprogettato, reimpostato, rivisto e - finalmente - vissuto in tutta la sua 'astratta' possibilità di resistere alla distruzione sistematica operata dalla vita.

1325. Pericolo frane


1325.1 L'ira è una follia di breve durata. [Epicuro, fr. 484 Us.; 86 Bri.]

1325.2 Il collerico è incapace di controllarsi, si dimentica del buon contegno e dei vincoli di parentela, cocciutamente impegnato a dare compimento alle proprie iniziative è chiuso ai consigli della ragione, sconvolto da futili motivi diviene incapace di distinguere la giustizia e la verità. Diventa in tutto e per tutto simile alle frane che si abbattono su tutto ciò che travolgono. [Seneca, De ira, I, 1, 2]

1325.3
L'ira, nella maggior parte dei casi, non è che l'inizio della follia. [Cicerone, Tuscolanae disputationes, IV, 44]

20 maggio 2009

1324. Che si saranno detti?


Correva l'anno 1941, il mese era Settembre, in una Copenaghen già occupata dai nazisti avviene l'incontro tra Werner Karl Heisenberg, uno dei fondatori della meccanica quantistica e giovanissimo premio Nobel per la fisica (ottenuto anche grazie alla teorizzazione del noto principio di indeterminazione), e Niels Bohr, suo maestro e anch'esso premio Nobel per la fisica (assegnatogli per la sostanziale luce da lui gettata sulla struttura atomica). Il primo - pur non essendo dichiaratamente nazista - era in forze al piano del III Reich per la fabbricazione di una possibile arma di distruzione di massa; il secondo - ebreo per parte di madre - era in procinto di recarsi negli Stati Uniti dove avrebbe poi preso parte attiva alla messa in opera del secondo ordigno atomico che fu scaricato nei cieli di Nagasaki.
Nessuno sa cosa effettivamente si siano detti gli antichi sodali, collocati in quel momento sulle rive opposte del fiume di sangue che attraversava l'Europa di allora.
Mio padre se lo chiedeva sempre e anch'io ci ho pensato oggi approdando casualmente >>>qui.
Molte le interpretazioni successive e pochissime le certezze; ci resta comunque il fascino del non-detto che, almeno per me, è parte integrante della vita, con il suo corollario di possibilità, alibi, risultanze e dubbi. Anche per questo, oggi, ho ripreso in mano "antiche carte" e trovato pace in certe "stanze" poco frequentate dalla mia mente.

1323. Una trave in biblioteca

>Leonardo ci offre una >>>garbata e divertente perifrasi dell'antico (e mai seguìto) detto evangelico della pagliuzza e della trave ecc. ecc. (oltretutto dandomi la possibilità di approfondire >un testo di F.T. Marinetti che non conoscevo affatto).
Inutile generalizzare, è vero, ma lo iato fra chi è abituato a leggere e chi scrive soltanto mi pare si stia notevolmente ampliando. Io lo vado teorizzando da tempo e - repetita iuvant - lo faccio ancora una volta, proprio mentre mi accingo ad aprire il >prossimo libro che mi è appena arrivato.

1322. Meglio tardi che mai...

19 maggio 2009

1321. Un prossimo non così 'prossimo'

Che libro strano... Tutto margini e metafore, accerchiato dal silenzio rumoroso della notte ma capace di squarci limpidissimi sulla vita e su un domani che - quasi sempre - finisce per confondersi con l'irrealtà di un passato che sembra sempre sognato e mai vissuto veramente fino in fondo.
Solitudine e speranza, la certezza del vivere cercata sovente nel territorio magmatico del "prossimo", mai così lontano da chi narra e mai così vicino da chi ascolta. Si crede e ci si illude per un briciolo di coraggio, si muore per paura e si risorge per avventura.
Una prova sublime, da delibare a sera, di fronte a un orizzonte indefinito.

°
...C’è poi anche il piccolo inconveniente che non sono italiano, figuriamoci veneziano. Vale pure per quel ragazzone ceco che suona il sax alto. Ci apprezzano, gli altri musicisti; e facciamo anche comodo, ma non rientriamo nei canoni ufficiali. Voi limitatevi a suonare e a tenere la bocca chiusa, ecco cosa ci dicono sempre i direttori. Così i turisti non si accorgono che non siete italiani. Vi presentate in giacca e cravatta, occhiali da sole e capello liscio, e nessuno vedrà la differenza, basta che non vi mettiate a parlare...
Kazuo Ishiguro
Notturni

18 maggio 2009

1320. Uno sguardo di rimando [IV] Un silenzio incompiuto


C'è silenzio, eppure non mi ascolto.
Il confine fra credere e capire è labile, come labile è la certezza di conoscerti.
Posso chiedere al domani ciò che voglio, ma non voglio chiedere tempo al Tempo; è futile l'illusione di avere un solo attimo in più, per me, per noi.
Tu ridi di questi miei pensieri irrisolti. Eppure è grazie a loro che tu puoi parlare e io conoscere, e capire, e credere in te. Fino in fondo.
Non sottovalutare il senso del silenzio e io non sottovaluterò quel tempo che decidi di concedermi.
Poco per il percorso sul quadrante, molto per vincere un'attesa.

°
Così una voce ci dice, quando speriamo nella salvezza, che la nostra speranza è vana, eppure è soltanto lei, la speranza impotente, a permetterci anche solo di tirare il fiato. Ogni contemplazione e speculazione filosofica non può fare altro che ricalcare pazientemente, in figure e abbozzi sempre nuovi, l'ambiguità della malinconia. La verità è inseparabile dall'illusione che un giorno, dalle figure e dai simboli dell'apparenza, possa emergere, nonostante tutto, libera da ogni traccia di apparenza, l'immagine reale della salvezza.
 Theodor W. Adorno
Minima moralia
II, 78

°

III


17 maggio 2009

1319. Poi passa


La nostra attitudine più autentica è quella di creare una possibilità, di passare oltre, di soffrire per trasformare, di amare incondizionatamente
per essere più forti della nostra stessa sofferenza.


14 maggio 2009

1318. Un (nuovo) senso per l'oltre


Vorrei parlare di una specie di paradosso, o meglio di un vero e proprio errore in cui la cultura occidentale è incorsa: l'opposizione tra la conoscenza che deriva dai sensi e quella che proviene dalla mente. Questa opposizione continua nella scienza che dice che il mondo sensibile è fantasmatico e dai sensi non può venire che una percezione falsata del mondo. Ma non è così, perché una delle nostre principali illusioni è quella di avere cinque sensi delimitati, fisiologicamente incompatibili tra di loro. Questo non ci aiuta a capire ad esempio l'arte della poesia, che parla dei colori senza poterli mostrare, oppure la musica che parla senza utilizzare le parole. Io credo che per capire questo tipo di esperienze, noi abbiamo bisogno di un sesto senso, cioè di quell'esperienza originaria in cui la distinzione tra i cinque sensi è del tutto inattendibile. C'è infatti un terreno unitario di senso, che io chiamo appunto 'il sentire del mondo', che ci permette di andare oltre la percezione dei cinque sensi...

13 maggio 2009

1317. Sutura impossibile


Il dolore di un distacco
non è altro che il taglio di un rasoio su una vena.

Se sopravvivi ci penserai persino con sentimento:
e così diventerà un taglio nell'anima.

La prima ferita si rimarginerà,
la seconda sanguinerà per sempre.

Dorothy Parker
da Collected Poetry
Ed. Random House Inc., New York, 1944

12 maggio 2009

1316. Coup de foudre


Un bel giorno di primavera a Parigi. In un caffé, un uomo sorseggia una birra leggendo il giornale. Nel tavolo di fianco, una donna beve il suo caffè osservando i passanti. I due non si sono visti. All'improvviso l'uomo si gira e il suo sguardo incrocia quello della donna. A quel punto si scatena una serie di eventi. La luce dorata del Sole, riflessa dal corpo slanciato della donna, penetra negli occhi dell'uomo. Viaggiando alla velocità di 300.000 chilometri al secondo, 10.000 miliardi di fotoni si riversano ogni secondo in ciascuna delle sue pupille, attraversando prima un corpo ovale chiamato cristallino, poi una sostanza trasparente e gelatinosa, prima di convergere sulla retina. Nella retina entrano in azione 100 milioni di cellule a forma di coni. Alcune ricevono una grande quantità di luce, proveniente dalle zone meglio illuminate del corpo della donna, come le sue labbra evidenziate da un rossetto brillante. Altre ricevono invece una minore quantità di luce, proveniente dalle zone maggiormente in ombra, come le guance della donna lievemente imbellettate. Le cellule della retina sono composte di innumerevooli molecole, ognuna di queste è sua volta composta da 20 atomi di carbonio, 28 atomi di idrogeno e da una molecola di ossigeno. Tali molecole registrano il passaggio della luce effettuando una sorta di strano balletto. In quiete, quando non è attivata dalla luce, ognuna delle molecole della retina è unita a una proteina ed è tutta accartocciata, ma quando viene colpita da una particella luminosa (la luce riflessa dalla donna colpisce 30 milioni di miliardi di molecole nell'occhio dell'uomo per ogni secondo), si separa dalla proteina e si raddrizza. Passa un certo lasso di tempo, ed essa si accartoccia di nuovo aspettando l'arrivo della particella luminosa seguente. Tutti questi avveenimenti si sono svolti in meno di un millesimo di secondo da quando lo sguardo dell'uomo si è posato sulla donna. Eppure l'uomo continua a non essere "cosciente" della presenza della donna, poiché l'informazione contenuta nelle particelle luminose non è ancora giunta al suo cervello...

11 maggio 2009

1315. Ipotesi


Non vorrai dirmi che tu

sei tu o che io sono io.
Siamo passati come passano gli anni.
Altro di noi non c'è qui che lo specimen
anzi l'imago perpetuantesi
a vuoto -
e acque ci contemplano e vetrate,
ci pensano al futuro: capofitti nel poi,
postille sempre più fioche
multipli vaghi di noi quali saremo stati.

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10 maggio 2009

1314. Metafore & connessioni

Nel cervello umano ogni neurone riceve segnali d'ingresso da migliaia di altri neuroni, li trasforma in funzione del suo stato interno e trasmette l'informazione elaborata ad altri neuroni. Le cellule nervose funzionano simultaneamente, comunicando attraverso le sinapsi, il cui compito è quello di mediare l'intensità con cui il segnale passa da un neurone all'altro. L'elaborazione nel suo complesso non è regolata passo dopo passo da istruzioni, come in un calcolatore digitale, bensì dalla ricca struttura delle connessioni tra i neuroni.
Sebbene i neuroni biologici siano alquanto complessi da simulare, anche un modello semplificato di neurone, purché collegato con altri a formare una fitta rete di elementi, è in grado di compiere elaborazioni interessanti. Il concetto chiave di questa nuova filosofia di elaborazione è il connessionismo: fissato il modello di neurone, sono le connessioni che determinano il comportamento della rete.
Cambiare le connessioni tra neuroni significa cambiare le loro interazioni e quindi significa modificare il comportamento globale della rete.

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1313. Punti di vista


Non sono sentimentale... sono romantico.
Il fatto è che i sentimentali credono che le cose durino, i romantici, invece, hanno una fiducia disperata che non durino.

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09 maggio 2009

1312. Esito


Della vita
sapevamo solo la noia
eravamo i pensosi rematori
senza viaggio
sul bronzo di una moneta di Tiro.


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08 maggio 2009

1311. Annotazioni post-oniriche

...come quei sogni dai quali al mattino ti svegli con la certezza di aver vissuto qualcosa di importante e di unico, da annotare subito per non dimenticare.

[Blog di riferimento: Il mestiere di scrivere]
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1310. L'inutile attesa

Perché non vengono anche gli illustri / oratori a perorare come sempre? / Oggi arrivano i barbari / e i barbari disprezzano eloquenza e arringhe. // Perché tutt'a un tratto questa smania / e quest'incertezza? (oh, come i volti si fanno seri). / Perché si svuotano le strade e le piazze / e tutti tornano preoccupati alle loro case? // Perché è notte fonda e i barbari non vengono. / E' arrivata certa gente dai confini / e spiega che i barbari non ci sono più. // Come potremo fare senza i barbari? / A conti fatti, erano una buona soluzione.

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1309. Qualcuno lo dica agli amici

Era proprio questo ciò che desideravo, hoc erat in votis: un pezzetto di terra, oh!, non molto grande, ma recintato e sottratto agl'inconvenienti di uno spazio pubblico; un pezzetto di terra abbandonato, sterile, bruciato dal sole, terreno ideale per i cardi e gli imenotteri. Qui, senza timore di venire disturbato da persone di passaggio, potrò interrogare l'ammofila e lo sfecide e dedicarmi a questo difficile colloquio in cui le domande e le risposte vengono condotte nel linguaggio della sperimentazione; qui, senza dover affrontare lontane spedizioni in cui si perde tanto tempo prezioso, senza quelle corse faticose che ottundono l'attenzione, io potrò studiare i miei piani d'attacco, tendere le mie imboscate e seguirne i risultati ogni giorno, a qualsiasi ora. Hoc erat in votis, sì, era proprio questo il mio desiderio, il mio sogno, sempre accarezzato e che sempre mi sfuggiva perdendosi nelle nebbie dell'avvenire. [...] In mezzo alle rovine che mi circondano un mozzicone di muro resta in piedi, incrollabile sulla sua base fatta di calce e sabbia: è il mio amore per la verità scientifica. Ma questo sarà abbastanza, miei industriosi imenotteri, per accingermi ad aggiungere degnamente ancora qualche pagina alla vostra storia? Le mie deboli forze non tradiranno la mia buona volontà? Perché vi ho abbandonato per così lungo tempo? Degli amici me l'hanno rimproverato. Ah!, ditelo voi a questi amici, che sono non soltanto miei ma anche vostri amici, dite loro che la colpa non era da attribuirsi a dimenticanza o a stanchezza da parte mia! Io pensavo sempre a voi, ero convinto che il nido delle cerceridi aveva ancora dei magnifici segreti da rivelarci e che la caccia allo sfecide ci riservava ancora nuove sorprese. Ma il tempo mancava, e io ero solo, abbandonato da tutti, in lotta contro la cattiva sorte. Prima di filosofare bisognava vivere. Ditelo voi a questi amici e loro mi perdoneranno.

07 maggio 2009

1308. Uno sguardo di rimando [III] Il 'dono'


E' come quando qualcuno ti regala una collana e tu non la indossi o, anche se lo fai, ci metti sopra un foulard affinché nessuno la veda.
In fondo è questo il destino della tua poesia; la tieni stretta al cuore e non ci pensi, e se ci pensi lo fai quasi con rancore, convinta che il fato (o chi per lui) ti abbia elargito una disgrazia, non certo un dono.

°


II
- I

1307. Eppure c'è dolcezza nel dolore...

- Suvvia, ora finiamola coi discorsi e andiamo al pranzo funebre. Non turbatevi perché mangeremo le frittelle. E' una vecchia, antica usanza e anch'essa ha del buono - rise Aljoša. - Suvvia, andiamo dunque! Ecco, andiamo tenendoci per mano! -
- E' strano tutto questo - replicò Kolja - tanto dolore, e poi delle frittelle! Quali stramberie ci sono nella nostra religione!... -

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1306. Dare i numeri, ma con ironia

E Trasimaco, udito ciò, scoppiò in una risata sardonica, e disse:
- O Eracles, ecco la solita ironia di Socrate. Io già lo sapevo, e l'avevo predetto a costoro, che non avresti voluto rispondere, che avresti fatto dell'ironia e saresti ricorso a qualisiasi altro espediente pittosto che rispondere se uno ti avesse interrogato. -
- Si vede - replicò Socrate - che sei un sapiente, Trasimaco; sicché sapevi bene che se uno chiedesse ad un altro qualsiasi quanto è dodici e, appena rivoltagli la domanda, gli dicesse subito: "Bada però, amico, di non rispondermi che dodici è due volte sei o tre volte quattro o sei volte due o quattro volte tre, perché non sono disposto ad accontentarmi di codeste chiacchiere"; non potresti non riconoscere che nessuno sarebbe in grado di rispondere a chi lo interrogasse in questo modo. Egli allora potrebbe obietttarti: "Che vuoi dire, Trasimaco, che io nondovrei darti nessuna di queste risposte, neanche, meraviglioso uomo, se qualcuna di esse sia, per caso, la buona, e dunque, per piacere tuo, io dovrei dirti qualche cosa di difforme dal vero?"...
Platone > Repubblica > 336e-337a/b

06 maggio 2009

1305. Impetrazione



Questo ti chiedo
che di quello che non dirò
di ciò che non vedrò
tu faccia segreto

a me
prima ancora che a te stessa
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1304. Ragionevol-mente

Christianity not mysterious, il "libro incendiario" scritto da John Toland nel 1696, potrebbe essere definito un trattato sulla ragione. Of reason si intitola la prima sezione, la seconda è dedicata a quanto contraddice la ragione stessa, la terza a quanto la eccede, al mistero. Ma non è solo uno studio della ragione, di cosa è e di quanto può, piuttosto è una sorta di manuale strategico che, mentre delinea la ragione, la oppone a quanto la contraddice. Il contesto è teologico, di più, è esegetico: cosa ne è di una religione rivelata quale il Cristianesimo di fronte a una ragione che, con i suoi metodi e le sue scienze, dimostra di saper illuminare tutto? È il problema di un'epoca, ma è anche un problema che, in vesti diverse, insorge di continuo nel corso della storia dell'uomo: cosa lega, oppone o unisce, la ragione e la fede?...
>>>qui, tutto da leggere, il bell'articolo di Lorella Congiunti dedicato al libro principe di John Toland, grande teologo e filosofo irlandese che combatte i fideisti con l'arma della ragione (percorrendo senza paura la strada spianata un secolo prima da Giordano Bruno).
Per lui - come al solito ci fu la condanna - ma non la sconfitta.

[Sito di riferimento: dialegesthai]
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1303. Il nulla e l'ascesi

Che significato hanno gli ideali ascetici?
Nel fatto che proprio l'ideale ascetico abbia significato tanto per gli uomini, si esprime il dato fondamentale della volontà umana, il suo horror vacui; essa ha bisogno di una mèta - e preferisce volere il nulla piuttosto che non volere.

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1302. Manovre, accordi, equilibri

La frequentazione assidua di un potente è, per l'inesperto, una delizia: per l'uomo esperto, un rischio da temere [expertus metuit]. La tua nave vola in alto mare? E tu manovra in modo da evitare che il vento, girando, la ricacci indietro [...]. E via le nubi da codesta fronte! Troppe volte l'uomo riservato viene frainteso come fosse tetro, e il taciturno passa per scontroso. Nel frattempo leggerai, consulterai gli specialisti su molteplici problemi: con quali accorgimenti garantirti una pacifica esistenza; se dovrai subire sempre l'insaziabile erosione dell'avidità, o piuttosto dell'ansiosa speranza riposta in beni assai mediocri: se la virtù sia frutto di cultura o dono di natura [virtutem doctrina paret naturane donet]; come ridurre il peso dell'angoscia di ritrovare l'accordo con se stessi [quid te tibi reddat amicum]; che cosa ci propizi una vita limpida e tranquilla (soddisfazioni morali o materiali? O un sentiero appartato, un segreto cammino esistenziale?).
Prendi me: ogni volta che mi sento ritemprato dalle fresche acque del Licenza, il fiume che raffredda il villaggio raggrinzito di Mandela, quali sentimenti credi, amico, che mi venga da esprimere in forma di preghiera? "Vorrei avere sempre quello che possiedo oggi, anche di meno; e poter disporre del tempo che mi resta [et mihi vivam quod superest aevi], se vogliono gli dèi che ancora me ne resti; una buona scorta di libri [sit bona librorum], anche, vorrei, e provviste di grano per l'annata: che non debba vacillare, sospeso all'incertezza del domani [dubiae spe pendulus horae]."
Ma Giove va invocato solo per quanto può concedere e sottrarre.
Mi dia la vita e i mezzi. L'equilibrio, me lo attribuirò io stesso [Det vitam, det opes: aequum mi animum ipse parabo].

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05 maggio 2009

1301. Una macchina, ma autonoma

...Mackie aveva suggerito che la morale andava inventata più che scoperta. Aggiungerei che la capacità di invenzione della morale da parte della mente umana si è sviluppata parallelamente alla sua evoluzione: è stata l'evoluzione della mente che ha consentito la transizione del sistema mente-cervello degli esseri umani dal livello di una macchina (come di fatto è negli organismi non dotati di coscienza) al livello di una mente dotata di autonomia morale com'è il caso degli esseri umani dotati di coscienza superiore.
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1300. Res publica

- Nascondere nel petto una cosa preziosa come la virtù e lasciare poi che il proprio Paese ne resti privo, può dirsi saggezza? - chiese Yang Huo.
- Non si può - rispose Confucio.
- Amare di occuparsi della cosa pubblica e lasciarsi alle spalle la virtù, può dirsi sapienza? -
- No, non si può - replicò Confucio.
- I giorni e i mesi passano - osservò ancora Yang Huo - e gli anni non ci aspettano -.
- Bene. Allora è il caso che io e te facciamo qualcosa -.

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1299. La mite apparenza

...Fra tante ombre che vanno / continuamente, all'ombra eterna, / e copron la terra d'inganno / adoravo quest'ombra ferma. // Così, talvolta, tra noi / scende questa mite apparenza, / che giace, e sembra che si annoi / sull'erba e nella pazienza.
Carlo Betocchi > Realtà vince il sogno > Dell'ombra
> Edizioni del Frontespizio, Firenze, 1932
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1298. Sempre di notte


Se sei in cerca di qualcosa di importante pensaci la notte, perché tutte le cose più serie le scopriamo di notte.

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04 maggio 2009

1297. Quella favola che non si ripete

Le testimonianze di una favola non sono quasi mai possibili, soprattutto quando la favola si è svolta durante un'infanzia; poiché di là parte questa storia, da quel mondo leggero e incantato senza sofferenze, sembrava, senza gloria forse, ma trionfalmente ironico, incline a una lieta profanazione, com'è talvolta il mondo dei fanciulli con le sue realtà insostituibili, le sue sorprendenti chiaroveggenze, le sue malizie studiate e dosate, le sue crudeltà forse inconsapevoli...

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1296. Fino a prova contraria

Se il nucleo della filosofia è l'idea della verità innegabile (cioè di un sapere incontrovertibile, necessario, che né dèi né uomini possono smentire), la presenza di questa idea consente di prendere le distanze e infine di negare ogni forma di sapere e di conoscenza (e quindi ogni forma di vita) che possa essere smentita, negata, superata, corretta. Con la sua nascita, la filosofia mette in luce l'infondatezza, ossia la negabilità di tutto il sapere da cui la vita dell'uomo era sinora stata guidata. Scoprendo l'idea della verità, la filosofia, pertanto, conduce per la prima volta tutte le cose dinanzi alla verità. Sino al momento in cui la filosofia si mostra sulla terra, la totalità delle cose si trova invece raccolta e guardata - e insieme lasciata sullo sfondo - del mito, che ancora non è riuscito a scorgere la pura essenza della verità e non può quindi nemmeno escludere che oltre l'immensità del cháos si estendano altri universi imprevisti e imprevedibili. Rivolgendosi per la prima volta alla verità innegabile e scorgendo così la non-verità del mito, la filosofia nega che il mito abbia verità, non solo in relazione a questa o a quella cosa, ma in relazione a tutte le cose, così che, per la prima volta nella storia dell'uomo, alla totalità delle cose, è consentito apparire nella verità.

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03 maggio 2009

1295. La parola perduta

Non so più / dove cantano gli uccelli / o / se c'è un pianto nel mare / dove gli angeli del profondo / scrollano via tremando il divino terrore / d'essere rapiti nell'aria - // Non saprò mai / se i voraci desideri / questi pesci-spada / che trapassano / meraviglie dell'anima dolcemente sgusciante / si consumano nell'ardente mandorla della terra / e se con un soffio l'universo offeso / nel volgere di una notte / non ha spento la mia luce nera // perché di nuovo ho perduto dormendo / una parola d'amore.

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1294. L'ultima terra incognita

Le menti sono l'ultima terra incognita, fuori dalla portata della scienza e - nel caso delle menti prive di linguaggio - anche da quella della conversazione empatica. E allora? Allora dovremmo temperare la nostra curiosità con un poco di umiltà: non confondere le questioni ontologiche (i problemi riguardanti ciò che esiste) con quelle epistemologiche (relative al nostro modo di conoscere le cose). E' necessario che impariamo ad accettare questo fatto straordinario riguardante ciò che è inaccessibile all'indagine.

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1293. Vincere scis, victoria uti nescis

Perciò vale il detto: uno può sapere come vincere senza per questo vincere necessariamente.

[Per il titolo: Tito Livio,
Storia di Roma, XXII, 51, 4]
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02 maggio 2009

1292. La destinazione inevitabile

Anche allora, però, c'era un problema. C'era sempre la domanda: "Tutto qui?". Pensare a questo lo spinse a pensare di nuovo a suo padre. Suo padre era nato a New York e non aveva perso la mentalità dei newyorkesi. "Allora, Henry. Per te è tutto qui?" diceva in tono beffardo. Suo padre aveva sempre l'impressione che dovesse esserci di più, di più per Henry, di più per i suoi fratelli, più di quello che avevano, più di quello di cui forse si sarebbero accontentati. Accontentarsi, non fare il passo più lungo della gamba, significava accettare troppo poco. E così, secondo suo padre, anche se tutto era squisito e impareggiabile, come avrebbe potuto sembrare, nella vita non doveva andare meglio di così? La vita era sempre andata meglio. C'era sempre stato qualcosa di più che doveva ancora venire. Anche se lui aveva quarantanove anni, ormai, e c'erano dei cambiamenti che non si notavano: cambiamenti fisici, mentali, spirituali. Parti della vita erano state vissute e non lo sarebbero state mai più. Forse il momento decisivo era già passato, e oggi, quando ci avesse ripensato da un momento successivo, oggi qualcosa forse gli avrebbe suggerito che era stato allora che le cose avevano cominciato ad andare storte, o che erano già andate storte, e questo anche quando le cose sembravano essere al loro acme. E allora, naturalmente, in quel momento successivo, ti saresti trovato a mal partito. Ti saresti trovato a mal partito perché eri arrivato a destinazione, dove non c'erano più scelte interessanti e disponibili, ma solo scelte sempre meno interessanti.

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1291. Filosofia: tra dubbio e misura

Chi desidera filosofare, dubitando all'inizio di tutte le cose, non assuma alcuna passione in un dibattito prima di aver ascoltato le parti in contrasto e dopo aver bene considerato e confrontato il pro e il contro, giudichi e prenda posizione non per sentito dire, secondo le opinioni dei più, l'età, i meriti e il prestigio, ma sulla base della persuasività di una dottrina organica e aderente alla luce della ragione. Parole e dicerie non giovano alla sapienza e alla bontà più che all'ignoranza e all'iniquità. Dalla semplicità delle parole emergono verità e conoscenza; della loro ridondanza si compiacciono indolenza e furbizia; dalla loro varietà, accompagnata da interessata cupidigia, sgorga la vanità.

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