akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

31 gennaio 2009

1090. Verso la terra incognita


Passeggiata invernale
Oggi tutti sanno come trovare dentro di sé il significato della vita. Ma l'umanità non è stata sempre così fortunata. Meno di un secolo fa uomini e donne non avevano facile accesso ai puzzle che hanno dentro di sé.
[...] E le religioni più stravaganti facevano affari d'oro.
L'umanità, ignara delle verità che sono chiuse dentro ogni essere umano, guardava fuori, esercitava la sua pressione sempre verso l'esterno. Ciò che l'umanità sperava di imparare nella sua spinta verso l'esterno era chi fosse veramente responsabile di tutta la creazione, e quale senso avesse tutto il creato. L'umanità lanciava i suoi agenti in avanscoperta sempre verso l'esterno, sempre verso l'esterno. E alla fine li lanciò nello spazio, nel mare senza colore, senza sapore e senza peso di un'esteriorità senza confini. Come sassi li lanciò.
Questi agenti sfortunati trovarono ciò che si era già trovato in abbondanza sulla Terra: un incubo d'insensatezza senza fine. I premi dello spazio, dell'infinita esteriorità, erano tre: vuota retorica, farsa e morte senza scopo. L'esteriorità perse, alla fine, le sue immaginarie attrattive.
Rimaneva da esplorare solo l'interiorità.
Solo l'anima dell'uomo rimaneva terra incognita.

Kurt Vonnegut
da Le sirene di Titano
§ I

[Didascalie]

1089. Strade di disperata speranza



Neppure questo è il luogo.

I superstiti con le loro famiglie.
I quadri ammucchiati, le pareti vuote.
Ancora l'odore di vernice.
Sei ancora lì, stai per partire.

Crateri rugginosi.
Schegge, spire di preistoria.
Luci che disgregano un futuro invecchiato.

Siamo vicini al prato, al nido di vespe.
Siamo lungo una qualsiasi strada
della grande isola.

Siamo nel riposo della nuova
possibile nascita. Sotto le nostre luci.
Distesi e piegati nell'ora
della nascita-morte.
Sotto il pallido imperio degli orologi.

Distinguo rumori e suoni.
Dormo e penso.
Sono un corpo senza corpo.
Un colore incolore.
Sospinto fuori, furioso.

Alfonso Berardinelli
da Lezione all'aperto
[Ed. Lo Specchio-Mondadori, 1979]

[Didascalie]

1088. Gocce di lontananza



Senza di me, piccolo libro - e non te ne voglio - andrai a Roma:

purtroppo non vi può andare il tuo autore.
Prendi nella tua tristezza l'aspetto richiesto da tale situazione:
niente succo a tingere di porpora il tuo involucro
- è un colore che non si addice al lutto -.
Non farti levigare i margini con la pomice friabile
- apparirai così, con la chioma lunga e in disordine -
e non vergognarti di avere delle sbiaditure:
chi le vedrà capirà che sono state le mie lacrime...

Ovidio
Tristia
I, I, 1-13

[Didascalie]

30 gennaio 2009

1087. Didascalie [III] Un nulla che è tutto

QualcunoA chi non ha niente e se ne accontenta
viene tolto anche quel nulla che ha.
Però la spinta verso tutto quello che non c'è
non finisce mai.
Perché la mancanza di ciò che sogniamo
fa più male
non meno.

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1086. Didascalie [II] Dallo stesso lato dell'enigma

Dallo stesso lato dell'enigma Sarebbe un grave errore cercare la spiegazione del male, se ce n'è una, dal lato delle leggi di natura, dunque del determinismo. Il male è situato dallo stesso lato della libertà nell'antinomia della causalità. E' una modalità, un'affezione della libertà. Che tipo di affezione? E' esattamente ciò che ne costituisce l'enigma. L'enigma del male va distinto, sin dall'inizio dell'indagine, dall'antinomia della causalità.
Paul Ricoeur > La libertà e il male > in La libertà del bene

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1085. Didascalie [I] Motivazioni

La galassia di AndromedaIl proposito primario di studiare la realtà non presuppone di non fare la nostra parte per cercare di migliorarla.
Qualora le nostre indagini di ricerca non fossero mosse da un interesse speculativo, non meriterebbero un'ora in più del nostro tempo.

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1084. Una vuota forma viva

C'è scavata nell'aria la tua
forma... un vuoto
che palpita di te, come l'immoto
silenzio, dopo una perduta voce.
Diego Valeri > Poesie
[Ed. Lo Specchio-Mondadori, Milano, 1967]
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1083. Sognare per la prima e l'ultima volta (con un po' di ragione)


Da >un vecchio volume (dai temi purtroppo sempre attuali) di >Claudio Pozzoli, ricavo questo breve florilegio di pensieri altrui:

1083.1 Se uno sogna da solo è solo un sogno. Ma se molti sognano insieme, si tratta dell'inizio di una nuova realtà.

1083.2 Bisognerebbe scrivere sempre come se si scrivesse per la prima e per l'ultima volta. Dire quanto sarebbe giusto per un congedo e dirlo così bene come per un debutto.

1083.3 Nella maggior parte dei casi, essere ragionevoli significa non essere ostinati, cioè adattarsi alla realtà così com'è. I primi filosofi che concepirono l'idea di ragione, la considerarno uno strumento capace di comprendere i fini e addirittura stabilirli.

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1082. Lo stupore del ritorno

Memoria dell'avventura significa sopravvivenza dello stupore, da cui ha origine l'immaginazione.
Forse nessuna opera letteraria può esprimere il senso della nostra vita e della letteratura come >la storia di quel ragazzo che salpa alla ricerca di un tesoro, seguendo una mappa, avventurandosi verso mari lontani.
Una sola. >la storia dell'uomo che, dopo mille prodigi scopre che il vero miracolo è il ritorno.
Perché >solo il ritorno consente racconto, memoria, narrazione.
Rendere comune a chi ascolta, a chi legge, l'avventura del tesoro, la sua ricerca, gli ostacoli, i misteri, ma anche la certezza che sotto qualche strato di terra, nascosto, il tesoro esisteva...

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29 gennaio 2009

1081. Beata ignoranza...

Un Orwell particolarmente caustico esprime la sua opinione sulle recensioni (non quelle ai suoi libri, ma le sue sui libri altrui):
...Ho sempre pensato che l’unica soluzione possibile sia quella di ignorare semplicemente la maggior parte dei libri e scrivere recensioni molto lunghe – di almeno mille parole – sui pochi per i quali ne vale veramente la pena. Utili potrebbero essere brevi note di una o due righe sui libri che stanno per uscire, ma la comune recensione di media lunghezza, di circa seicento parole, è del tutto inutile, anche se il recensore ha veramente voglia di scriverla. Ma normalmente non ne ha voglia per niente...

[via >L'Angolo Nero] (il post contiene inoltre un discreto florilegio di altre notizie letterarie su Simenon, Thompson, Grisham, ecc.)
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1080. In tram verso il nulla

Scale
che non portano
da nessuna parte
scale
che salgono soltanto per scendere
è difficile orientarsi
nei dintorni del nulla.


...Luciano Erba prosegue il suo cammino “Senza bussola”, senza certezze, («sono a est della mia ferita | o a sud della mia morte?»): unico segno per orientarsi forse resta la traccia lasciata dalla poesia, graffio o carezza che sia, anche se essa non sempre si rivela all’altezza del compito assegnatole. [...] A Luciano Erba non basta il Cogito ergo sum di Cartesio, né il «Vedo» (o «Video») «dunque sono» cariano, né il Videor ergo sum di Anna Rotunno. Egli ritorna a Sibilla Aleramo: «amo, dunque io sono, io e te siamo.» (nelle “Nuvole”). E un’eco di ciò risulta rinvenibile nella poesia “Nel bosco”, una delle più efficaci («ami, ma ami senza: | migliore esperienza?»)....
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1079. Per un'altruistica egoità

Un bel >>>post di Gabriele (di quelli autobiografici, come piace leggere a me) fa riemergere alla mia memoria la figura di un uomo di cui mio padre parlava spesso: >Guido Calogero. Gli interessavano di lui, oltre le sue >indubbie competenze filosofiche, anche i >suoi interessanti trascorsi politici.
Ho ereditato alcuni suoi libri (con dediche autografe dello stesso professor Calogero) e ricavo da uno di essi questa suggestiva (e attualissima) citazione:
Come allora potrà avvenire che mi si imponga un comando che abbia un'autorità morale e che l'individuo dimentichi se medesimo per qualcosa di superiore? Ma è impossibile evadere dalla cerchia dell'io, poiché l'uomo opera sempre per sé e persegue solo ciò che gli appare migliore. Come potrà allora accertarsi dell'oggettività del fine, se esso apparirà sempre calato nella soggettività del mio tendervi? Come mi sarà possibile volere il bene per il bene, se per ciò dovrò insieme sentirlo come preferibile? Come potrò mai salvarmi dall'egoità, evitandole di essere quella negazione della morale, che è la gretta e angusta prigione dell'egoismo? Ma qui è proprio il punto di soluzione delle difficoltà: la distinzione tra egoità ed egoismo: l'egoità è la situazione necessaria, in cui il volere è l'atto dell'io, mentre l'egoismo è un orientamento specifico che esso può assumere o no. Ogni volontà è per forza egoitaria, ma non per foza egoistica. Al perenne destino di servire a me stesso posso accompagnare la volontà di servire anche ad altri: posso collocare l'inveitabile affetto della soddisfazione nel gusto medesimo dell'altrui soddisfazione. Così, nella ferrea necessità egoitaria, mi è dato schivare la sorte dell'egoismo. Nessun principio etico può prescindere dal motivo dell'altruismo... Dalla prigione dell'io non si evade con l'assurdo tentativo di sottrarsi alla perenne egocentricità dell'autopresenza (ogni estasi non è mai un'uscita da sé, ma solo un'uscita da un certo contenuto del sé; e non c'è buddismo o nirvana senza aspirazione personale e gusto dell'adiaforia), ma si evade soltanto con l'orientamento verso diversi centri d'inteesse; i quali, beninteso, non saranno mai estranei a me, eppure nel contempo dovranno essere da me sentiti come estranei, cioè distinti dal mio originario interesse. Dalla prigione dell'egoismo evado dunque solo a questo modo: instaurando in me medesimo altrui presenze d'interesse...
Guido Calogero > Filosofia del dialogo
[Edizioni di Comunità, Milano, 1969, II ed.]

Per chi volesse approfondire ecco qui un estratto del saggio di Elena Ternullo su >>>La filosofia del dialogo (dalla rivista culturale on line >La Frusta)
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1078. Confidenze di solitudine

Ti confida la pietra i segreti / dei cicli, delle ere. / Intravedi dove gli altri sono ciechi / nell'irraggiungibile solitudine. / Intendi ciò che ti chiede / e taci come la pietra tace / nel silenzio sacro. / Come al tempo degli Dèi / insieme agli astri roteate / e amate, la radice / oscura d'ogni origine / ricominciando ogni volta la luce.
Raffaele Carrieri > Ti confida la pietra i segreti
da "Le ombre dispettose" (Lo Specchio Mondadori, 1974)

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28 gennaio 2009

1077. Una tremenda missione laica

Non so chi sia l'anonimo che oggi, su "AetnaNet" ha postato un coinvolgente articolo su Salvatore Quasimodo. Chiunque egli (o ella) sia, riceva tutta la mia gratitudine:
...Una parola che Quasimodo avvertirà prima di tutto come dono eccezionale e tremendo, una sorta di missione laica per le forti implicazioni di responsabilità nel disvelare alla coscienza degli altri uomini ogni bagliore di verità captata o anche solo messa a fuoco...

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1076. Quella verità a metà strada tra ragione e follia

Pier Aldo Rovatti su "Il Piccolo" di oggi, redige un breve (ma esaustivo) excursus sull'opera di Michel Foucault che, come dice bene lui stesso, risulta essere ancora (e incredibilmente) in gran parte sconosciuta. Personalmente mi ha molto colpito la sottolineatura riguardante il rapporto tra ragione e follia:
...cosa è la follia? Si capisce bene che Foucault non voglia e non possa rispondere alla domanda ”che cosa è?”. Ma il nostro crampo mentale (la nostra metafisica?) ce la ripropone di continuo. Vorremmo una risposta precisa che esibisse la cosa dietro a tutti i suoi effetti storici. Ma, come ha detto una volta Wittgenstein, se togliamo le foglie al carciofo non resta nulla. Forse resta il sapore. E allora potremmo dire che il “sapore” della follia è l’altra faccia di tutte le rappresentazioni che ci siamo fatti e che ci facciamo della ragione...
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1075. La scrittura "in quel certo modo"

Sabrina Manca riprende - >>>ampliandolo con la consueta maestria - un tema che avevo sfiorato (inconsapevolmente) con la citazione al >post 1053.
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1074. Fenomenologia ermeneutica

...non si dà fenomeno senza la mediazione del linguaggio e non si dà scoperta del senso senza il lavoro dell'interpretazione.
Domenico Jervolino > in > AA.VV. > Geneaologia dell'umano > Saggi in onore di Aldo Masullo

1073. Frastornarsi

...Pessoa definisce il filosofo come un uomo frastornato. Mi piace moltissimo questa definizione, mi ci ritrovo: quando penso così, intensamente, al mondo, alla vita, a quello che provo, mi sento frastornata.
> Notturni
Irene mi fa pensare al mio Seneca:
...sic nos animum aliquando debemus relaxare et quibusdam oblectamentis reficere*...
*...noi dobbiamo distendere ogni tanto il nostro animo e ricrearlo con qualche svago...
(Ep. 56, 25)

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27 gennaio 2009

1072. Qualcuno si ostinava a dire che era "pessimista"...

...e qualcuno lo dice, lo scrive e lo insegna ancora. Invece:
Il mio sistema introduce non solo uno Scetticismo ragionato e dimostrato, ma tale che, secondo il mio sistema, la ragione umana per qualsivoglia progresso possibile, non potrà mai spogliarsi di questo scetticismo; anzi esso contiene il vero, e si dimostra che la nostra ragione, non può assolutamente trovare il vero se non dubitando; ch'ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza; e che non solo il dubbio giova a scoprire il vero (secondo il principio di Cartesio), ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita, sa, e sa il più che si possa sapere.
Giacomo Leopardi > Zibaldone, 1655, 8 Settembre 1821

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1071. Le imposture del passato

...il più delle volte i momenti che rimpiangi, mentre li vivevi erano poco meno che orribili. Non trasformare la tenerezza dolorosa e dolceamara del ricordo in una presunta felicità del passato. Il rimpianto è: "dovevo fare questo e non l'ho fatto: ormai è tardi". In questo non c'è via d'uscita. Ma la vera bellezza è questo momento di sofferenza limpida, di dolore ancestrale, in cui ti volti indietro ridendo e piangendo e ridendo ancora, rivedendoti com'eri, ingenua e giovane, e bada dolorosamente, e non felicemente ingenua e giovane...
I corsivi sono miei
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1070. Cose che si urtano e che si imparano (e che cambiano la vita)

Nessuno morì quell'anno. Nessuno prosperò. Non ci furono nascite né matrimoni. Si scrissero diciassette deferenti satire - infrangendo un cliché e presumibilmente creando un genere. Si trattò di un sogno, naturalmente, ma molte fra le cose più importanti, secondo me, s'imparano nel sonno. Parlare, giocare a tennis, la musica, sciare, il modo di comportarsi, l'amore - uno ci prova al risveglio, si blocca magari un attimo, e poi è fatta. Ha colto il ritmo una volta per tutte, di notte, nel sonno. La città, naturalmente, può spezzarlo. E così l'insonnia. Moltissimi sono i ritmi che si urtano. La commessa, il padrone di casa, gli ospiti, gli astanti, sedici tipi diversi di circostanze sociali in una giornata. Ciascuna ha il potere di mettere in forse la tua intera esistenza. Troppa gente ha accesso al tuo stato d'animo. Alcuni sono indifferenti all'antipatia, o addirittura ci provano gusto. Nessuno di quelli che conosco io...
I corsivi sono miei
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Ri-nascite

1069. Concretezza

Ed eccoci qui: ciechi, / brancoliamo in mezzo a muri che vedono, / poiché anche quello che è in noi / è fuori della nostra portata.

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1068. Altro che "dono"...

Anche quell'inutile frammento che tu rappresenti, uomo meschino, è sempre da considerare in connessione intima con l'universo e utile alla sua sussitenza; eppure non sembra che tu ti renda conto che ogni vita si genera per il tutto e per l'equilibrio universale. Non è per te che la tua vita si svolge, bensì tu vieni generato per l'esistenza della vita universale.

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26 gennaio 2009

1067. L'ultima sera di quiete

Avvicinati. Il raggio della sera si compie / contro il nero del tavolo, la lampada batte buio e luce / prima di spezzarsi nel tuono. / Non avvicinarti. Il futuro schiude vapore / come dalla storia l'opaco marmo di un tempio. / Tutto è bianco: / il rovescio dei nostri visi nelle foto / la terra rischiarata dalla duplice vela dei lenzuoli. / Prendi una strada obliqua che basti un bagliore a definire / una quiete - sottile unione del lutto - / visione sotterranea di un fiume sotto l'intreccio delle dita. // Nel vento di queste sere non esiste che vento. / Mi hai chiesto di trattare il desiderio / come se fossi forte quanto il tempo che scuote. / Così entra l'inverno quaranta volte vissuto come tenebra / notte intera che tesse un grande spazio / silenzio del silenzio che sbarrerà domani la finestra.

Il titolo del post è mutuato dal >>>bel film di Valerio Zurlini, al quale la lirica (che in realtà non ha titolo) mi ha fatto ripensare.
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1066. Magia nera

Tra ieri pomeriggio e questa notte mi sono tuffata nel mondo magico (e quando scrivo "magico" intendo "letteralmente magico") di >>>Sindiwe Magona, ricavandone gioia, dolore, passione e speranza.
Cosa posso chiedere di più (d)alla letteratura?
Mi ha ricordato il miglior Ben Okri, ma è una donna, e questo conta. Conta molto, per me.
Mi ha ricordato anche la lezione (intesa in senso puramente letterario) di Coetzee e di Gordimer, ma è nera e dunque è più ad Achebe che ho indirizzato il mio sguardo romanticamente indagatore.
Un esempio su tutti? Il racconto Annegamento a Cala in Push-Push e altre storie; c'è in esso tutta la "sospensione" dalla e per la vita che solo certa letteratura superiore riesce a dare.
Ecco, io l'ho scritto qui.
Ora fate voi.
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1065. Sostanza e apparenza (per uno sguardo divergente sul fine)

La volontà ha come oggetto il fine, ma alcuni pensano che esso sia il Bene, altri ciò che appare loro come Bene.
I corsivi sono miei
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1064. Per un destino di solitudine (il tramonto della verità)

La verità è lo stare originario che non si lascia smuovere e si impone. [...] L'imporsi della verità è questo restare originariamente sola appunto in quanto essa lascia essere la propria negazione. [...] La verità è il destino, non solo perché sorveglia l'autoscioglimento della sua negazione, ma anche perché l'ente è, in quanto tale, lo stare nel suo essere. [...] La verità vede l'essenza del mondo e assiste all'autonegazione di esso; ma la verità resta ancora in attesa del tramonto di quella dominazione.

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25 gennaio 2009

1063. Il potere logora chi non lo vede

...Di fronte alla massa - suo prodotto? suo nemico? Canetti non sembra chiarirlo del tutto - sta il potere, la cui natura è in primo luogo biologica e consiste nell’afferrare ciò che sta davanti e a disposizione, mangiarlo, incorporarlo e annientare così ogni diversità rispetto a colui che divora*. In ogni luogo e ovunque appaia, che cosa è il potere? «L’istante del sopravvivere è l’istante della potenza» (273). Il potente è in primo luogo il sopravvissuto, l’unico superstite di fronte alla distruzione dei suoi simili; il suo trono poggia su mucchi sterminati di cadaveri: «Il più antico ordine - impartito già in epoca estremamente remota, se si tratta di uomini - è una sentenza di morte, la quale costringe la vittima a fuggire. Sarà bene pensarci quando si parla dell’ordine fra gli uomini» (366). Lo strumento e la tonalità del potere è la dissimulazione, il silenzio sulle proprie reali intenzioni, il segreto indicibile, il moltiplicarsi delle maschere, la finzione*. Solo così la parola detta, quando sarà detta, avrà il peso di un’autorità senza limiti, di una sentenza senza appello...
*I corsivi sono miei
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1062. Rete sinaptica

...La specie umana è organizzata in società anche dal punto di vista cerebrale. Come i neuroni hanno funzioni e senso in quanto si connettono tra loro attraverso le sinapsi, così si direbbe le persone funzionano e trovano senso in quanto si connettono con le altre persone: sicché si può dire che i neuroni a specchio potrebbero essere parte delle sinapsi di una sorta di intelligenza collettiva che tiene insieme la società.
Internet, la psicanalisi, il dna, sono ambiti di ricerca nei quali la dimensione della relazione tra persone diventa un territorio da indagare di per sé. Forse non è un cervello collettivo dell'umanità. Ma la nostra consapevolezza individuale può comunque essere affinata da una più profonda consapevolezza sociale.

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1061. La politica dell'infelicità

...mi comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni bello e di ogni letteratura: massimamente che non mi entra poi nel cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e la statistica. Anzi, considerando filosoficamente l’inutilità quasi perfetta degli studi fatti dall’età di Solone in poi per ottenere la perfezione degli stati civili e la felicità dei popoli, mi viene un poco da ridere di questo furore di calcoli e di arzigogoli politici e legislativi; e umilmente mi domando se la felicità dei popoli si può dare senza la felicità degl’individui...

24 gennaio 2009

1060. Progenie di carta

Oggi la società occidentale è solita presentarsi come quella dei diritti dell'uomo; prima di poter rivendicare dei diritti, però, l'uomo aveva dovuto costituirsi come individuo, considerare se stesso in quanto tale ed essere considerato in quanto tale; questo in Europa non sarebbe mai accaduto senza una lunga pratica delle arti e in particolare del romanzo che insegna al lettore a essere curioso dell'altro da sé e a cercare di capire verità diverse dalle sue. In questo senso Cioran ha ragione a definire la società europea come "società del romanzo" e a parlare degli europei come dei "figli del romanzo".

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1059. Una verità poco illuminata

...Come conciliare allora la nostra fiducia nelle descrizioni teoriche, visto che nessuna di esse è sicuramente vera per sempre?
Una domanda del genere è legittima, e sembra addirittura profonda. Appare profonda e interessante, però, solo se chi la pone ha già adottato il duplice punto di vista secondo cui esiste una Verità indipendente da noi, e la crescita delle nostre conoscenze tende a essa sotto la guida di qualche logica. Questo modo di intendere la verità è tuttavia troppo simile a quello di intendere la realtà esterna. In entrambi i casi, infatti, si trascura la circostanza per cui abbiamo solo teorie che fanno riferimento sia alla prima sia alla seconda: discutiamo delle forme della verità così come discutiamo della luce in termini di fotoni...
Enrico Bellone > Molte nature > Saggio sull'evoluzione culturale
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1058. I tempi non erano maturi...

1057. Su e giù dal cielo

1056. Incanti notturni

...Non è un vero lettore, non è un philosophe lisant, colui che non ha mai provato il fascino accusatore dei grandi scaffali pieni di libri non letti, delle biblioteche di notte evocate da Borges nelle sua fiabe...

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1055. Un passo oltre l'immanente

1) Il momento dialettico, preso dall'intelletto come per sé separato, costituisce, specialmente nel suo manifestarsi nei concetti scientifici, lo scetticismo; lo scetticismo contiene la semplice negazione come risultato del momento dialettico.
2) La dialettica viene usualmente considerata come un’arte estrinseca che arbitrariamente porta confusione in concetti determinati e produce una semplice apparenza di contraddizioni in essi, in modo che non queste determinazioni, ma quest’apparenza sarebbe un nulla e l’intellettivo invece sarebbe il vero.
[...] La dialettica invece è questo immanente oltrepassare, in cui l’unilateralità e la limitatezza delle determinazioni dell’intelletto si espone per quello che è, cioè come la loro negazione. Ogni finito è il superare se stesso. La dialettica è quindi l’anima motrice del procedere scientifico ed è il principio mediante il quale soltanto il contenuto della scienza acquista un nesso immanente o una necessità, così come in esso in generale si trova la vera elevazione, non estrinseca, al di là del finito.

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23 gennaio 2009

1054. "Signor O'Brien, energia..."

...Il gruppo di Chris Monroe all’univ. del Maryland ha teletrasportato dati quantistici tra due atomi di metallo (Yb +).

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1053. In volo verso un'altra logica

Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro...

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1052. Non fiori ma opere di penna

Un' >>>interessante intervista di Jadel Andreetto con >Wu Ming 1 e Wu Ming 2 sulle condizioni attuali del cosiddetto New Italian Epic (grazie all'intervista ho potuto anche focalizzare l'attenzione sul film >The Prestige di Christopher Nolan, che non avevo ancora visto e che mi sono affrettata a ordinare).
Il >New Italian Epic è morto. È morto perché recava in sé il suo epitaffio con tanto di date: 1993-2008; ed è giusto che sia così, in un paese in cui non sembra morire (né nascere) mai nulla, in cui il ciclo della vita è arrugginito, inceppato...
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1051. Piccoli centri di gravità permanenti

...“Favola” è ritenuta opposto di “Scienza” e quasi sinonimo di “frottola”. Si impongono tuttavia due sue qualità nel tempo e nello spazio, che danno a pensare. Una è l’antichità delle sue trame, che >Vladimir Propp fa risalire al Paleolitico, l’altra è l’estensione della sua area a continenti e culture diverse e non comunicanti, come per le tante versioni del mito di Amleto, secondo >De Santillana e Van Dechend. Deve esservi nella >fiaba qualcosa di solido e duraturo, qualcosa di interno e profondo, che scende in epoche lontane e negli innumerevoli “centri del mondo”, una legge di stabilità nascosta nella sua piccolezza.

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1050. Il ronzio delle idee

Le religioni sono un oggetto di studio anche più interessante dell’arte popolare e delle passioni sportive. Dicono qualcosa sui modi in cui funzionano le menti umane singolarmente e collettivamente. Mi sono documentato su parecchie di esse e anche su deviazioni eretiche da ceppi iniziali. Non intendo certo trarre insegnamenti dai credenti e dai loro guru: l’entomologo non ne trae dal ronzio degli insetti che studia. Dunque non mi interessano le discussioni su eventuali convergenze tra scienza e fede...

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1049. Genere horror

Il sonno della ragione genera >>>mostri.
[Spero che Francisco Goya mi perdoni per l'irriguardoso accostamento]

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1048. Res cogitans

Ma che cosa, dunque, sono io? Una cosa che pensa. E che cos’è una cosa che pensa? E' una cosa che dubita, che concepisce, che afferma, che nega, che vuole, che non vuole, che immagina anche, e che sente.

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22 gennaio 2009

1047. Sorprese

...Donovan ricorda un McCarthy non cattolico e forse più antico e per il rapporto con la natura e gli animali, soprattutto il cane, fa pensare al Jack London di Il richiamo della foresta di Zanna bianca, ma anche dei racconti come Farsi un fuoco, dove c’è la finale sconfitta dell’uomo di fronte alla natura. Non solo: l’azione, la vendetta e la freddezza sembrano di un Peckinpah senza derive fasciste (si pensi a Cane di paglia), mentre la costruzione del personaggio assomiglia a quella fatta di recente dall’austriaco Glavinic ne Le invenzioni della notte....

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1046. Il canto della balena

Paragoni arditi ma tutto sommato interessanti:
Pierluigi Larotonda > Da "Moby Dick" a Capossela
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1045. Prima visione

Quando la fantasia può elevarsi al di là di ogni immagine, quando la parola scritta evoca l'apparizione di uno "schermo invisibile" su cui proiettare non solo le immagini di ciò che leggiamo, ma anche di tutto quello che - di lì a poco - vorremmo leggere:
...Vi dico una impressione di lettura molto banale su cosa è stato “Guerra e pace” per me: leggere “Guerra e pace” ci vuole il suo tempo naturalmente, ma è come stare al cinema ininterrottamente per due mesi. Cioè è un piacere che non dà nessuna altra cosa al mondo!
Gli Scritti > Il prof. Guido Mazzoni cita, in una conferenza su "Guerra e pace "di L.Tolstoj, quello che ebbe a dire il prof. Guido Sacchi sullo stesso libro
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1044. Tempi che cambiano

C'era un tempo in cui i simboli erano l'epifania di una realtà che si credeva "superiore" e il mistero era legato al fatto che la rappresentazione di un qualcosa altrimenti incomprensibile poteva essere còlta da chiunque - ovunque - così da essere sempre segno di emancipazione in colui che vi credeva (ed era difficile, allora, trovare qualcuno che non vi credesse). Viceversa, i simboli di oggi vengono pescati dal basso e non rappresentano più niente, se non tutto quello che poteva essere e non è stato. Il credente di oggi (non necessariamente religioso) pesca in un fiume paradossalmente assai più pieno di simboli, cui però non è rimasto dietro nulla da rappresentare, se non l'assenza di ogni sostanza.
Ma forse è proprio questo il simbolo ultimo dell'umanità a venire.
Il simbolo è segno di contratto. E’ il riferimento ad un’unità perduta, ricorda e richiama una realtà superiore e nascosta. Ora, nel pensiero medioevale, ogni oggetto materiale era considerato come la raffigurazione di qualcosa che gli corrispondeva su un piano più elevato e diventava così il suo simbolo. Il simbolismo era universale, e il pensare era una continua scoperta di significati nascosti, una costante ierofania. Il mondo nascosto era infatti un mondo sacro, e il pensiero simbolico non era che la forma elaborata, decantata, al livello dei dotti, del pensiero magico, nel quale si immergeva la mentalità comune...
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21 gennaio 2009

1043. Parole nel vento della storia scritta

Ritrovo l'eterno (ma mutevole) conflitto fra parola e scrittura in una deliziosa opera di Sini che avevo già letto qualche anno fa, ma che ora apprezzo con un gusto nuovo (ecco un vantaggio dell'età più matura...). Concordo con il teoreta, nulla potrà impedire alla scrittura di brillare di luce propria, conservando così il proprio fascino discreto e "notturno". Proprio come certe "stelle consigliere" che all'occorrenza non sappiamo nominare, ma che ci sono indispensabili per l'orientamento:
...la metafisica logocentrica domina per tre millenni circa, costringendo la scrittura al ruolo di una tecnica, di un portavoce della parola piena e originaria; di quella parola che, in una vivente presenza a sé, ha nel soffio e nell'eco dell'autocosciente sentirsi parlare la sua prima manifestazione. Ma questa dominazione non riesce a cancellare l'originarietà della scrittura prima: questa fatalmente riemerge (come un rimosso, o come il rimosso)...*

*So di essere "asincrona" ma non ho in grande stima la parola, mentre sono devotissima alla scrittura (soprattutto a quella degli altri). I corsivi nel testo citato sono miei.
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1042. La cultura della differenza

>>>La differenza è un settimanale culturale leggibile on line.
Personalmente ho trovato molto interessanti, nell'ultimo numero, sia l'>>>editoriale di Gian Maria Tosatti che l'>>>articolo di Luigi Coluccio su Camus in occasione di una nuova rappresentazione a teatro dello Straniero.
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1041. Sarcasmi imperiali

Leggo (su Il primo amore) un breve - ma intenso - studio di Sergio Baratto dedicato a Zbigniew Herbert. (Bellissima la poesia Alle porte della valle in esso integralmente citata).
..."Non bisogna mai prendersi troppo sul serio" recita il primo comandamento del dio dell'ironia, una divinità oggetto di culto soprattutto nelle province più ricche ed estenuate dell'Impero. Herbert viveva e scriveva in una terra schiacciata da un potere ossessivo, che forniva ben poche ragioni per ridere. [...]Oggi invece l'imperatore gradisce più di ogni altra cosa che i sudditi ridano di cuore. La catastrofe climatica e l'eventualità di finire sparpagliati lungo il tunnel della metropolitana dall'ordigno di qualche volenteroso adepto di un dio assolutamente serio non devono toglierci il gusto e il privilegio di riderci sopra. Proprio per questo – e non sembri un paradosso – "Herbert è un maestro dell'ironia", come scrive Josif Brodskij nell'introduzione al volume Adelphi. La sua ironia è serissima, il suo sorriso è una smorfia piena di amarezza. Niente è davvero relativo: il potere è sanguinario, la barbarie è la barbarie, la tragedia è la tragedia. Si può ridere così solo se si percepisce la tragedia, solo l'assunzione su di sé della tragedia concede il diritto a quel riso. Del resto, è anche l'unico che sia possibile esprimere. Forse bisognerebbe chiamarlo sarcasmo. Sarkazein è greco: "mordersi le labbra per l'ira" ma anche "dilaniare, strappare pezzi di carne (sarx) come le belve". Il riso tragico nel momento in cui guardi dritto negli occhi il mostro che ti sbrana è un atto di eroismo.

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1040. Un orizzonte senza tempo

Oggi, sulla "Stampa", Carlo Rovelli spiega - bene - quali siano, in fisica teorica, gli ultimi orizzonti sull'origine dell'universo. E lo fa sovvertendo un'idea difficile da "espiantare" dallo scenario comune umano: quella del Tempo. Il suo è un suggerimento estremo, ma a mio modesto avviso efficace (e assolutamente affascinante, anche per le implicazioni filosofiche che esso comporta): facciamone a meno.
...E se «spazio» e «tempo» non fossero strutture universali alla base del reale, ma solo approssimazioni che hanno significato per la nostra esperienza quotidiana, ma non vanno più bene per capire il mondo un po' più in profondità? [...] Ripensare cosa sia il tempo è il passo più arduo. Siamo abituati a concepire l'uniforme scorrere del tempo; questo grande fiume in cui siamo immersi e che ci trascina. Ma un vero fiume è solo una danza disordinata di milioni di molecole d'acqua; vista da lontano, la danza disordinata diventa un placido e ordinato fluire, a costante velocità. E se il tempo si scomponesse anch'esso in una danza incoerente e disordinata, quando osserviamo il reale alle scale più minute? Se la nostra idea di un Grande Tempo che fluisce non fosse che una specie di approssimazione, che ha senso solo su scale «grandi»? Se per scrivere le equazioni fondamentali che descrivono il mondo fosse necessario dimenticarsi del tutto della variabile «tempo»? [...] Il campo di ricerca che si occupa di questi problemi si chiama «gravità quantistica»: è il nome dato alla teoria che stiamo cercando e che deve combinare Relatività generale e meccanica quantistica in un quadro coerente. E' una teoria cercata ansiosamente da decenni, un «Santo Graal» della fisica teorica contemporanea. [...] Le equazioni della gravità quantistica a loop descrivono la dinamica dello spazio come una danza di minutissimi anellini («loop» in inglese ). Nelle equazioni non c'è la variabile tempo. Le equazioni ci forzano, quindi, a ripensare da capo il mondo, senza mettere il «tempo» alla base della struttura della realtà. Se la teoria è giusta, il tempo non esiste. Il tempo è, come la velocità media dell'acqua di un fiume, nient'altro che una nozione media e approssimata, utile solo a scale molto grandi rispetto alla trama minuta del reale. Per comprendere questa trama minuta dobbiamo fare uno sforzo di immaginazione che ci porti fuori dalle nostre abitudini: pensare il mondo senza pensare al tempo...

1039. Il lato transeunte della gioia

Di pari passo coi ricordi, sfugge la staticità della gioia. Questo bene che, finché dura, crediamo eterno, ci offre il senso della sua esatta misura solo quando ci manca. Come accade per l'aria che respiriamo e per la terra che calpestiamo: è la sua assenza a rivelarci - troppo tardi e paradossalmente - la sua effettiva esistenza.
E' dal completo oblìo dell'ieri che io creo le cose di ogni ora... Io non credo alle cose morte e confondo il non essere più col non essere mai stato... Se almeno i nostri mediocri cervelli sapessero imbalsamare i ricordi! Ma questi si conservano male..., i più voluttuosi marciscono... Ciò di cui ci si pente era delizioso al principio... Rimpianti, rimorsi, pentimenti, visti a posteriori, sono gioie brevi. Non amo guardarmi indietro, e rinuncio al mio lontano passato, come l'uccello, per involarsi, abbandona la sua ombra... Ogni gioia ci attende sempre, ma essa vuole sempre trovare il letto vuoto, essere l'unica, e vuole che si arrivi a lei come un vedovo... Ogni gioia è simile all'acqua della fonte Amele, che, narra Platone, non si poteva conservare in nessun vaso... Ogni istante porta via con sé tutto ciò che aveva apportato.

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20 gennaio 2009

1038. Nuove coordinate cartesiane

Per orientarsi meglio - soprattutto nella parte "meno abitata della rete" - ecco un interessante progetto di condivisione del conoscere:
...Ma forse è meglio ricominciare da capo. Dicendo che loro sono quelli di >>>ThinkTag. Che ThinkTag è un’idea/progetto di Derrick de Kerckhove, Giovanna Guarriello, Carlo Infante, Roberto Maragliano, Germano Paini. Che l’idea è quella di organizzare, condividere e disseminare le informazioni, i saperi e le conoscenze, esplicite e tacite, che ciascuno elabora ed utilizza nella sua esperienza, nello studio e nel lavoro. Che TinkTag consente di associare a ciascuna delle risorse di conoscenza disponibili (circa 50), secondo le logiche del social tagging, tag per la marcatura, osservazioni personali, memorabilia (citazioni e note a margine), files, links, e connessioni ad altre risorse...

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1037. Terra sulla stella del mattino

Metafore italiane:
...Se Tito Livio ci ha tramandato le vicende pre-romane di Pisaurum, quand'era abitata dai Piceni, e l'inizio della sua romanità, quell'anno 184 a.C quando fu sottratta all'ager gallicus, la grande casa di via Matteotti - muta testimone - ci tramandava a propria volta l'ultima traccia visibile a tutti di quei secoli. Chi fece edificare l'ampia e fastosa magione, dotata di locali spaziosi e di un hortus adornato - duemila anni fa - di capolavori della scultura, fontane, colonne e alberi da frutto? Forse un comandante, un veterano fedele all'imperatore Ottaviano, gratificato con un ruolo politico di primo piano nella colonia Iulia Felix Pisaurum? Di certo, un uomo importante, uno dei notabili che condussero la città di Pesaro al massimo fulgore economico e architettonico. Può darsi fosse uno dei leggendari "magister vici".
Chi ha deciso di seppellire la domus di via Matteotti non si è reso conto del suo incommensurabile valore storico, urbanistico e architettonico, ma si è limitato a definire "poveri" e "poco significativi" i mosaici pavimentali. Niente di più sbagliato, perché è della prima età imperiale la sobrietà di quelle astrazioni: la crux gammata, il quadrato, la stella del mattino...
Vivere Fano > Cade la terra sulla domus e il fango copre cultura e civiltà
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1036. Ágape moderna

Che il Nuovo Rinascimento passi proprio da queste parti? Che ognuno di noi ne diventi un - pur microscopico - protagonista? Sperare - come si sa - non costa molto. Agire, magari con dei buoni esempi, un po' di più. Da perdere mi pare ci sia ben poco.
...Perché la rete e il dono hanno molto in comune. Sono dimensioni della comunicazione e dello scambio che spingono a vedere il soggetto più nella persona intera che nel suo sottoinsieme di attore sociale o di operatore economico...

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19 gennaio 2009

1035. Chi le ha viste?

Queste tre "sorelle" mi pare non frequentino più da qualche tempo le strade delle città degli uomini:
...Sono ancora sorelle, Eunomia (il buon governo), Dike (la giustizia) e Irene (la pace), "auree figlie di Temi", ma il vincolo sororale è già vincolo politico in Solone: per lui esse custodiscono la città, tenendo lontane da essa hybris e koros, la prevaricazione e l'arroganza. Riferiti alla polis, hybris e koros sono mali tutti "politici": in essi si annida il germe della discordia civile (stasis). Politico - sempre per Solone - è il volto di Eunomia: la "figlia salvifica" di Temi.
La buona legislazione è un valore politico, e anche la giustizia lo è.
Prendendo spunto da questi due "poli" politici, Solone rappresenta il punto più alto di questa visione.
Anna Jellamo > Il cammino di Dike. L'idea di giustizia da Omero a Eschilo
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1034. Lo scrittore senza parole

L'amico Roberto Bonuglia, sul blog che gestisce al meglio assieme a Vito Cirillo, ha pubblicato un ottimo articolo su uno scrittore che - come sa chi mi segue da tempo - mi è molto caro: Riccardo Bacchelli. L'articolo è ben più di un semplice post poiché, pur concentrando nello spazio obbligatoriamente ristretto di un blog tutte le notizie bio-bibliografiche utili alla conoscenza diretta dell'autore, offre anche un piccolo, ma intelligente sguardo interiore dello scrittore, e lo fa con una sensibilità rara, che non è così semplice esprimere e trasmettere. Roberto questo lo sa fare, e io mi compiaccio con lui (oltretutto ha avuto anche la bontà di citare un mio modesto scritto su Bacchelli, e di questo lo ringrazio).
...con il suo linguaggio personale e coltissimo, Bacchelli ha descritto e giudicato uomini e cose di ogni tempo e di ogni paese, ha espresso le più sottili emozioni dell’anima e dei sensi. Eppure, tutto ciò sembrava non bastargli: «ogni scrittore degno di questo nome» dichiarò una volta «non è riuscito proprio quel che s’era sognato e creduto di riuscire. Questo è il cruccio segreto, che lo scrittore non può spiegare, poiché infine quel che avrebbe voluto dire era indicibile e senza parole»...
Khayyam's blog > Lo scrittore senza libri in casa: Riccardo Bacchelli e il Novecento letterario italiano
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1033. Risorse

Un'altra preziosa risorsa d'indagine e ricerca bibliografica è offerta dal Centro Studi Piero Gobetti di Torino:
infatti sono disponibili le bibliografie di e su Norberto Bobbio, nonché l'intera biblioteca professionale del filosofo (con la possibilità di leggere direttamente on line molte delle opere citate).
Il Centro, inoltre, offre anche la possibilità di ricevere a casa - in copia - molte delle opere predette. Basta seguire le istruzioni per la richiesta e l'invio.
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1032. Tesori

Una ricchissima messe di materiali su due donne - Simone Weil e Cristina Campo - che, coi loro passi, hanno lasciato una traccia indelebile nel mondo che non le ha accolte.
La mette lodevolmente a disposizione Gianfranco Bertagni nel che è ricco anche di ben altro.
Se avete un'ora, un giorno o anche solo un minuto di tempo libero, non mancate di aprire il link.
Entrerete in una realtà "altra", forse l'unica degna di essere chiamata con questo nome.
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18 gennaio 2009

1031. Pro memoria

...E comunque è sempre bene che - da buona scettica - ricordi a me stessa ciò che dice Eraclito (nel frammento 123):
physis kryptesthai phylei
[L'intima natura delle cose ama nascondersi]
perché con tutte queste certezze che ci sono in giro non vorrei dimenticarmene...
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1030. Scene da un dolore

Le implicazioni psicanalitico-letterarie del dolore analizzate da un grande romanziere:
...Ma il quoziente di dolore di un individuo non è già abbastanza terribile senza amplificazioni romanzesche, senza dare alle cose un’intensità che nella vita è effimera e certe volte addirittura invisibile? Non per tutti. Per poche, pochissime persone quast’amplificazione, uscendo e sviluppandosi in modo incerto dal nulla, costituisce la loro unica sicurezza, e il non vissuto, la supposizione, impressa per esteso sulla carta, è la vita il cui significato arriva a contare di più.
via Scompartimento per lettori e taciturni > mi era parso assolutamente indispensabile
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1029. Mani che si cercano

Nel settembre del 1958, mentre su invito del governo russo si trovava a Mosca per un convegno di poeti, Salvatore Quasimodo fu colto da infarto e ricoverato all'ospedale Botkin. Lì resterà fino all'aprile del 1959 (pochi mesi prima dell'assegnazione del premio Nobel per la letteratura), affidato soprattutto alle cure dell'infermiera Varvàra Alexandrovna. L'immagine della donna - e delle sue attenzioni disinteressate - resterà ben impressa nella mente del poeta che, qualche anno dopo, darà alle stampe la sua raccolta più matura, Dare e avere, dove è contenuta la seguente lirica, che consegna il nome di lei - altrimenti anonimo - alla storia letteraria del mondo. [In grassetto le immagini - ben raccolte nell'espressione "corde astratte della mente" - che più mi hanno colpito, da sempre]:
Un ramo arido di betulla batte / con dentro il verde su una finestra a vortice / di Mosca. Di notte la Siberia stacca il suo vento / lucente sul vetro di schiuma, una trama / di corde astratte nella mente. Sono malato: / sono io che posso morire da un minuto all'altro; / proprio io, Varvàra Alexandrovna, che giri / per le stanze del Botkin, con le scarpette di feltro / e gli occhi frettolosi, infermiera della sorte. / Non ho paura della morte / come non ho avuto timore della vita. / O penso che sia un altro qui disteso. / Forse se non ricordo amore, pietà, la terra / che sgretola la natura inseparabile, il livido / suono della solitudine, posso cadere dalla vita. / Scotta la tua mano notturna, Varvàra / Alexandrovna; sono le dita di mia madre / che stringono per lasciare lunga pace / sotto la violenza. Sei la Russia umana / del tempo di Tolstoj o di Majakovskij, / sei la Russia, non un paesaggio di neve / riflesso in uno specchio d'ospedale / sei una moltitudine di mani che cercano altre mani.
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17 gennaio 2009

1028. Sui monti della Luna, giù nella valle dell'Ombra...

1027. Laddove la logica sembra a volte non esistere

Alzi la mano chi non si è mai chiesto ciò che si chiede qui sotto il filosofo. Magari non nell'orizzonte ampio del teoreta, ma in quello più piccolo - ma non per questo meno importante - della propria "storia", che poi è la vita, che poi è il senso che decidiamo di dare a essa.
La storia ha una sua logica? Esiste una logica della storia, una logica per cui al di là della superficie dei fatti storici è possibile instaurare dei collegamenti e [...] fare anche delle previsioni? Questa domanda è a mio avviso di grande rilievo, di grande importanza filosofica, e aggiungo che è un elemento negativo del nostro tempo il fatto che questa domanda perlopiù non viene neppure compresa. [...] E' chiaro che questa domanda può avere molteplici risposte, ma quale che sia la risposta, il problema per noi oggi è di recuperare il senso di questa domanda; e mi sembra che oggi abbiamo perduto anche, per molti versi, la capacità di sentire, di vivere il senso di questa domanda, se cioè la storia abbia una logica o tutto accade a caso.
Vincenzo Vitiello > Filosofia teoretica. Domande fondamentali: percorsi e interpretazioni
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1026. Una solitudine corale

La scarpa sul tetto è un libro pieno di gente. Sola. Scritto da un drammaturgo (e filosofo) francese, Vincent Delecroix, che, tra l'altro, ha di recente vinto il prestigioso premio Molière per la sua attività di autore teatrale. Lode e gloria alla casa editrice Excelsior 1881 che lo ha fatto tradurre - bene - da Lorenzo Canepa, Vincenzo Latronico e Giulio Lupieri (e non dev'essere stata facile la versione dal francese, visti i "virtuosismi" linguistici di Delecroix...).
Anche questo, come quello di Paasilinna >>>di cui parlavo ieri, è un romanzo (ma non sono del tutto sicura che questa "definizione" si addica al volume) a più voci. Ma, a differenza di quello, pur non avendo un tema tanto disperato ha in sé una disperazione di fondo che - a tratti - sembra rasentare addirittura la follia. Troppi i protagonisti a cui poter dare in queste brevi note una voce, troppi i rivoli della storia da seguire. E poi la protagonista è una... scarpa, finita su un tetto chissà come, e quindi cercare di antropomorfizzare un simile soggetto sarebbe fin troppo arduo. Mi limito quindi a scrivere che sono pochi i libri che si leggono con tanta scioltezza, e sempre pochi sono quelli che, trattando di tipi di umanità tanto diversi tra loro, riescono a non scadere nelle facili generalizzazioni. Qui ogni protagonista della "comunità" (una comunità tale solo sulla carta, poiché i singoli soggetti che la abitano sono inconsapevoli parti di un tutto) ha la sua fisionomia marcata, la sua spiccata riconoscibilità. Se ne possono amare alcuni e avere altri in antipatia, ma non si può non riconoscere in tutti il tarlo della solitudine che, nella società odierna, pur veloce e eternamente interconnessa, risulta ancor più amaro e tristemente frequente di quanto, in superficie, non possa apparire.
Una lettura semplice eppure raffinata, che chiede molto ma che restituisce anche di più.

>>>qui una breve intervista filmata all'autore

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1025. Il connubio ideale

Dalle parti di Utopia nasce questo e altro...
Per esempio un mio antico sogno nel cassetto: il connubio fra scienza e letteratura.
I grandi romanzi dell’Era vittoriana hanno aiutato la diffusione dei geni altruistici fornendo modelli sociali positivi e quindi favorendone l’emulazione, influenzando di fatto profondamente l’evoluzione umana. Lo sostiene uno studio apparso sulla rivista Evolutionary Psychology. [...] È emerso che dalle trame e dal carattere dei personaggi traspariva un messaggio morale di estrema positività nei confronti dei comportamenti altruistici e leali, mentre l’egoismo e la chiusura verso gli altri erano fortemente stigmatizzati dagli scrittori del tempo...

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16 gennaio 2009

1024. Non solo Depressione

Per un approccio diverso e originale alla grande crisi del '29:
...per tornare alla Grande Depressione, ci sono pochi dubbi sul fatto che Steinbeck ne sia stato il grande cantore, soprattutto per gli effetti sugli agricoltori della sua California. Anche perché le piaghe inflitte dalla crisi economica si fecero addirittura purulente per i contadini afflitti da una delle peggiori siccità a memoria d'uomo. C'è chi ritrova già The Pastures of Heaven (I pascoli del cielo) il suo primo successo del 1932, tradotto in Italia da Elio Vittorini nel 1940, sentimenti e umori della grande crisi. Certo la questione è molto soggettiva e chiunque ha il diritto di scovare in altri celebri autori ideali esempi dell'impatto di quegli anni terribili sulla letteratura americana, poesia e teatro compresi...
Giorgio Blair (Il Velino) > Grande Depressione: molto dolore ma anche Steinbeck e O'Neill
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1023. Una (diversa) nozione di libertà

Mi chiedo, molto accademicamente, cosa sia rimasto oggi - nella "grande nazione" - di tutto questo. La risposta è vaga, per certi versi ostile. Sicuramente insufficiente.
...Il pragmatismo, dunque, contribuì in modo determinante a forgiare una nozione di libertà che si rivelò fondamentale per la successiva storia del liberalismo americano: una libertà non "naturale", bensì prodotto "artificiale" della società; una libertà, quindi, non sostenuta sulla base dell'esaltazione dell'individualismo a spese del gruppo, bensì dalla sua "utilità sociale".
Giovanni Borgognone a proposito del volume > "Il circolo metafisico. La nascita del pragmatismo americano" di Louis Menand
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1022. Il dono della leggerezza

C'è chi riesce a raccontare la disperazione con una certa levità. Non è mancanza di rispetto nei confronti di chi soffre, tutt'altro. E' il dono dell'estro come lenimento al dolore. Quello di chi resta, quello di chi sa che - suo malgrado - dovrà sopravvivere (ancora un po'). Paasilinna è fra i fortunati che riescono a trattare l'argomento "spinoso" con una leggerezza che - a volte - sa quasi di gioia. Leggerlo è un piacere e una sofferenza al contempo, ma il piacere - è bene dirlo - è molto di più. Nel suo struggente romanzo corale, infatti, aleggia la morte ma trionfa la vita.
Fin dall’inverno il direttore Onni Rellonen aveva covato propositi di suicidio: e non era la prima volta. La sua voglia di vivere s’era già esaurita da tempo, e la depressione aveva a sua volta convertito la sua sana aggressività in pensieri autodistruttivi. Quanto a lui, avrebbe già messo fine ai suoi giorni la primavera precedente, all’epoca del fallimento della lavanderia, ma in qualche modo gliene era mancata la forza. Adesso era san Giovanni. La moglie era rimasta in città, dicendo che non voleva rovinarsi la festa in campagna con un marito deprimente. Una sera della vigilia in solitudine, senza falò, senza compagnia, senza futuro. Niente di meglio per far felice un povero cristo. Onni Rellonen posò la bottiglia di birra sullo scalino e rientrò in casa. Rovistò nei cassetti del comò in camera da letto, tirò fuori la pistola, la caricò e la fece scivolare nella tasca dei pantaloni...

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