akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

24 giugno 2009

1363. La verità inconcludente


Non ha senso discutere di un concetto senza averlo prima definito con la massima precisione. Non si può affermare la verità o la falsità di un asserto, senza aver specificato con esattezza il senso di esso, e soprattutto il senso da attribuirsi alla prova della verità o falsità del medesimo. Non si può discutere di un problema finché esso conserva la forma di vago indovinello, finché esso resta un problema privo di un contenuto ben determinato. [...] Nel linguaggio ordinario sono frequentissime le discussioni inconcludenti, il cui difetto sta proprio in un'originaria ambiguità di termini, ambiguità accettata passivamente senza alcun tentativo per superarla. Quasi non vale la pena fare degli esempi. Chi non ricorda di aver mille volte discusso con amici, per accorgersi poi - alla fine dellla discussione - che il nodo del problema consisteva nel significato diverso che gli uni e gli altri attribuivano al medesimo termine?...

§ Le origini della metodologia moderna
in "Fondamenti logici della scienza"
ed. Einaudi, 1947

9 Comments:

  • At 25/6/09 8:01 AM, Blogger Fra said…

    Questo genere di duscussioni ricorrono spesso tra me e mio padre.
    Si tenta di spiegarci problemi e di darci opinioni e si va sempre in conflitto, ripensandoci poi in solitudine e costatando che si tentava di dire la stessa medesima cosa.
    Mi sono sempre chiesta allora che cosa determini l'incomprensione... L'uso scorretto/inappropriato del lignuaggio? Questione di limiti della propria visione? Ottusità mentale? Incapacità all'ascolto? Essere privi di empatia?
    E mi sono sempre chiesta: come si diventa dei bravi ascoltatori?

    Grazie Clelia per tutti questi momenti di riflessione. Sono l'energia quotidiana del mio scorrrere.

     
  • At 25/6/09 11:18 AM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Forse l'idea "pura" dell'ascolto non la si impara mai; fermo restando, poi, che per dialogare bisogna per forza essere in due, a parlare.
    L'ascolto ("e basta") è una decisione complessa, irremovibile, quasi assoluta.
    Meglio dedicarlo alla natura, alle cose, agli aspetti più propri di sé.
    Se lo si vuole dedicare agli altri, non ci resta che isolarci dal mondo. Trasformarci in una specie di "anacoreti" moderni.

    Cosa complicata, difficile da praticare.

    Non impossibile, però.

    Grazie a te, un saluto caro.

    C.

     
  • At 25/6/09 12:40 PM, Anonymous Domenico Fina said…

    “Chi tace acconsente” è uno dei modi di dire più insulsi. Chi tace tace, spesso perché capisce che è dura intendersi. Per esprimere un concetto nel modo migliore bisognerebbe poter dire un complesso romanzo di parole. Non sempre è possibile, allora si tace, come faceva Musil che aveva scritto L’uomo senza qualità anche per questo desiderio di verità. Musil taceva anche nei bar, se non gli era gradita la compagnia, scrive Canetti; passava per “snob” per alcuni ma a Musil “questi” alcuni non interessavano.
    Nelle normali discussioni ci si ferma a metà strada, si dice un po’ e un po’ e spesso non ci si intende appieno. Due che si intendono si sarebbero intesi anche con due parole, due che non si intendono per loro è dura. Io mi sarei capito con Cechov se lo avessi avuto vicino di casa, mentre con la mia vicina di casa è una impresa da invitti. Con Clelia , se dovessi incontrarla, chissà se ci capiremmo. Forse lei è una tolstoiana con convincimenti d’acciaio, anche nel dubbio. Oppure è un’esperta in “geometria della rinuncia” come succede col protagonista de “Il segreto” dell’Anonimo Triestino.
    Oppure è una ragazza semplice, che vive serena con un té, una camelia e una nota musicale.
    Oppure è un po' di tutto.

    Ciao e buona giornata (scusa per le mie bubbole)

    Domenico Fina

     
  • At 25/6/09 2:01 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    La "geometria della rinuncia" è un tema che mi si addice (e di camelie, tè e musica ho parlato, a volte, qui sul blog). Il Tolstoj di "Resurrezione", poi, è stato per me una specie di "illuminazione" adolescenziale diventando quindi, nell'età adulta, una guida sicura.

    [Anche un po' nel "tutto" (o nel "tutto un po'") di cui parli non mi dispiacerebbe riconoscermi].

    Io penso ci capiremmo. Magari dedicandoci a lunghi silenzi, chissà.

    Ricambio il buon auspicio (e ringrazio per le "bubbole").

    C.

     
  • At 25/6/09 6:05 PM, Blogger AndreaCati said…

    Scopro per la prima volta questo blog quasi per caso, e direi che la fortuna mi è stata vicina.
    Interessante e direi provocatorie queste parole di Geymonat che, in poche righe, esprime l'iperrazionalismo a cui sembra sia condannato l'uomo se vuole intendersi con un altro uomo. Una posizione che non condivido, o meglio, riduttiva nei confronti dell'apertura trascendentale a cui siamo continuamente "costretti". A soldoni e in semplici parole potrei affermare che l'uomo non ha la possibilità di capirsi in un dialogo con l'altro uomo soltanto attraverso il linguaggio verbale. Il corpo, la voce, la tonalità, il ritmo, la presenza e l'assenza di cui sono caricate le parole, l'alterità a cui e con cui ci si confronta, rendono il dialogo e il rapporto con l'altro qualcosa di straordinario di irriducibile ad una mera intesa nozionistica dei concetti a cui ci si riferisce.

     
  • At 25/6/09 6:33 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Può darsi, Andrea, anche se davanti alla necessaria e (qualche volta) oppressiva (se non addirittura ossessiva) sequela di gesti, ritmi, parole, suoni (e a tutta la "prossemica" possibile e immaginabile), penso non sia da disdegnare anche un po' di sano e poco dispendioso silenzio.

    Resto dell'idea che, riguardo alla conoscenza reciproca, possa di più un silenzio mirato all'ascolto dell'altro che un fiume di parole e gesti usati per farsi capire, conoscere, apprezzare, amare ecc. ecc.

    In certi casi trovare la "giusta misura" è complicato e l'hybris rischia di essere sempre in agguato.

    Benvenuto da queste parti.

    C.

     
  • At 25/6/09 8:13 PM, Anonymous Anonimo said…

    ciao mi piace leggerti per meditare. lo faccio ogni giorno. ascolto la voce e guardo il corpo, gli occhi di chi mi parla , ma spesso soffro ché non riesco ad interagire perché sento che è inutile, dopo molti infruttuosi tentativi di "retto dialogo",a comunicare ed allora sto zitta. sarà un silenzio che parla?Anna

     
  • At 25/6/09 9:00 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Penso (e spero) di sì, comunque è già molto se ascolta.

    Un saluto caro,

    C.

     
  • At 25/6/09 10:37 PM, Blogger AndreaCati said…

    Convengo con te, credo che il silenzio sia una componente fondamentale dello stare insieme con se stessi e con l'altro. Come si dice, abbiamo due orecchie e una bocca, cioè siamo fatti più per ascoltare anziché la lingua parlata.
    Sull'ossessività credo che il discorso può essere capovolto anche in merito al silenzio. Penso alla Emily Dickinson, il suo sarà stato un silenzio ossessivo,martellante, che ha restiuto una poesia assolutamente unica ma anche sofferta, sempre vicina alla morte.

    Grazie.

     

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