akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

19 giugno 2009

1359. Al bivio della pratica filosofica [IV]


Vado in una direzione precisa, più sulla scorta di una suggestione, o di una credenza, che sulla base di argomenti inconfutabili. La direzione è quella che porta a un bivio: di qua è la filosofia come disciplina, la filosofia accademica, chiamiamola semplicemente così e nessuno s'offenda, e di là c'è la pratica filosofica.

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Filosofo è essenzialmente colui che ha intrapreso un cammino verso la conoscenza di sé nel mondo, perché ha accettato una sfida con il mondo, con se stesso, con gli altri. Ed è questa ambigua (per ora) qualità che lo differenzia.
La pratica filosofica è il suo cammino.

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La pratica filosofica non può essere intesa come un mezzo, essa infatti, non serve a nulla perché non è serva di nulla, e quando dà l'impressione di servire vuol dire che essa è già caduta in rovina. Quando, dunque, ti domandi quale sia l'utilità della filosofia, sei già lontano da essa. Il semplice fatto di aver posto una simile domanda dimostra una profonda incomprensione della sua natura più autentica.

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Cambiare prospettiva, questa è la prima astuzia del filosofo. Osservare la stessa parola, lo stesso concetto da una posizione diversa, spostare l'io nel tu, mutare il soggetto in oggetto, ribaltare il fare e il subire, alternare il dire e l'ascoltare...