akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

18 giugno 2009

1358. Lettere dalla zona interdetta [XXXVI] Temperanza


...Il "troppo" di questo nostro presente genera una condizione di (neanche tanto sottile) decadenza. L'idea cioè di un (de)cadere continuo, come di qualcuno che inciampa, va a terra, si rialza, casca di nuovo, e così via, senza trovare mai un appiglio, un'idea, una forma di vivere che gli consenta di non ripetere il triste rituale del (quasi compiaciuto) abbattimento al suolo. Sì, sarebbe necessario, a un certo punto, saper restare in piedi o - nell'impossibilità di farlo - non rialzarsi più. La caduta continua alla lunga stanca, e impedisce di trovare quell'equilibrio minimo che consente di vivere con una certa coerenza.
[...]
Una volta mi scrivesti che il dolore va custodito con cura perché consente di apprezzare appieno l'idea del futuro risanamento. Non ci ho mai creduto, e al dolore (ineluttabile) ho assegnato un compito diverso: diventare cioè un "ponte" fra una condizione di vulnerabilità e un'altra, più profonda, di consapevolezza. Il benessere del momento mi interessa poco, quello che cerco è il bene durevole che va ben al di là di un'ora, di un giorno, di un momento dato. A questo concetto unisco quello di felicità, che è ad esso molto simile e - per certi versi - dipendente (perché, leopardianamente parlando, si sta bene solo quando il male ci toglie momentaneamente di dosso i suoi artigli). Quindi nessuna "estetizzazione" del bene, nessuna idea cristiana di "espiazione" (non vedo per quale "condanna" dovrei espiare la mia pena e, soprattutto, chi sarebbe mai abilitato a comminarmela).
E' la necessità della sopravvivenza quella che dovrebbe spingerci al bene, tutto il resto è fumisteria teologica, pura e semplice speculazione di individui (quasi sempre maschi) che vedono nella vita sempre e comunque l'idea della lotta, della guerra, del campo di battaglia dove "battersi" con le clave contro qualche improbabile "nemico".
Bisognerebbe farla finita con quest'idea tribale del più forte che si legittima combattendo. Il più forte è colui (o colei) che mira alla pace e all'equilibrio.
Basta con le (ri)cadute, basta con le clave, cominciamo a usare la coscienza del bene (visto che siamo animali sì, ma evoluti) e finiamola una buona volta con questa idea del "male" come dato del destino, della "vita ad ogni costo", del "bene" delegato in mano a profeti che hanno spalmato sul genere umano le loro turbe interiori; i loro "sacerdoti" sono ormai inattuali perché il tempo degli sciamani è finito. Solo l'uomo ha in mano la sua vita. Nessun "rappresentante" di altre "entità" può dirgli quello che deve o non deve fare.

Stammi bene.

°

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