akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

10 giugno 2009

1350. Con gli occhi dell'aporìa



Un panorama si risolve sempre in una prospettiva, e noi sempre 'prospetticamente' dovremmo guardare alla vita. Onestà vorrebbe infatti che scegliessimo una prospettiva che non fosse arbitraria o - peggio ancora - deformante; l'intelligenza, qualora decidessimo di farne uso, consisterebbe unicamente nel saper guardare qualsiasi cosa non avendo già in noi l'illusione di conoscerla o - addirittura - di poterla/volerla 'ricreare'. Posso nutrire in me solo la ragionevole speranza di essermi collocata in una prospettiva storicamente (e quindi 'umanamente') giustificata.
In ultima analisi dovrei cercare di aprire il mio discorso ermeneutico in maniera più universale, evitando di inseguire ogni traguardo momentaneo che, per forza di cose, rischia di trasformarsi in un obiettivo limitato, strumentale.
Credo infatti che il momento più valido e felice di ogni 'filosofia' che guardi al mondo senza pregiudizio sia senz'altro quello fenomenologico e aporetico, il modo cioè in cui ogni individuo si apre alla vita e la descrive accettandola in tutte le sue antinomie e contraddizioni.
Occorre vincere una certa 'sovrastrutturalità' autoimposta, e anche un certo istinto di conservazione; buono in certe circostanze, assolutamente esiziale in altre.
Si può fare, credo.
O almeno tentare.