akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

07 giugno 2009

1347. Da lontano


Che l'esistenza umana debba essere una specie di smarrimento risulta a sufficienza dalla semplice osservazione che l'uomo è una concrezione di bisogni, la difficile soddisfazione dei quali non gli garantisce se non una condizione senza dolore, nella quale poi è dato in preda alla noia; la quale dimostra direttamente che l'esistenza non ha in sé alcun valore: infatti essa non è altro che il sentire la sua vacuità. Se la vita, nel desiderio della quale consiste la nostra essenza ed esistenza, avesse un valore positivo e un contenuto reale in se stessa, non potrebbe esservi la noia: bensì la pura esistenza in se stessa dovrebbe appagarci e soddisfarci. Ma noi gioiamo della nostra esistenza solo in questi due modi: o nel desiderio, nel quale la lontananza e gli ostacoli ci fanno apparire la meta come un appagamento - e questa illusione scompare dopo che si è raggiunta la meta - oppure in un'occupazione puramente intellettuale, nella quale, però, propriamente, usciamo dalla vita, onde considerarla dall'esterno come gli spettatori nei palchi. Perfino il godimento dei sensi consiste in un continuo desiderio, e cessa non appena è raggiunto il suo scopo. Ogni volta che non ci troviamo in uno di quei due casi, ma siamo respinti nella nuda esistenza, ci convinciamo della nullità e della vacuità di essa.
Questa è la noia.
Aggiunte alla dottrina della nullità dell'esistenza
§ 146