akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

02 maggio 2009

1292. La destinazione inevitabile

Anche allora, però, c'era un problema. C'era sempre la domanda: "Tutto qui?". Pensare a questo lo spinse a pensare di nuovo a suo padre. Suo padre era nato a New York e non aveva perso la mentalità dei newyorkesi. "Allora, Henry. Per te è tutto qui?" diceva in tono beffardo. Suo padre aveva sempre l'impressione che dovesse esserci di più, di più per Henry, di più per i suoi fratelli, più di quello che avevano, più di quello di cui forse si sarebbero accontentati. Accontentarsi, non fare il passo più lungo della gamba, significava accettare troppo poco. E così, secondo suo padre, anche se tutto era squisito e impareggiabile, come avrebbe potuto sembrare, nella vita non doveva andare meglio di così? La vita era sempre andata meglio. C'era sempre stato qualcosa di più che doveva ancora venire. Anche se lui aveva quarantanove anni, ormai, e c'erano dei cambiamenti che non si notavano: cambiamenti fisici, mentali, spirituali. Parti della vita erano state vissute e non lo sarebbero state mai più. Forse il momento decisivo era già passato, e oggi, quando ci avesse ripensato da un momento successivo, oggi qualcosa forse gli avrebbe suggerito che era stato allora che le cose avevano cominciato ad andare storte, o che erano già andate storte, e questo anche quando le cose sembravano essere al loro acme. E allora, naturalmente, in quel momento successivo, ti saresti trovato a mal partito. Ti saresti trovato a mal partito perché eri arrivato a destinazione, dove non c'erano più scelte interessanti e disponibili, ma solo scelte sempre meno interessanti.

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2 Comments:

  • At 3/5/09 9:02 AM, Anonymous Anonimo said…

    Oh Clelia, il cuore, quando sente la destinazione, senza scelte interessanti e disponibili…AlfaZita

     
  • At 3/5/09 2:13 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Bisogna dire che anche i vicoli ciechi hanno - a volte - il loro fascino...

    C.

     

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