akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

17 aprile 2009

1269. Uno sguardo di rimando [II] Un dolore sul vento di niente



Giunge un dolore da un posto lontano.
Ha attraversato un oceano per raggiungerti e tu lo raccogli stremato alla fine del viaggio.
Non sai cosa dirgli, che fargli, come mitigarlo.
E' lì che ti guarda, segreto e inaccessibile: una scatola piena di occhi imploranti che non riesci ad aprire. Ma anche se l'aprissi, saresti certa di riuscire poi a comprendere? Potresti mettere mano alla tua vita in cerca di un piano che sia minimamente redimibile?
E' questa la domanda che ti lascio quest'oggi, è questa la domanda per la quale io stessa cerco risposta da anni, ogni volta che un dolore lontano mi raggiunge e, d'imperio, scarta i miei (dolori) minimi, che sono vento di niente.
Puri e semplici annunci del male a venire.

°

I

9 Comments:

  • At 17/4/09 3:52 PM, Anonymous nad said…

    torno su queste pagine dopo un lungo silenzio, mi stupisce trovare in queste parole un'eco di quello che stavo pensando.
    Ho scoperto di essere approdata involontariamente ad almeno due delle persone alle quali è dedicato questo sito (oppure solo il precedente?) Carmelo Bene e Anais Nin, l'immensa mole dei diari.
    Un caro saluto Clelia, tornerò a leggerti.

     
  • At 17/4/09 5:34 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Nell'eco degli infiniti ritorni ritrovo te, amica carissima.
    Hai ragione, non potrei non aver pensato anche a loro, all'atto di aprire questo nuovo spazio, ormai qualche anno fa. Diverso dal precedente, così come diversa è la mia vita di oggi rispetto a quella di allora.
    Ma è con uguale affetto ti invio il mio saluto.

    Bentornata.

    C.

     
  • At 18/4/09 3:14 AM, Blogger Lapidarius said…

    Carissima Clelia,

    auguri, innanzi tutto, per questa sezione che hai inaugurato ieri e che sono sicuro avrà la stessa fortuna delle "Lettere".

    Devo dire che, immaginandoti dimorare in un qualche templum serenum, munita della dottrina dei sapienti, speravo ti trovassi in un luogo dove il dolore - perlomeno dal di fuori e a più forte ragione da lontano - non potesse raggiungerti con facilità, né che lo potesse l'ombra di un male a venire. E che la condizione di cui scrivevi giorni addietro - del presente che non dà gioia ma neanche dolore - potesse essere perenne.

     
  • At 18/4/09 3:52 AM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Carissimo Lapidarius,

    sui dolori "esogeni" non abbiamo alcun potere (a dire il vero ne abbiamo poco anche su quelli "endogeni", anche se questi ultimi - con la "dottrina" cui fai riferimento - possono essere tenuti almeno sotto controllo).
    Nulla e nessuno è immune dal dolore, così come nulla può essere esentato da un male a venire. Perennemente poi, non ne parliamo.
    Possiamo però vivere con consapevolezza e fino in fondo i momenti - del tutto fortuiti - in cui siamo parzialmente dispensati dal male; qualcuno li chiama addirittura "felicità", altri - un po' più razionalmente - li considerano giorni da impiegare con profitto nella preparazione al peggio.
    Io, leopardianamente, riconosco nel "piacer figlio d'affanno" tutto il carico dell'illusione che ci portiamo dietro, quello cioè che ci spinge a crederci proiettati verso un futuro illimitato e ricco di ogni possibilità.
    Non è così, ma non vivremmo se così non fosse.

    [E poi quei - per fortuna rari - dolori che passano le maglie fitte della coscienza pronta a riceverli, finiscono per trasformarsi in qualcos'altro. Ne sono testimoni molti libri che entrambi amiamo, e che semplicemente non sarebbero potuti esistere senza una rielaborazione, complessa quanto vuoi ma "palingenetica", che ha finito per trasformare un male subìto in un bene offerto. E questo non è un dettaglio da scartare, credo.]

    Grazie del pensiero, come sempre lucido e stimolante.

    Stammi bene.

    C.

     
  • At 18/4/09 10:36 PM, Anonymous Anonimo said…

    un dolore muto sorprende
    parlano gli occhi,
    sordo, chiede una risposta,
    uno sguardo, una mano
    che s’accosta e non conosce
    ragione.

    Lenire quel dolore
    pare la via aperta
    scompare la distanza,
    il piano, il piccolo soffio,
    sconvolte le certezze,
    cade la maschera ingessata
    dal tempo ad attutire

    e tu solide le mani
    sul timone tieni la rotta
    finchè la nebbia non si dirada


    Quel minimo vento, mia cara, è pure nucleo d’identità forte che uno slancio di generosità non può cancellare.
    Il territorio comune varia le sue coordinate in relazione agli spostamenti di ciascuno; ed è territorio comune se è in grado di garantire le libertà di ciascuno, in ognuna delle possibili intersezioni.
    un saluto con affetto Rosa

     
  • At 20/4/09 10:35 PM, Anonymous Enzo Merlino said…

    Mah

     
  • At 21/4/09 11:49 AM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Rosa,

    ringrazio dei versi e ricambio il saluto.

    C.

     
  • At 22/4/09 8:57 PM, Anonymous Silvia said…

    Arrivo da Remo e tra le tante preziose note, qui ho fermato lo sguardo. Il senso di inadeguatezza sempre ci coglie di fronte a dolori lontani, che però a noi arrivano, perchè ne conosciamo il nome. Almeno.
    Non si conosce ogni cosa che è sempre in divenire e in trasformazione.Come noi.Però possiamo provarci.

     
  • At 22/4/09 11:28 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Allora proviamoci.

    Ciao Silvia, benvenuta.

    C.

     

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