akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

14 aprile 2009

1266. Lenimenti spirituali

Nessun mortale esiste che dolore non assalga / e malattia; molti devono seppellire i figli, / ancora generarne e morte a tutti è stabilita. / Ciò al genere umano angoscia invano arreca: / la terra deve ritornare alla terra, e la vita a tutti / dev'essere mietuta come messe. Così ordina il Fato.
Carneade sosteneva che un discorso di questo genere non ottiene nessun effetto per alleviare l'afflizione. Diceva che è motivo per addolorarsi il fatto stesso che siamo incorsi in un destino tanto crudele, e che d'altra parte il discorso fondato sul ricordo dei mali altrui può andar bene per consolare le persone malevole. Io invece non sono affatto di questa opinione. Il destino inevitabile che ci costringe a subire la condizione umana ci vieta, per così dire, di lottare con la divinità e ci ricorda che siamo uomini: questo pensiero allevia molto il cordoglio; e si ricorre all'enumerazione degli esempi non per dilettare l'animo del malevoli, ma per convincere chi è afflitto che egli pure deve sopportare, con calma e moderazione, ciò che molti hanno già sopportato. A questo servono certi esempi.
Non ho, per Ercole, una così cattiva opinione del tuo carattere da pensare che tu possa sopportare con minor pena la tua sventura se io ti schiererò davanti l'immenso numero di chi piange in lutto: è un tipo di conforto che si compiace del male altrui, la turba degli sventurati. Te ne rievocherò, tuttavia, certuni, non perché tu sappia che questo è accadimento normale per gli uomini - sarebbe infatti ridicolo ammassare esempi del nostro essere soggetti a morire - ma perché tu sappia che sono stati in molti a lenire le avversità sopportandole con rassegnazione...

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