akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

16 marzo 2009

1237. Il contatto assoluto



Molti di coloro che hanno passato gran parte della vita a leggere sono convinti, credo, che il rapporto tra scrittore e lettore sia la forma più autentica del dialogo. Sono convinti, cioè, che la conoscenza più profonda e sottile che nel nostro mondo imperfetto ci sia dato di avere di un altro essere umano, si debba a quei miracolosi istanti di contatto assoluto che ci regala a volte la lettura

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3 Comments:

  • At 16/3/09 10:46 AM, Blogger sentierispinosi said…

    Non riesco a resistere alla tentazione di affiancare a questo pensiero quello contenuto nel Fedro di Platone.

    SOCRATE:
    Perché, o Fedro, questo ha di terribile la scrittura, simile, per la verità, alla pittura: le creature della pittura ti stanno di fronte come se fossero vive, me se domandi loro qualcosa, se ne stanno zitte, chiuse in un solenne silenzio ; e così fanno anche i discorsi. Tu crederesti che parlino pensando essi stessi qualcosa, ma se, volendo capire bene, domandi loro qualcosa di quello che hanno detto, continuano a ripetere una sola e medesima cosa. E una volta che un discorso sia scritto, rotola da per tutto, nelle mani di coloro che se ne intendono e così pure nelle mani di coloro ai quali non importa nulla, e non sa a chi deve parlare e a chi no. E se gli recano offesa e a torto lo oltraggiano, ha sempre bisogno dell'aiuto del padre, perché non è capace di difendersi né di aiutarsi da solo.
    (Fedro 275 c-e)

     
  • At 16/3/09 11:15 AM, Blogger JLBO said…

    Tellement juste ! Tellement bien vu !

    Dans le même ordre d'idée (?), je pense à ce qu'écrivait Paul Valéry de l'influence qu'a exercée sur lui Mallarmé :

    "Il n'est pas de mot qui vienne plus aisément ni plus souvent sous la plume de la critique que le mot d'"influence", et il n'est point de notion plus vague parmi les vagues notions qui composent l'armement illusoire de l'esthétique. Rien toutefois dans l'examen de nos productions qui intéresse plus philosophiquement l'intellect et le doive plus exciter à l'analyse que cette modification progressive d'un esprit par l'oeuvre d'un autre.

    Il arrive que l'oeuvre de l'un reçoive dans l'être de l'autre une valeur toute singulière, y engendre des conséquences agissantes qu'il était impossible de prévoir et qui se font assez souvent impossibles à déceler. Nous savons, d'autre part, que cette activité dérivée est essentielle à la production dans tous les genres. Qu'il s'agisse de la science ou des arts, on observe, si l'on s'inquiète de la génération des résultats, que toujours "ce qui se fait" répète "ce qui fut fait", ou le réfute : le répète en d'autres tons, l'épure, l'amplifie, le simplifie, le charge ou les surcharge; ou bien le rétorque, l'extermine, le renverse, le nie; mais donc le suppose, et l'a invisiblement utilisé. Le contraire naît du contraire.(...)
    Quand un ouvrage, ou toute une oeuvre, agit sur quelqu'un, non par toutes ses qualités, mais par certaine ou certaines d'entre elles, c'est alors que l'influence prend ses valeurs les plus remarquables. Le développement séparé d'une qualité de l'un par toute la puissance de l'autre manque rarement d'engendrer des effets d'"extrême originalité".

    Amitiés.

     
  • At 16/3/09 11:52 AM, Blogger Clelia Mazzini said…

    sentierispinosi (se la prossima volta lascerai il tuo nome ti risponderò in maniera un po' meno impersonale, come abitualmente piace fare a me).
    Ciò che riferisci da Platone è comprensibile, opinabile ma comprensibile. Dopo la colta lettura ti invito a considerare due punti che non credo siano del tutto marginali:
    1) Chi scrive della presunta "staticità" di un testo rispetto alle esigenze "primarie" del lettore è un filosofo che poneva alla base della sua opera il "dialogo", e nel far questo si vede costretto a scrivere lui stesso parte dell'opera del suo maestro che - per scelta - non ha voluto lasciare nulla di scritto. Posta così la questione non mi sembra irrilevante, in quanto o Platone ha forzato la mano al suo maestro - permettendoci quindi di leggere ciò che non avremmo dovuto, oppure egli stesso ha reputato necessario "riadattare" quelle idee rendendole fruibili ai più sotto forma di scrittura, al fine di trasmettere - con quelle di Socrate - anche le sue idee. In tutti e due i casi, comunque, Platone ha trasformato la parola "detta" in parola "scritta", e assumendo prevalentemente concetti filosofici di ordine morale, lo ha fatto con l'idea dell'utilità ultima per chi legge.
    Lascio a chi legge la possibilità di paragonare quanto fra la citazione dal Fedro e il contenuto integrale dell'Apologia di Socrate vi sia una possibile contraddizione in termini, ma di questo non mi meraviglierei, visto che nell'intera opera di Platone tale possibilità non è affatto remota; anzi, in alcuni casi essa assurge addirittura a valore (come prova di un percorso filosofico evolutivo).
    2) Non tacerei poi sul discorso dell'interpretazione che è parte integrante del "ruolo" del lettore. Dico questo nel senso che un testo non è mai "solo" ciò che è scritto, ma anche - e da lettrice scrivo qui "soprattutto" - anche ciò che viene letto. L'ho scritto più volte qui, e continuerò a farlo: io non reputo il lettore posto su un piano diverso rispetto allo scrittore. Per me essi abitano sì in appartamenti diversi ma, se mi passi l'esempio, condividono lo stesso pianerottolo. Sono cioè figure complementari: io, lettrice, "servo" allo scrittore per dare corpo al suo pensiero (spesso interpretandolo); lo scrittore "serve" a me per avere una prova "esemplare" della mia capacità di interpretare il mondo attraverso i suoi occhi. Entrerò cioè in empatia con coloro che sono sintonizzati sulla mia stessa lunghezza d'onda, mentre mi sforzerò di comprendere (anche in questo caso interpretando) tutti coloro che invece mi appaiono distanti dal mio modo di essere e pensare. In tutti e due i casi lo scrittore mi ha reso un "servizio" che io gli restituirò con la mia personale interpretazione, con il mio modo di parlare ad altri del suo libro, con la citazione qui (per esempio) o con altri mezzi di trasmissione del mio nuovo conoscere.

    Mi scuso per la prolissità e ti ringrazio della possibilità che mi hai dato di chiarire le mie idee attraverso il tuo prezioso commento.

    °

    JBLO (anche per te vale lo stesso discorso del nome proprio...).
    La tua citazione vale assai meglio delle mie parole per arrivare al nocciolo della questione "interpretazione" e mi convince che (non è il mio caso - visto che io non scrivo - ma di molti altri può esserlo) che anche uno scrittore possa svolgere al meglio il suo lavoro di "trasmissione delle idee" se alla base di esso c'è un corposo lavoro di preparazione e documentazione attraverso le letture di altri scrittori.
    In fondo la proprietà primaria della scrittura è quella di unire i diversi attraverso il classico processo filosofico delle tesi e delle antitesi che si fanno a loro volta sintesi.
    Come mi pare accada spesso - con mio sommo piacere - nei commenti di questo blog. E questo - visti i tempi che corrono "là fuori" - mi pare un valore assolutamente non trascurabile, almeno per me.

    Una felice giornata a voi, miei cari.

    C.

     

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