akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

08 marzo 2009

1214. Quel che se ne va, quello che invece rimane

1214.1 Giudicherai sventura gravissima la perdita di una persona che ami, eppure ciò sarà altrettanto insensato quanto piangere la caduta delle foglie dagli alberi leggiadri che ornano la tua casa. Tutti gli esseri che ti danno gioia, guardali come guarderesti quegli alberi, godili finché sono in fiore. La sorte farà cadere un giorno l'uno, un giorno l'altro. Ma come la caduta delle fronde è un evento facile da sopportare perché le foglie rinascono, così si può dire della perdita delle persone che ami e che tu consideri come la gioia della tua vita, perché, anche se non rinascono, possono essere rimpiazzate da altre. "Ma non saranno le stesse", mi dici. Neppure tu lo sarai. Ogni giorno, ogni ora produce in te un cambiamento, senonché negli altri quest'azione travolgente del tempo appare con più evidenza, mentre in te rimane nascosta, perché è un processo che non si svolge apertamente. Gli altri ci sono strappati, noi, invece, siamo tolti a noi stessi furtivamente. Orbene, non farai alcuna di queste riflessioni e non opporrai rimedi alle ferite, ma ti creerai motivi di inquietudine, ora sperando, ora disperando? Se sei saggio, tempererai l'una cosa con l'altra: non spererai senza una nota di disperazione e non dispererai senza una nota di speranza.

1214.1.1 Il contadino, se sono stati abbattuti degli alberi, perché il vento li ha sradicati o un turbine scatenatosi con furia improvvisa li ha spezzati, copre di cure i germogli che ne restano e, al posto degli alberi perduti, dispone sùbito con ordine sementi e polloni; e in un attimo - poiché il tempo, se è travolgente nel danneggiare, è altrettanto veloce a incrementare - crescono più rigogliosi di quelli perduti. Orbene, così fai tu, sostituisci i cari che hai perduto con quelli che ti restano (o che verranno) e riempi i posti vuoti; allevierai così un solo dolore con una doppia consolazione. E' vero che la natura dei mortali è fatta così: nulla ci piace di più di quello che si è perduto. Ma così facendo siamo ingiusti verso ciò che ci ci rimane, perché non facciamo altro che rimpiangere ciò che invece ci è stato ormai definitivamente strappato.

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6 Comments:

  • At 8/3/09 2:24 PM, Anonymous Domenico Fina said…

    Mi vengono in mente questi versi:

    Quanto può giungere,
    quanto può andarsene,
    in un mondo che non si muove!

    (Emily Dickinson)


    Ciao

     
  • At 8/3/09 5:15 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Belli, anche se vanno in un'altra direzione rispetto a quanto scrive Seneca.
    Per lui, infatti, anche se il mondo restasse del tutto immobile, il cambiamento sarebbe comunque ineluttabile; non passa giorno senza che qualcosa dentro noi cambi. E' questo ciò a cui allude il filosofo quando invita Lucilio a non ripiegarsi nel rimpianto, ma a guardare a ciò che ancora ha (e magari non sa nemmeno lui di avere), oppure a quello che ancora non ha (ma che potrebbe avere "in potenza").

    Grazie carissimo,

    C.

     
  • At 8/3/09 11:38 PM, Blogger JLBO said…

    Bien sûr, c'est un très beau texte de Sénèque - comme tous ceux que vous choisissez ! Je me sens en accord avec la phrase que vous avez soulignée "non spererai senza una nota di disperazione e non dispererai senza una nota di speranza" (plus qu'avec le stoïcisme) qui me paraît rejoindre une phrase de Camus qu'il m'est souvent arrivé de citer : "Il n'y a pas de bonheur de vivre sans désespoir de vivre."
    S'agit-il là, comme je le crois, d'une "sensibilité" dualiste commune à tout le bassin méditerranéen (ombres et lumières de la "pensée de midi" ?)qui, d'Alexandrie et de l'hérésie gnostique combattue par Saint Irénée (Philon d'Alexandrie, la gnose valentinienne et ses origines orientales, etc.) en passant par l'hérésie cathare court jusqu'à nos jours ? Amicalement à vous. JLBO

     
  • At 8/3/09 11:38 PM, Blogger JLBO said…

    Bien sûr, c'est un très beau texte de Sénèque - comme tous ceux que vous choisissez ! Je me sens en accord avec la phrase que vous avez soulignée "non spererai senza una nota di disperazione e non dispererai senza una nota di speranza" (plus qu'avec le stoïcisme) qui me paraît rejoindre une phrase de Camus qu'il m'est souvent arrivé de citer : "Il n'y a pas de bonheur de vivre sans désespoir de vivre."
    S'agit-il là, comme je le crois, d'une "sensibilité" dualiste commune à tout le bassin méditerranéen (ombres et lumières de la "pensée de midi" ?)qui, d'Alexandrie et de l'hérésie gnostique combattue par Saint Irénée (Philon d'Alexandrie, la gnose valentinienne et ses origines orientales, etc.) en passant par l'hérésie cathare court jusqu'à nos jours ? Amicalement à vous. JLBO

     
  • At 9/3/09 12:11 AM, Blogger Clelia Mazzini said…

    La frase di Camus calza perfettamente con l'assunto di fondo del testo senechiano, ed è la prova di quanto un certo modo d'intendere la vita non abbia confini temporali.
    Concordo anche sul resto e chiedo (a me stessa, visto che la domanda è forzatamente retorica) ma quelle gnostica e albigese furono davvero eresie? O, se rimaniamo all'approccio meramente etimologico, l'eresia non ha albergato e alberga tuttora altrove?

    Grazie carissimo per gli ottimi spunti, un saluto caro,

    C.

     
  • At 16/1/10 1:58 PM, Anonymous Anonimo said…

    I want not acquiesce in on it. I think warm-hearted post. Especially the designation attracted me to read the unscathed story.

     

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