akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

02 marzo 2009

1187. Due antichi esempi sempre nuovi

E' nota l'ampiezza assunta, in Seneca, dal tema dell'applicazione a se stessi; ed è per consacrarvisi che bisogna, secondo lui, rinunciare alle altre occupazioni: ci si potrà così rendere liberi per se stessi (sibi vacare). Ma questa vacatio assume la forma di un'intensa attività che esige la maggiore sollecitudine e l'impegno di tutte le proprie forze per "farsi da sé", "trasformarsi", "tornare a se stessi". Se formare, sibi vindicare, se facere, se ad studia revocare, sibi applicare, suum fieri, in se recedere, ad se recurrere, secum morari, Seneca dispone di tutto un vocabolario per indicare le diverse forme che devono assumere la cura di sé e la sollecitudine con la quale si cerca di avvicinarsi a se stessi (ad se properare). Anche a Marco Aurelio preme molto occuparsi di se stesso: né libri né scritti devono trattenerlo dalla cura diretta che deve riservare al proprio essere: "Non andar più oltre vagabondando. Non hai più tempo, ormai, per rileggere i tuoi appunti, né le imprese degli antichi Romani e dei Greci, né gli scritti che avevi serbato per i giorni della vecchiaia. Affrettati dunque, dunque, abbandona ogni inutile speranza, e, se hai cura del tuo bene, aiutati da te stesso (sautōi boēthei ei ti soi meleî sautou), fin che ti è possibile [Ricordi, III, 14].

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