akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

07 gennaio 2009

984. Lettere dalla zona interdetta [XXII] Ragione e affetti relativi

Vorrei farti sommessamente notare che sovente i tuoi giudizi sono promossi dagli affetti e, di conseguenza, accade spesso che anche questi ultimi abbiano poi alla base dei giudizi. Ci sono sensazioni che tendi ad assolutizzare (com'è accaduto, per esempio, quando mi hai candidamente confessato che spesso una cosa "ti piace in virtù di ciò che essa rappresenta per te e non per ciò che essa è veramente"). In questo processo, com'è ovvio, sembra non agire in alcuno modo la ragione. Ma quando parliamo di "giudizi", come fai tu, non possiamo mai escludere a priori la ragione: è infatti una motivazione razionale quella che ci spinge a valutare le evidenze. Non vorrei a questo punto scomodare Husserl e le sue "motivazioni di grado superiore", mi accontenterò della semplice, cara e vecchia logica. Infatti, quelle che tu chiami "sensazioni" rimandano pur sempre - almeno nel nostro caso - ad atti concreti, a loro volta promossi da altri atti "volitivi" e dunque da riferire all'io. Ecco perché ho ribadito davanti a te la necessità di collegare sempre l'atto all'io, altrimenti non esistono premesse, e senza premesse come puoi arrivare ad una conclusione?
Mi accusi così spesso di "relativismo" (e sai che non mi offendo, anzi, lo rivendico) ma è la tua ragione che, seguendo il tuo stesso procedimento costruttivo, diventa relativa. Mi dici infatti che gli "istinti" possono farci scadere nell'irrazionale. Può darsi. Ma anche quando aderiamo ad un supposto "principio etico generale" (come lo chiami tu) siamo razionali solo relativamente. Possiamo infatti sempre accorgerci, in un secondo momento, che il principio che avevamo supposto era del tutto errato. Ti sarà accaduto più volte nella vita, credo, e probabilmente ti accadrà ancora.
Come vedi puoi far uscire il tanto aborrito relativismo dalla porta, ma lui rientrerà dalla finestra.
Anche se - com'è tuo solito - la sprangherai ben bene.

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