akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

06 gennaio 2009

977. Lettere dalla zona interdetta [XXI] Ombre mortali

I Greci non dicevano (né scrivevano) abitualmente "uomini", ma mortali.
Abbiamo perduto il senso della misura. Parliamo di noi come "uomini", ma ci pensiamo immortali. Ogni tanto qualcosa ci ricorda il contrario e sprofondiamo ancora di più in quel vuoto che le nostre paure (maldestramente represse) hanno contribuito a creare.
Si nasce, si muore, e allora? Perché preoccuparsene? Diamo tanta importanza a queste due parentesi (esaltando la prima, minimizzando la seconda) e in questo modo ci dimentichiamo troppo spesso di ciò che esse contengono: quel dettaglio che qualcuno chiama "vita", altri consapevolezza.
Della consapevolezza ci sono chiari i presupposti di libertà, volontà e speranza (laddove l'avvenire non è mai una minaccia, ma una promessa); della vita, invece, dovremmo conoscere i limiti, non prefissati ma previsti. Nella conoscenza di essi non c'è paura, la paura alberga solo laddove il senso della misura ha lasciato il posto all'illusione di un destino che ci affranchi da quell'aggettivo che i Greci usavano come sostantivo e che noi abbiamo relegato nell'ombra.
Quell'ombra che invece attende noi, solo noi e nessun altro.
"...Di te, Achille, nessun eroe, né prima, né poi, più felice: / prima da vivo t'onoravamo come un dio / noi Argivi, e adesso tu signoreggi tra i morti, /quaggiù; perciò d'esser morto non t'affliggere." // "Non lodarmi la morte, splendido Odisseo. / Vorrei esser bifolco, servire un padrone, / un diseredato, che non avesse ricchezza, / piuttosto che dominare su tutte le ombre consunte"... [XI, 482-491]

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8 Comments:

  • At 6/1/09 11:28 AM, Blogger Gioacchino said…

    Ciao, Clelia. Le tante opzioni riguardanti il nostro rapporto con l'idea della morte non avrebbero alcuna conseguenza sul nostro presente se non abbracciamo completamente e intimamente quella idea. La possibilità dell'errore però ci trattiene, visto che, finché l'idea rimane in superficie, c'è sempre il modo di ritornare sui nostri passi e modificare il nostro destino. Almeno così si crede. Dalla teoria alla pratica il salto è grande. Ho letto recentemente queste parole, che spero possano interessarti: “Dobbiamo fare un giuramento a noi stessi, di stare pienamente a santamente al mondo e speriamo che alla fine della nostra vita, ci rimanga un immenso anche se battuto amore da lasciare ed anche una disperazione finalmente sconfitta. Io lo farò.” (David Cooper, La morte della famiglia, Einaudi). Ciao,

    Gioacchino

     
  • At 6/1/09 11:57 AM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Ciao, Gioacchino.

    Mi soffermerei più sul primo avverbio usato da Cooper: "pienamente". Il secondo è troppo enfatico, difficilmente interpretabile, psicologicamente irrilevante.

    Ecco, una vita vissuta "pienamente" sarebbe un ideale fantastico. Una pura e semplice utopia, sia chiaro, però così affascinante...

    Stammi bene.

    C.

     
  • At 6/1/09 12:08 PM, Anonymous Anonimo said…

    Struggente.
    Un eroe che come tutti gli eroi muore giovane e bello.
    Struggente Achille, un eroe consapevole della brevità della propria vita e incurante della propria morte, ma

    struggente la sosta di riflessione nella terra dei morti.

    Da allora la poesia greca getta sguardi d’Achille sulle ombre dei vivi.

    Uno scorcio il mio, un piegare la morte su un tema fuori moda.
    Buona giornata Clelia.

    Alexandra(AlfaZita)

     
  • At 6/1/09 1:41 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Anche a te, carissima, e come sempre grazie per i tuoi pensieri.

    C.

     
  • At 6/1/09 7:52 PM, Anonymous Domenico Fina said…

    Clelia, a te che scrivi lettere ti racconto un fatto come fosse una lettera ( e la lettera è a due). Dieci anni fa in seguito ad una compresenza di cose, pensieri e letture insistenti (L’uomo senza qualità in particolare) ebbi un piccolo esaurimento nervoso dovuto, diciamo così, all’assillo della morte. Il mio medico di famiglia mi chiese “qual è il tuo problema”, io risposi “la morte”, lui rispose “la paura della morte, vuoi dire”, “no, la morte” . Andò avanti così per molto. “Non ci possiamo fare nulla ma si può agire sui nervi con dei tranquillanti”, concluse lui (il discorso intercorso tra di noi l’ho annotato su un quaderno d’appunti ed è un dialogo alla Svevo) . Io capii che non aveva capito e che il sentimento dell’angoscia in Heidegger, se mai il filosofo l’avesse provato, era questo: uno scatto che ti svuota di linfa vitale e buonanotte a tutto. Me ne tornai mesto a casa. Lo stato di quel periodo, ricordo, è uno stato che non si può spiegare, non si tollera nemmeno la musica, mi chiedevo se avevo ancora ironia in me o era tutta una grande ironia il mio stato, assomiglia all’angoscia esasperata di un amore non corrisposto, anche quello ci trasmette il senso di morte, o meglio la convinzione che nessuno ci può capire e che il nostro stato sia inconsolabile vita natural durante, anzi “inconfortabile” come più appropriatamente scriveva Tommaseo nell’ottocento: perché il conforto non vale più nulla. Ebbene - eureka - da quello stato senza uscita si esce (spesso anche in soli due mesi come accadde a me) e il perché lo diceva già Milosz nei suoi bellissimi versi :

    Abbiamo imparato davvero molto tu ed io
    come viene tolto via via ciò che tolto non poteva essere,
    gli uomini, le contrade, il sorriso
    e il cuore non muore quando sembra che dovrebbe.


    e il cuore non muore quando sembra che dovrebbe, appunto. L’esperienza del senso della morte che sembra “accarnata”, così come dall’amore non corrisposto anch’esso “accarnato” è questa: il cuore non muore quando sembra che dovrebbe. Chi lo sa acquista endurance, avrebbe detto Faulkner: Fortezza.
    Ecco perché amo Cechov e non tollero alcuni filosofi che vorrebbero spiegarti la vita e la morte, perché so che Cechov sa e ti sta accanto con le sue parole e col suo silenzio.

    (Il “sorriso” nei versi di Milosz non c’è, l’ho aggiunto io)

    Domenico

     
  • At 6/1/09 8:53 PM, Anonymous Anonimo said…

    Cara Clelia,

    nel finale dell'Ottava Pitica, Pindaro, sicuramente presciente del fatto che oggi avresti scritto la ventunesima delle "Lettere dalla zona interdetta" proprio con un simile titolo, aveva pensato bene di chiosarti con una definizione di noi, vivi d'un giorno, e di porci due fondamentali domande, tuttora senza risposta (e il tutto in sole undici parole...):

    ἐπάμεροι, τί δέ τις; τί δ' οὔ τις; σκιᾶς ὄναρ ἄνθρωπος

    E' forse per caso che tu apprezzi il sonno senza sogni, come hai scritto più sotto, avvertendo d'esser sogno tu stessa?

    Un caro abbraccio.

    P.

    (P.S. Un pubblico ringraziamento ad Andre per esser venuto a trovarmi e per avermi prestato il suo palmare).

     
  • At 6/1/09 10:54 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Caro Domenico, la vita non si spiega, si vive. Sulla morte non mi pronuncio, anzi farò come il capitano Von Sodoma nel bel romanzo di Alexander Lernet-Holenia "Marte in Ariete" (che in tuo onore rileggerò), e cioè ti prometto solennemente che quando ne saprò qualcosa direttamente sarai il primo che informerò. Per ora mi basta che essa sia una delle due "misure" della vita, tutto il resto sul suo conto non mi interessa affatto.

    Quanto al resto hai ragione: non ci sono più i medici di una volta... Però vedrai che prima o poi, volenti o nolenti, riaggregheremo le facoltà di medicina con quelle di filosofia. Così vivremo tutti felici e contenti, medici e pazienti.

    Grazie dei bellissimi versi (anche la glossa non è affatto male, complimenti).

    °

    Lapidarium, glielo avevo detto ad Andre che tornavi...

    In effetti con Pindaro ho un rapporto diretto e privilegiato, quasi medianico... Ma sulle risposte dovute non prometto niente.

    Quanto alla domanda conclusiva, niente di così "elevato"; il fatto è che non amo molto le sorprese, e i miei sogni - di solito - tendono ad esserlo. Quindi, per non "increspare" lo specchio d'acqua delle mie consuetudini spererei sempre di evitarli. Ma loro lo sanno, e per questo puntualmente si presentano indesiderati.
    Da qui l'auspicio che ti ha incuriosito (e che ti ha - e lo dico benevolmente - portato fuori strada).

    Un saluto a entrambi.

    C.

     
  • At 23/5/09 11:51 AM, Blogger Matteo said…

    Splendido post.

    Nonostante non vedo cosa di strano possa esserci nella realtà di una vita dopo la morte..

    "cos'è più difficile, che l'uomo che è morto rinasca un'altra volta, o che egli dal nulla sia nato alla vita?"

    Comunque sia..non solo ci riteniamo "immortali", ma pensiamo anche che la nostra vita sia in qualche modo più importante di quella di qualnque altro, e che il mondo ruoti intorno a noi, sia "fatto per noi".

    Su quest'ultimo punto l'esistenza e la persistenza dell'astrologia e della credenza negli oroscopi può essere una testimonianza attuale.

     

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