akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

29 gennaio 2009

1079. Per un'altruistica egoità

Un bel >>>post di Gabriele (di quelli autobiografici, come piace leggere a me) fa riemergere alla mia memoria la figura di un uomo di cui mio padre parlava spesso: >Guido Calogero. Gli interessavano di lui, oltre le sue >indubbie competenze filosofiche, anche i >suoi interessanti trascorsi politici.
Ho ereditato alcuni suoi libri (con dediche autografe dello stesso professor Calogero) e ricavo da uno di essi questa suggestiva (e attualissima) citazione:
Come allora potrà avvenire che mi si imponga un comando che abbia un'autorità morale e che l'individuo dimentichi se medesimo per qualcosa di superiore? Ma è impossibile evadere dalla cerchia dell'io, poiché l'uomo opera sempre per sé e persegue solo ciò che gli appare migliore. Come potrà allora accertarsi dell'oggettività del fine, se esso apparirà sempre calato nella soggettività del mio tendervi? Come mi sarà possibile volere il bene per il bene, se per ciò dovrò insieme sentirlo come preferibile? Come potrò mai salvarmi dall'egoità, evitandole di essere quella negazione della morale, che è la gretta e angusta prigione dell'egoismo? Ma qui è proprio il punto di soluzione delle difficoltà: la distinzione tra egoità ed egoismo: l'egoità è la situazione necessaria, in cui il volere è l'atto dell'io, mentre l'egoismo è un orientamento specifico che esso può assumere o no. Ogni volontà è per forza egoitaria, ma non per foza egoistica. Al perenne destino di servire a me stesso posso accompagnare la volontà di servire anche ad altri: posso collocare l'inveitabile affetto della soddisfazione nel gusto medesimo dell'altrui soddisfazione. Così, nella ferrea necessità egoitaria, mi è dato schivare la sorte dell'egoismo. Nessun principio etico può prescindere dal motivo dell'altruismo... Dalla prigione dell'io non si evade con l'assurdo tentativo di sottrarsi alla perenne egocentricità dell'autopresenza (ogni estasi non è mai un'uscita da sé, ma solo un'uscita da un certo contenuto del sé; e non c'è buddismo o nirvana senza aspirazione personale e gusto dell'adiaforia), ma si evade soltanto con l'orientamento verso diversi centri d'inteesse; i quali, beninteso, non saranno mai estranei a me, eppure nel contempo dovranno essere da me sentiti come estranei, cioè distinti dal mio originario interesse. Dalla prigione dell'egoismo evado dunque solo a questo modo: instaurando in me medesimo altrui presenze d'interesse...
Guido Calogero > Filosofia del dialogo
[Edizioni di Comunità, Milano, 1969, II ed.]

Per chi volesse approfondire ecco qui un estratto del saggio di Elena Ternullo su >>>La filosofia del dialogo (dalla rivista culturale on line >La Frusta)
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2 Comments:

  • At 29/1/09 2:49 PM, Anonymous Sils said…

    "...di quelli autobiografici, come piacciono a me..."
    Ma se tu non ne scrivi mai!!! se non del genere autobiografico-astratto... !
    oh.

     
  • At 29/1/09 3:20 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Hai ragione, correggo la parentetica (anche se, trattandosi di blog altrui, il verbo "leggere" - in luogo di "scrivere" - mi sembrava implicito...).

    Grazie.

    C.

     

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