akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

22 gennaio 2009

1044. Tempi che cambiano

C'era un tempo in cui i simboli erano l'epifania di una realtà che si credeva "superiore" e il mistero era legato al fatto che la rappresentazione di un qualcosa altrimenti incomprensibile poteva essere còlta da chiunque - ovunque - così da essere sempre segno di emancipazione in colui che vi credeva (ed era difficile, allora, trovare qualcuno che non vi credesse). Viceversa, i simboli di oggi vengono pescati dal basso e non rappresentano più niente, se non tutto quello che poteva essere e non è stato. Il credente di oggi (non necessariamente religioso) pesca in un fiume paradossalmente assai più pieno di simboli, cui però non è rimasto dietro nulla da rappresentare, se non l'assenza di ogni sostanza.
Ma forse è proprio questo il simbolo ultimo dell'umanità a venire.
Il simbolo è segno di contratto. E’ il riferimento ad un’unità perduta, ricorda e richiama una realtà superiore e nascosta. Ora, nel pensiero medioevale, ogni oggetto materiale era considerato come la raffigurazione di qualcosa che gli corrispondeva su un piano più elevato e diventava così il suo simbolo. Il simbolismo era universale, e il pensare era una continua scoperta di significati nascosti, una costante ierofania. Il mondo nascosto era infatti un mondo sacro, e il pensiero simbolico non era che la forma elaborata, decantata, al livello dei dotti, del pensiero magico, nel quale si immergeva la mentalità comune...
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