akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

18 gennaio 2009

1029. Mani che si cercano

Nel settembre del 1958, mentre su invito del governo russo si trovava a Mosca per un convegno di poeti, Salvatore Quasimodo fu colto da infarto e ricoverato all'ospedale Botkin. Lì resterà fino all'aprile del 1959 (pochi mesi prima dell'assegnazione del premio Nobel per la letteratura), affidato soprattutto alle cure dell'infermiera Varvàra Alexandrovna. L'immagine della donna - e delle sue attenzioni disinteressate - resterà ben impressa nella mente del poeta che, qualche anno dopo, darà alle stampe la sua raccolta più matura, Dare e avere, dove è contenuta la seguente lirica, che consegna il nome di lei - altrimenti anonimo - alla storia letteraria del mondo. [In grassetto le immagini - ben raccolte nell'espressione "corde astratte della mente" - che più mi hanno colpito, da sempre]:
Un ramo arido di betulla batte / con dentro il verde su una finestra a vortice / di Mosca. Di notte la Siberia stacca il suo vento / lucente sul vetro di schiuma, una trama / di corde astratte nella mente. Sono malato: / sono io che posso morire da un minuto all'altro; / proprio io, Varvàra Alexandrovna, che giri / per le stanze del Botkin, con le scarpette di feltro / e gli occhi frettolosi, infermiera della sorte. / Non ho paura della morte / come non ho avuto timore della vita. / O penso che sia un altro qui disteso. / Forse se non ricordo amore, pietà, la terra / che sgretola la natura inseparabile, il livido / suono della solitudine, posso cadere dalla vita. / Scotta la tua mano notturna, Varvàra / Alexandrovna; sono le dita di mia madre / che stringono per lasciare lunga pace / sotto la violenza. Sei la Russia umana / del tempo di Tolstoj o di Majakovskij, / sei la Russia, non un paesaggio di neve / riflesso in uno specchio d'ospedale / sei una moltitudine di mani che cercano altre mani.
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