akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

17 gennaio 2009

1026. Una solitudine corale

La scarpa sul tetto è un libro pieno di gente. Sola. Scritto da un drammaturgo (e filosofo) francese, Vincent Delecroix, che, tra l'altro, ha di recente vinto il prestigioso premio Molière per la sua attività di autore teatrale. Lode e gloria alla casa editrice Excelsior 1881 che lo ha fatto tradurre - bene - da Lorenzo Canepa, Vincenzo Latronico e Giulio Lupieri (e non dev'essere stata facile la versione dal francese, visti i "virtuosismi" linguistici di Delecroix...).
Anche questo, come quello di Paasilinna >>>di cui parlavo ieri, è un romanzo (ma non sono del tutto sicura che questa "definizione" si addica al volume) a più voci. Ma, a differenza di quello, pur non avendo un tema tanto disperato ha in sé una disperazione di fondo che - a tratti - sembra rasentare addirittura la follia. Troppi i protagonisti a cui poter dare in queste brevi note una voce, troppi i rivoli della storia da seguire. E poi la protagonista è una... scarpa, finita su un tetto chissà come, e quindi cercare di antropomorfizzare un simile soggetto sarebbe fin troppo arduo. Mi limito quindi a scrivere che sono pochi i libri che si leggono con tanta scioltezza, e sempre pochi sono quelli che, trattando di tipi di umanità tanto diversi tra loro, riescono a non scadere nelle facili generalizzazioni. Qui ogni protagonista della "comunità" (una comunità tale solo sulla carta, poiché i singoli soggetti che la abitano sono inconsapevoli parti di un tutto) ha la sua fisionomia marcata, la sua spiccata riconoscibilità. Se ne possono amare alcuni e avere altri in antipatia, ma non si può non riconoscere in tutti il tarlo della solitudine che, nella società odierna, pur veloce e eternamente interconnessa, risulta ancor più amaro e tristemente frequente di quanto, in superficie, non possa apparire.
Una lettura semplice eppure raffinata, che chiede molto ma che restituisce anche di più.

>>>qui una breve intervista filmata all'autore

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