akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

12 gennaio 2009

1009. Prospettive d'indagine

La genialità di uno scrittore che riesce a riprodurre "umanamente" l'apparente e pacata fissità di un nucleo atomico. Una vera "realizzazione" letteraria in un libro a tratti disperato, ma venato anche di una prospettiva profonda, che è riuscita persino a farmi sognare bene.
(La lettura è poi giunta al momento giusto; dopo aver parlato di "coincidenze" e "destino", la musica del "caso" ha tracciato un confine nuovo. Per me tutto ancora da indagare).
La velocità era la cosa essenziale, la gioia di sedersi in macchina e precipitarsi avanti attraverso lo spazio. Divenne il bene primario, una fame da saziare a ogni costo. Nulla attorno a lui per più di un momento, e poiché i momenti si susseguivano, era come se lui solo continuasse a esistere. Lui era il punto fermo in un vortice di cambiamenti, un corpo che restava in equilibrio, assolutamente immobile, mentre il mondo gli si gettava incontro e scompariva. L'automobile divenne il sacrario dell'invulnerabilità, un rifugio dentro il quale nulla poteva più colpirlo. Mentre guidava non aveva fardelli da portare, era libero dalla benché minima particella della vita precedente. Questo non signífica che nella sua mente non sorgessero i ricordi, ma sembrava che non recassero più nulla dell'antica angoscia. Forse con questo aveva qualcosa a che fare la musica, i nastri interminabili di Bach e Mozart e Verdi che ascoltava seduto al volante, come se in qualche modo i suoni emanassero da lui e impregnassero il paesaggio, trasformando il mondo visibile in un riflesso dei suoi stessi pensieri. Dopo tre o quattro mesi, aveva solo da salire in macchina per sentire che stava liberandosi del suo corpo, che appena premeva il piede sull'acceleratore e iniziava a guidare, la musica l'avrebbe trasportato in un mondo senza peso.

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