akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

12 gennaio 2009

1008. L'autoinganno della terza persona

Da un bel saggio di Carlo Fracasso, >>>Sartre: il linguaggio e la coscienza, una nuova filosofia della soggettività (disponibile on line), traggo questo spunto che getta una luce (per me) nuova sul rapporto intercorrente tra narratore e soggetto narrato e quindi - per logica conseguenza - anche fra narratore e chi, per suo tramite, si avvicina al soggetto narrato, cioè il lettore:
Il rapporto stretto ma conflittuale, di odio e amore, tra linguaggio e coscienza si esprime con grande chiarezza in Sartre in quella riflessione, che muove evidentemente dall'esperienza letteraria, sul modo di raccontare in "terza persona". Quando si scrive usando "egli" o "ella", si descrive qualcuno dall'esterno, e questo sarebbe alienante, perché collocato tutto all'esterno...
Molto interessanti, al riguardo, le parole di Vincent Descombes che Fracasso inserisce come seguito di questo suo pensiero (sono tratte da quello che in molti mi avevano suggerito essere un ottimo saggio, Le Complément de sujet, e che ora finalmente mi deciderò a leggere):
In un certo modo, le descrizioni di un soggetto alla terza persona lo ingabbiano in classificazioni che il soggetto stesso non può controllare. E' un tipo di posizione che è passata nel pensiero di Foucault, e nel poststrutturalismo, ma senza certificato di origine, eppure viene da Sartre. Invece per Sartre il discorso alla prima persona sarebbe autentico, libero: questo è il suo esistenzialismo che oggi sono ben pochi a difendere. La descrizione alla terza persona è un tema molto vivo oggi, soprattutto nell'idea poststrutturalista secondo la quale appena descriviamo qualcuno lo ricostruiamo secondo dei sistemi di potere e di dominazione. E' il nucleo della questione ebraica secondo Sartre: per Sartre non ci sono ebrei, ma solo persone forzate a riprendere alla prima persona ciò che viene detto di loro e che cedono alla pressione sociale di descriversi a se stessi come ebrei. Ma se si interrogassero nel profondo della loro coscienza si renderebbero conto che non esiste nessuna "ebraicità" intrinseca alla loro persona. Allo stesso modo, il cameriere che volteggia tra i tavolini del caffè in L'essere e il nulla è un tipo sociale. Sartre non si spinge all'epoca di L'essere e il nulla a dire che dietro al tipo sociale c'è un sistema di denominazione, di sfruttamento eccetera. A quell'epoca gli basta dire che il suo rappresentarsi come il tipo "cameriere di caffè" è un modo di esistenza inautentico: il cameriere si conforma al suo tipo sociale e nello stesso tempo sa che non è vero, che c'è una parte di autoinganno.
Forse è anche per questo che amo così tanto, in letteratura, l'io narrante. Ora ho un appiglio in più per risolvere quella che credevo una pericolosa "affezione" dovuta - in tutto o in parte - alla mia impostazione scientifica (che tende a "soggettivare" l'oggetto di ricerca, e quindi a sentirsi parte integrante di esso, tralasciando colpevolmente l'esame obbiettivo esterno, necessariamente "terzo").
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