akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

30 novembre 2008

918. Tenebris imis abscondita...



Una narrazione storica conclusa consiste in gran parte di fatti del passato, la maggior parte dei quali a quanto pare fuori discussione. Molti lettori pensano quindi che il compito principale dello storico sia quello di esaminare i testi, estrarre da questi i fatti importanti, ed esporli in bello stile seguendo approssimativamente l'ordine cronologico.
Durante gli anni in cui facevo il fisico, questa era la mia idea del lavoro di storico, che non avevo allora in gran considerazione.
Quando cambiai idea (ed in breve professione) le narrazioni storiche che produssi erano presumibilmente, per la loro natura, causa dello stesso fraintendimento. Nella storia, piú che in ogni altra disciplina che conosca, il risultato concluso della ricerca tende a nascondere la natura del lavoro che lo ha prodotto.

Thomas S. Kuhn
da La tensione essenziale

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Il titolo del post è tratto dal libro VIII, § 7, delle Metamorfosi di Apuleio

28 novembre 2008

917. Un'impresa ardua



Io credo che voi comprenderete che per me è difficile scrivere, come mai lo è stato per qualsiasi autore nel corso di tutta la storia umana: gli uni scrivevano per i contemporanei, gli altri per i posteri, ma nessuno ha mai scritto per gli antenati o per esseri simili ai loro selvaggi, lontani antenati...

Evgenij Ivanovič Zamjatin
da Noi
Ed. Feltrinelli, 1963

27 novembre 2008

916. Uno strappo da ricucire



L'umanismo ha ripetuto che l'uomo costituisce una specie come ogni altro animale, ma che, a differenza degli altri animali, esso fa il suo genere, sceglie la propria essenza, costruisce il suo tipo universale: ciò è stato detto da Pico della Mirandola e ripetuto a distanza di secoli da Marx. E gli evoluzionisti di oggi, come G.G. Simpson, ci insegnano che ad un dato momento la specie umana può assumere il controllo della sua stessa evoluzione biologica, come di quella di moltissime altre specie. Tutto questo si fa mediante la cultura; anzi tutto questo fare ciò è la cultura. Il volere assumere il controllo della cultura, e quindi concepirla volontaristicamente come qualcosa che si fa, risponde alle aspirazioni più profonde di questo umanismo - è l'aspetto etico più vasto di quella aspirazione di cui la "sovranità popolare" è soltanto la traduzione nei termini del pensiero politico.
Un altro aspetto che occorre brevemente sottolineare [...] è lo scientificismo di tutte queste forme contemporanee di filosofia "umanistica". L'unione di filosofia e scienze è antica, la separazione recente. E' stata la catena di reazioni romantiche ai progressi civili e sociali che ha avuto paura delle conseguenze che sarebbero derivate nella cultura se la scienze fossero rimaste entro la cultura stessa: l'illuminismo con le sue tendenze antiautoritarie, il positivismo con le sue tendenze democratiche radicali o socialiste, hanno aperto gli occhi dei reazionari su questo fatto - sul "pericolo" rappresentato dallo spirito scientifico entro la cultura. Di qui l'opera, favorita dallo stesso progressivo specializzarsi e tecnicizzarsi delle ricerche scientifiche, di segregazione delle scienze dalla cultura, limitandole a meri fatti tecnici, strumentali, senza significato spirituale.

Giulio Preti
da Praxis ed empirismo

26 novembre 2008

915. Verso un'esperienza dell'anima



Qual è il problema? Quello davvero non dappoco di definire quale sia la natura dell'uomo, riconducendo i più diversi aspetti dell'esperienza umana a un ordine preciso, ossia a una forma coerente, in cui essi possono essere nominati e soprattutto collocati in una disposizione unitaria che dia figura alla peculiarità dell'anthropos in quanto specie. Dove per esperienza deve qui genericamente intendersi il fatto del vivere, del sentire, del desiderare, del patire, del volere, del pensare, del parlare, del ricordare e mille altri fatti ancora, che Omero lasciava in una libera pluralità non consolidabile nell'unità del sé. Esperienze disparate che la filosofia, non a caso, ci vieta di elencare alla rinfusa, avendole per prima ricondotte ad alcuni centri di afferenza capaci di raggrupparle e distinguerle, e cioè di ordinarle in un sé che si rappresenta unitario. Si tratta appunto di quei centri di afferenza che Platone nella Repubblica chiama parti o generi dell'anima, decidendo che siano tre e descrivendoli con dovizia di particolari. In un impianto di autorappresentazione del quale però non è certo il numero delle parti a contare, bensì il loro gerarchico disciplinamento in un'anima che è una e internamente si articola in alcuni precisi collettori di esperienza che non ne intaccano, anzi ne confermano, l'ordinata unità.

25 novembre 2008

914. Camminando per le strade di Utopia


La cruda realtà del potere, così efficacemente descritta da Machiavelli nel Principe non era sfuggita a More [...]. La differenza tra i due autori sta nel fatto che mentre il primo eleva quella cruda realtà a principio regolativo dell'arte politica, il secondo invece la sottopone a dura critica. Per More infatti non v'è alcuna ragione necessitante a far sì che la politica continui a essere una tecnica della sopraffazione e dell'inganno. Se ciò è accaduto nel passato e accade ancora nel presente non è detto che debba accadere anche nel futuro. La storia, proprio perché è libertà, non è soggetta a leggi deterministiche. Del resto, la legge della foresta, cui secondo Machiavelli deve ispirarsi ogni azione politica, non è affatto il principio costitutivo dell'arte politica, bensì una sua degenerazione. More col suo progetto dimostra che è possibile riportare la politica alla sua essenza specifica di gestione equa e razionale della società, di servizio reso alla comunità, ossia di strumento per promuovere la prosperità, la giustizia, l'uguaglianza, la solidarietà tra i cittadini di uno stesso stato e tra tutti i popoli della Terra.
Perché questo avvenga è necessario che la politica tragga ispirazione da principi etici universali, come la giustizia, la libertà, la pace, l'amore del prossimo. Se la politica è diventata una mera tecnica della conquista e conservazione del potere, ciò è dovuto al fatto ch'essa non si è lasciata guidare dalla morale. E là dove la coscienza etica viene meno è inevitabile che prevalgano gli egoismi, le sopraffazioni, le guerre, in una parola, la legge della foresta. Solo se si lascia guidare dalla morale, la politica può assolvere la sua autentica funzione di "arte del governo", senza degenerare in tecnica di sopraffazione. Questo è il messaggio che Thomas More (e con lui l'intera tradizione utopica) c'invia. Un messaggio che è appunto agli antipodi di quello inviatoci da Machiavelli.

Cosimo Quarta - Tommaso Moro. Un'interpretazione dell'Utopia

913. Quello che si deve fare (l'infinito che urla)



Il deserto inizia appena fuori dalla mia finestra. Ogni volta che il vento spira da ovest, sento il profumo dei cespi di salvia e di ginepro, la vegetazione minima di quelle aride distese. Là fuori io ho vissuto solo, per quasi quattro mesi, vagando liberamente da un luogo all'altro, dormendo all'aperto con ogni clima, e non mi è stato facile fare ritorno dalla vastità di quelle lande ai miseri confini di questa stanza. Posso resistere alla forzata solitudine, alla mancanza di colloquio e contatti umani, ma spasimo per vivere di nuovo nell'aria e nella luce, e passo i giorni affamato di qualcosa da guardare oltre questi rugosi muri di pietra. Di tanto in tanto dei soldati camminano sotto la mia finestra. Sento i loro scarponi scricchiolare sui terreno, gli scoppi irregolari delle loro voci, il frastuono dei carri e dei cavalli nella calura del giorno inaccessibile. Questa è la guarnigione di Ultima: la propaggine piú occidentale della Confederazione, il posto al limite del mondo conosciuto. Qui siamo a oltre duemila miglia dalla capitale, affacciati sulle distese incognite dei Territori alieni. Per legge, a nessuno è permesso di andarci. Io l'ho fatto perché me l'avevano ordinato, e ora sono tornato per fare il mio rapporto. Mi ascolteranno o non mi ascolteranno, poi mi accompagneranno fuori e sarò fucilato. Di questo ora sono quasi sicuro. L'importante è non illudere me stesso, non farmi tentare dalla speranza. Quando infine mi metteranno al muro e punteranno i fucili contro il mio corpo, l'unica cosa che chiederò loro sarà di togliermi la benda dagli occhi. Non perché mi interessi vedere gli uomini che mi uccideranno, ma perché voglio guardare ancora il cielo. I miei desideri attuali sono tutti qui. Stare fuori, all'aperto, e alzare gli occhi all'immenso cielo azzurro sopra di me, per guardare un'ultima volta l'infinito che urla.

Paul Auster
da Viaggi nello scriptorium

24 novembre 2008

912. In cammino verso una meta (forse) inesistente


912.1 Nel viaggio verso i fondamenti della verità, non si è raggiunta mai la meta.

912.1.1 L'evidenza e la certezza sono stati d'animo soggettivi, spesso illusori [...]. Un giudizio si dice vero se designa univocamente uno stato di fatto.

912.1.2 Il punto di vista che la verità dipenda dall'esperienza diretta, e che la sua unica caratteristica sia la "prova", non è sufficiente. Anche le teorie palesemente sbagliate sembrano infatti, per chi ci crede, sorrette da "prove" inoppugnabili.

912.2 Lo scrivere, il fare i calcoli, il discutere (criticamente), questo è il pensare. [...] Nel pensiero noi governiamo il mondo, ossia governiamo tutti i [...] giudizi che ci servono come segni per tutti gli oggetti e i fatti del mondo.

912.3 Tutto il disordine che si produce da un'asserzione falsa, tutto il male della menzogna, hanno origine dalle confusioni che sono conseguenza dell'equivocità. E' necessario salvaguardare l'univocità per ogni espressione del pensiero e del linguaggio.

da Moritz Schlick - L'essenza della verità secondo la logica moderna

911. Le cose non stanno che a ricordare



Che cosa mi colpisce oramai,
un velo d'ombra di mare
sui monti lontani,
un lembo di nuvola tutelare.
Ma basta levare la testa.
Le cose non stanno che a ricordare.
Piano piano i minuti vissuti,
fedelmente li ritroveremo.
Coraggio, guardiamo.

Vincenzo Cardarelli
Spiragli
da Poesie
ed. Lo Specchio-Mondadori, 1942

23 novembre 2008

910. Un tempio ormai vuoto



Se fossimo parlanti disincarnati o incarnazioni del Linguaggio e non esseri che hanno un corpo che pensa, una storia, memorie, progetti, esseri capaci di bellezza e tragedia, esposti alla sorte e alla sofferenza, all'orrore e alla felicità, all'incertezza, esseri mortali, noi non capiremmo la questione dell'importanza del linguaggio, nel modo in cui noi riusciamo a formularla e a comprenderla.

°

La tesi democratica sul rispetto che dobbiamo al linguaggio mi sembra semplicemente più rispondente alla nostra situazione, per come almeno noi la comprendiamo filosoficamente. La tesi d'ancien régime non lo è altrettanto: ha il difetto non banale di erigere un tempio alla santità del Linguaggio. Ma il tempio è semplicemente vuoto. E all'immagine del tempio vuoto continuo a preferire quella delle nostre città disordinate, con i loro cantieri e lavori in corso permanenti: le città di Wittgenstein e non di Descartes.

Salvatore Veca
da Dell'incertezza
Tre meditazioni filosofiche
§ 1.5

22 novembre 2008

909. Un'approssimazione adattativa che qualcuno chiama 'verità'

Josef Albers - Interactions2Neppure la verità è uno fra i criteri in competizione per corroborare le ipotesi. Dato un qualsiasi complesso di dati probatori, si possono trovare innumerevoli ipotesi alternative che si conformano a essi. Non possiamo scegliere fra tutte queste ipotesi sulla base della verità, perché non abbiamo un accesso diretto alla loro verità. Piuttosto noi le valutiamo sulla base di caratteristiche quali la loro semplicità e la loro forza. Questi criteri non sono tratti supplementari della verità, bensì vengono applicati nella speranza che essi siano i mezzi per arrivare all'approssimazione più vicina alla verità che è compatibile con gli altri nostri interessi... La verità di un'ipotesi è dopotutto una questione di adattamento - adattamento al corpo di una teoria, e di adattamento dell'ipotesi e della teoria ai dati a disposizione e ai fatti che abbiamo incontrato.

Nelson Goodman
da Problems and projects
The Bobbs-Merril Company inc.
Indianapolis and New York, 1972, pp. 117-118

Tratto da Richard Rorty - Verità e progresso
[dall'introduzione a cura di Aldo Giorgio Gargani:
De-divinizing - La sdivinizzazione della verità]

21 novembre 2008

908. La scoperta di un'identità immaginaria


Kenney Mencher - Identity
Nel caso specifico dell'identità personale valgono le stesse considerazioni anche quando si tratta di determinare l'identità della mente umana, essa si rivela fittizia [...]. Il fatto che concepiamo l'io laddove in realtà non c'è altro che un susseguirsi di percezioni distinte è dovuto all'inclinazione dell'immaginazione ad iscrivere identità secondo le relazioni di somiglianza e di causalità. Grazie alla memoria, siamo in grado di ricordare percezioni simili che, nella catena del pensiero, formano un atto unico a cui diamo il nome di mente; in questo senso si può dire che la memoria produce l'identità personale. Sempre la memoria ci mostra quel concatenamento di cause ed effetti che costituisce il nostro io e la nostra persona; in quest'altro senso, la memoria non tanto produce, quanto piuttosto scopre l'identità personale, mostrandoci la relazione causale tra le nostre diverse percezioni. La nostra mente, o principio pensante, non consiste allora né in una sostanza sottostante alle percezioni, né in una qualche connessione reale tra esse, ma in un sistema di differenti percezioni, o differenti esistenze, legate insieme dalla relazione di causa ed effetto, le quali si generano reciprocamente, si distruggono, influenzano e modificano l'una l'altra: essa può essere paragonata a una repubblica, a uno Stato, in cui i diversi membri sono uniti da un vincolo reciproco di governo e di subordinazione, e danno vita alle altre persone, le quali continuano la stessa repubblica nell'incessante cambiamento delle sue parti.

Lorenzo Greco
da L'io morale
David Hume e l'etica contemporanea

[Le frasi in corsivo sono tratte da: David Hume - Trattato sulla natura umana
]

19 novembre 2008

907. Desiderio di abbandono (spire di meraviglia)



Desiderio vuol dire
attesa che si inoltra
di poco - nelle spire
irrisolte di un'altra

eterna scelta: latte?
limone? Con astuzia
provvedo che la sorte
non esca dalla tazza.

*

Mi hai insegnato che abbandonarsi è una scommessa
e la riuscita deriva dallo stupore
la conchiglia si meraviglia di se stessa
rivelando che all'interno non ha colore.

Toti Scialoja
da Poesie
1961-1998

18 novembre 2008

906. L'essenza



Vivere è sopravvivere, nient'altro.
Scopo della vita è la sopravvivenza, e scopo della sopravvivenza è la vita.
Così la vita si identifica con il suo scopo, e lo scopo, come pure il volere, che da alcuni pensatori fu eletto a punto di partenza delle loro speculazioni, deriva, in modo del tutto automatico, dalla vera essenza della vita.

Valentino Braitenberg
da L'immagine del mondo nella testa

13 novembre 2008

905. Lettere dalla zona interdetta (XVI) Eutimìa



Mai più saremmo stati tanto uguali...
La pace era lassù. In cresta di collina.
Vittorio Sereni


Non ho più - da tempo - notizie di te, ora mi giunge voce che vivi all'ombra del Buddha d'oro di Samui (che io ricordo bene alto, sereno e immobile con le spalle al mare). Cos'è che ti ha spinto fin là? Cosa cerchi? Cosa ti appare (se ti appare qualcosa)? Mi dicono anche che leggi le mie parole e che sorridi. Mi onora più il secondo aspetto del primo, perché del tuo sorriso ho un ricordo sicuro e che non passa (eri vestito di bianco sotto una veranda del Nordeste brasiliano, dove l'arrivo della notte equatoriale aveva fatto fronte - donandoci una magnifica serenità - al caldo persistente di un giorno troppo limpido; e così stavamo lì, in assoluta apatia, sulle poltrone di vimini, a goderci con gli occhi il gioco, ogni sera nuovo, delle costellazioni).
La voce che mi giunge di te è lontana e smorzata dal passaggio di bocca in bocca. Quindi non so se corrisponda del tutto a verità o non sia piuttosto come la visitazione di un sogno.
Che tu resti un'ombra della memoria o quel puro e semplice spiegarsi di denti bianchissimi non importa, quel che conta è che io rinnovi i voti per il tuo benessere e che ti àuguri - per il bene che ti voglio - la pace che mi hai dato e che io, senza sforzo e senza inganno, ho gelosamente conservato.
Fino a restituirtela intatta, come piacerebbe a te.

°

XV - XIV - XIII - XII - XI - X - IX - VIII - VII - VI - V - IV - III - II - I

12 novembre 2008

904. Sulle tracce di un illustre sconosciuto



Proprio il Passato è il tempo più illusivo/delusivo. Ci appare il meno perturbante, eppure continuiamo a chiederci angosciati: ma perché quei certi eventi sono potuti accadere? Ci appare il più chiaro (quanto "tempo" abbiamo avuto per guardarlo...), e invece continuiamo a domandargli: ma che cosa ha voluto dire, quel giorno, quella frase? Ci appare in qualche maniera il più utilizzabile, e invece è invano che continuiamo a domandargli: dimmi, insegnami cosa fare, oggi. Camminiamo da sempre con esso, eppure, come il signor Krapp di Beckett, non lo riconosciamo, o non ci riconosciamo in esso. Finiamo anzi con il non sapere più neanche - per riprendere una stupenda frase di Gene Hackman in Un'altra donna di Woody Allen - se è una qualche forma di possesso (in quanto lo ricordiamo), o se è qualcosa di perduto. Qualche volta, in circostanze che tutti conoscono, non sappiamo più neppure se è una ricchezza, o non invece una tormentosa oppressione.

Sergio Moravia
da L'enigma dell'esistenza

°

Sento ancora tra i denti
il gusto aspro dell'oliva nera.
Un sapore antico di donne sibarite.
Un frinire lamentoso di scale.
Un lenzuolo bianco di sabbia.
Un profumo di basilico e rosmarino.
Un sapore di ricordi salaci
antichi come l'acqua dello Jonio.
Il giallo dei limoni illumina la piana.

...

Da questa finestra
non si capisce chi arriva
né chi parte per la grande avventura.
Quante ultime cene... quante assenze...
Chi resta?
I cani abbaiano indisturbati
nel bosco di canne.

Franco Esposito
da Omero cieco

11 novembre 2008

903. Se vuoi capire



Prima viene il continuare e solo dopo il ricominciare.

Jean Monnet
da Memoires

10 novembre 2008

902. Scorciatoie mentali


Il nostro cervello non è affatto una tabula rasa che verrà progressivamente riempita dall’esperienza e dall’insegnamento che riceveremo. Fin dalla nascita possediamo modelli innati che ci consentono di fornire un’interpretazione di quello che ci accade intorno. Alla base di queste interpretazioni vi è l’applicazione inconsapevole di alcune procedure rapide ed economiche, ma che spesso possono condurre a valutazioni errate. Tali procedure sono state definite dallo psicologo Herbert Simon (1916-2001) euristiche. Le euristiche sono scorciatoie mentali, che abbiamo acquisito evolutivamente, che spesso sono utilissime alla sopravvivenza, ma che altrettanto spesso ci fanno commettere errori. Una tipica euristica è il ragionamento per analogia che spesso ci porta a confondere causalità e semplice correlazione o addirittura a confondere cause ed effetti. Queste erronee valutazioni sono evidenti nel pensiero magico, nelle superstizioni, nelle medicine alternative (pensiamo all’omeopatia e alla “legge dei simili”), ma sono sempre in agguato anche nell’ambito scientifico e anche la persona più razionale non ne è affatto immune...

Dalla >>>recensione di Silvano Fuso al volume Nati per credere di Vittorio Girotto, Telmo Pievani e Giorgio Vallortigara

[Galileo. Giornale di Scienza e problemi globali]

901. Fusioni e (il)logicità letterarie


Burgess era fiducioso che il futuro del romanzo fosse da ricercarsi nella fusione tra musica e letteratura. Prima di dedicarsi professionalmente alla scrittura, aveva già pubblicato tre opere narrative (racchiuse in The Malayan Trilogy, ambientata nell'estremo Oriente in cui viveva e lavorava), oltre a una grammatica inglese. Compilando la sua Storia della letteratura inglese per studenti stranieri (English Literature: A Survey for Students), si rese conto che "non è possibile separare la poesia di Wordsworth dal paesaggio inglese". Avrebbe voluto tradurre La Terra desolata di T.S. Eliot in indonesiano, ma fin dalla prima strofa "April is the cruellest month" vide che era un compito irrealizzabile. "Nella logica degli indonesiani, un mese non può essere né crudele, né più crudele di un altro...".

Da Chiamatemi Antonio Borghese
Una monografia on line su Anthony Burgess

09 novembre 2008

900. Chiarezza



La vita non aveva alcun significato, l'uomo non aveva alcuna importanza. Filippo esultò come aveva esultato nella sua giovinezza quando si era liberato dal fardello della religione; gli sembrava ora di essere alleviato dall'ultima responsabilità e di sentirsi per la prima volta veramente libero. La sua nullità si trasformava in forza, ed improvvisamente egli si sentiva uguale al destino spietato che si era accanito contro di lui; se la vita non aveva significato, il mondo non aveva più crudeltà. L'insuccesso non aveva alcuna importanza e il successo non significava nulla. Così piccolo nella massa formicolante di esseri umani che per breve tempo occupavano la superficie della terra, si sentiva onnipotente perché aveva strappato al caos il segreto della sua inesistenza. I pensieri si soverchiavano tumultuosamrnte l'un l'altro nel suo cervello; ed egli respirò a lungo con gioconda soddisfazione. Aveva voglia di cantare e di saltare; da molti mesi non si sentiva così felice.
Oh, vita! – gridò dentro di sé. – Oh, vita, dov'è il tuo pungiglione?

William Somerset Maugham
da Schiavo d'amore


08 novembre 2008

899. Commiato

06 novembre 2008

898. Lontano dalle correnti maestre della vita



Gentile signore, si sarebbe molto più avvicinato al vero se m'avesse raffigurato come l'abitante d'un nido di gufo; poiché il mio è quasi altrettanto lugubre e, come il gufo, di rado m'avventuro fuori prima dell'imbrunire. A causa di una qualche stregoneria - perché davvero non riesco a individuare alcun ragionevole motivo - sono stato trascinato lontano dalle correnti maestre della vita, e mi pare impossibile farvi ritorno. Da che ci siamo incontrati l'ultima volta mi sono isolato dalla società; eppure non mi sono mai proposto una tale cosa, né ho mai immaginato qual genere di vita avrei vissuto. Ho fatto di me un prigioniero e mi sono chiuso in cella; e ora non riesco a trovare la chiave che mi consenta di uscire - e se pure la porta fosse aperta, ne avrei quasi paura...

Nathaniel Hawthorne
Lettera a H.W. Longfellow, 1837
dalle Lettere (1821-1864)
in "Opere scelte"

05 novembre 2008

897. La tua parola spenta



Quando un giorno ti lascia,
pensi all'altro che spunta.

E' sempre pieno di promesse il nascere
sebbene sia straziante
e l'esperienza d'ogni giorno insegni
che nel legarsi, sciogliersi o durare
non sono i giorni se non vago fumo.

[...]

E' nebbia, acceca vaga, la tua assenza,
è speranza che logora speranza,

da te lontano più non odo ai rami
i bisbigli che prodigano foglie
con ugole novizie
quando primaverili arsure provochi
nelle mie fibre squallide.

[...]

Soffocata da rantoli scompare,
torna, ritorna, fuori di sé torna,
e sempre l'odo più addentro di me
farsi sempre più viva,
chiara, affettuosa, più amata, terribile,
la tua parola spenta.

[...]

L'amore più non è quella tempesta
che nel notturno abbaglio
ancora mi avvinceva poco fa
tra l'insonnia e le smanie,

balugina da un faro
verso cui va tranquillo
il vecchio capitano.


Giuseppe Ungaretti
da Ultimi cori per la terra promessa
in Il taccuino del vecchio


04 novembre 2008

896. Senza voce tra le voci



Che farei senza questo mondo
senza faccia né domande
dove essere non dura che un attimo
dove ogni istante si versa nel vuoto dell'oblìo
di essere stato
senza quest'onda dove alla fine
corpo e ombra sprofondano insieme

che farei senza questo silenzio
abisso dei bisbigli
ansimante furioso verso il soccorso
verso l'amore
senza questo cielo che s'innalza
sulla polvere delle sue zavorre

che farei
farei come ieri come oggi
guardando dal mio oblò se non sono solo
a errare e girare lontano da ogni vita
in uno spazio burattino
senza voce tra le voci
rinchiuse con me.


Samuel Beckett
da Poesie in inglese

03 novembre 2008

895. (Ri)conoscere la Fine



Abbiamo visto morire milioni di individui in guerra, centinaia di migliaia nelle rivoluzioni, decine di migliaia nelle persecuzioni e nelle sistematiche epurazioni delle minoranze. Moltitudini numerose come nazioni vagano ancora sulla faccia della terra o periscono quando mura fittizie pongono fine al loro vagare. Tutti quelli che vengono chiamati profughi o immigrati appartengono a questo vagare, in essi si incarna una parte di quei terribili avvenimenti in cui la morte ha riafferrato le redini che noi credevamo avesse abbandonato per sempre. Questa gente porta nell'anima, e spesso nel corpo, le tracce della morte, e non le perderà mai del tutto. Voi, che non avete mai preso parte a questa grande migrazione, dovete accogliere questi altri come simboli di una morte, che è una componente della vita. Accoglieteli come quelli che hanno avuto il destino di ricordarci la presenza della Fine in ogni momento della vita e della storia. Accoglieteli come simboli della finitezza e transitorietà di ogni interesse umano, di ogni vita umana, di ogni cosa creata.
Noi siamo diventati una generazione della Fine e quelli di noi che sono stati profughi ed esuli non dovrebbero dimenticarlo quando trovano un nuovo inizio qui o in un'altra terra. La Fine non è niente di esterno. Non si esaurisce con la nostra infanzia, la gente con cui siamo cresciuti, il paese, le cose, la lingua che ci hanno formati, i beni, spirituali e materiali, ereditati o guadagnati, gli amici che ci furono strappati da morte improvvisa.
La Fine è più di tutto questo: è in noi, è diventata il nostro vero essere.
Noi siamo la generazione della Fine e dovremmo saperlo.

Paul Tillich
da Il coraggio di esistere
ed. Astrolabio, Roma, 1968
Trad. di G. Sardelli

02 novembre 2008

894. La vera eredità



Quello che veramente ami rimane,
il resto è scoria
quello che veramente ami non ti sarà strappato
quello che veramente ami è la tua vera eredità
il mondo a chi appartiene, a me, a loro,
o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile
Elisio, sebbene fosse nelle dimore d'inferno,
quello che veramente ami è la tua vera eredità

la formica è un centauro nel suo mondo di draghi.
Strappa da te la vanità, non fu l'uomo
che creò il coraggio, o l'ordine, o la grazia,
strappa da te la vanità, ti dico strappala!
e cerca nel verde mondo quale luogo possa essere il tuo,
raggiungerai così l'invenzione, la vera abilità dell'artefice.


Ezra Pound
da Canti pisani


01 novembre 2008

893. Passaggi e spazi di vita (nell'arte)


893.1 Non sono gli occhi che ci fanno difetto e non è nemmeno la bellezza ad averci abbandonati. Si è semplicemente infranto lo specchio in cui contemplarla.
[Antonio Scurati - La letteratura dell'inesperienza]

893.2 L'arte è ciò che diventa mondo, non è il mondo.
[Karl Kraus - Detti e contraddetti]

893.3 Noi non sappiamo chi siamo (né dove andiamo). Ciascuno che guardi nella propria vita scopre una serie di atti e eventi slegati, ognuno dei quali recita per sé; una serie di atti che spesso si contraddicono e rischiano l'insensatezza; di ricordi che mentono, di convinzioni che ingannano. Le vite degli uomini sono irriconoscibili. L'irriconoscibilità apre spazi alla creatività (e fantasia) dello scrittore che a partire da quelle vite può puntare a scoprire e trasmettere nuova conoscenza e comunicare possibili suggestioni di autenticità.
[Angelo Guglielmi (e altri) - Sul racconto. Una narrazione a più voci intorno allo statuto della narrazione breve - Ed. Il lavoro editoriale, 1989]

893.1.1 C'è un passaggio per entrare nella Casa dello Specchio: se ne vede un pezzo quando si lascia aperta la porta del nostro salotto. E' un paesaggio molto simile al nostro, ma al di là di esso deve essere tutto molto differente... [Lewis Carroll - Alice attraverso lo specchio]