akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

30 settembre 2008

861. Tabula rasa



Bisognerebbe mandare tutto il pubblico a una scuola in cui non si imparasse nulla. Scuola o piuttosto ufficio di ripulimento attraverso il moto.
Milioni di teste sarebbero sbarazzate da tutti quei detriti di scadente letteratura, da tutti quei calmanti artistici, che vengono assorbiti dall'infanzia e che vi impediscono, cari amici, di considerare il mondo e l'opera d'arte con occhio individuale, e che soffocano la parte ancora selvaggia della vostra sensibilità.

René Clair
da Riflessioni sul cinema
Note per servire all'arte cinematografica

28 settembre 2008

860. Quasi letteratura fosse carità



Sulla strada, mettendoci in ascolto,
dentro ogni sera, dentro ogni città,
quasi letteratura fosse carità...

se la parola, che non riesce a dire,
non è la parola, ma la cosa che vive,
nel momento stesso in cui credi d'udire

il richiamo di quei giorni mal vissuti,
o tenuti tali perché erano muti,
mentre vivere senza capire, allora,

pareva fosse un bel morire, come ora
capire senza vivere quel patire
ripete l'esser vissuti e lo scrivere...


Gianni D'Elia
da Sulla riva dell'epoca

27 settembre 2008

859. Di libri e lettori [9] Questione di pollici



"Sai" disse, "ho letto una cosa stupenda, una cosa meravigliosa... Camminavano mangiando delle caramelle di frutta che estraevano a turno da un cartoccio comperato per dieci soldi dal droghiere Iwersen nella Mühlenstrasse. "Devi leggerlo, Hans, e il Don Carlos di Schiller... Se vuoi, te lo presto..."
"No, no" rispose Hans Hansen, "lascia stare, Tonio, non è roba per me. Io preferisco i miei libri di cavalli, lo sai. Vedessi che bellezza di figure ci sono. Se una volta vieni a casa mia, ti faccio vedere. Tutte istantanee, coi cavalli che trottano e galoppano e saltano, in tutte le posizioni che nella realtà non si possono mai vedere per la troppa velocità..."
"In tutte le posizioni?" domandò Tonio cortesemente. "Già bello, senza dubbio. Ma, quanto al Don Carlos, è al disopra di ogni immaginazione. Ci sono punti, vedrai, cosi magnifici che si prova uno scossone, come se si sentisse uno schianto..."
"Uno schianto?" domandò Hans Hansen. "In che modo?"
"Ma sì, per esempio in quel punto quando il re ha pianto perché è stato tradito dal marchese... ma il marchese lo ha tradito solo per amore del principe, capisci? Perché si sacrifica per lui. E allora la notizia che il re ha pianto giunge dal suo studio nel vestibolo. 'Ha pianto? Il re ha pianto?' Tutti i cortigiani sono terribilmente sorpresi, si sentono come fulminati, perché è un re talmente rigido e severo. Ma invece si capisce benissimo che abbia pianto, e a me anzi fa più pena lui del principe e del marchese interne. E' sempre talmente solo e senza affetto, e quando crede finalmente di aver trovato un essere umano, quello lo tradisce..."
Hans Hansen guardò di sottecchi il viso di Tonio, e qualcosa in quel viso dovette avvincerlo all'argomento: d'improvviso infilò nuovamente il braccio in quello dell'amico, e gli domandò: "E com'è che lo tradisce, Tonio?"

Thomas Mann
da Tonio Kröger

°

Babbo è generosissimo e scherza con noi, purché si abbia il dovuto riguardo a certe sue piccole debolezze. Ha un fatto personale contro le unghie sporche, e non può soffrire quando a tavola si spinge il cibo col pollice. "Per amor del cielo, non il pollice!" grida facendo una smorfia. "Se c'è proprio bisogno di spingere, piuttosto col naso o col dito grosso del piede, ma non quel pollice!» Le sue avversioni sono per lo più di quel genere capriccioso e irrazionale. Dalle nove del mattino a mezzodì bisogna far silenzio perché babbo lavora; idem dalle quattro alle cinque perché è l'ora della siesta. Passare la soglia del suo studio mentre è lì assorto nei suoi misteriosi lavori sarebbe blasfemo e non verrebbe in testa a nessuno di noi bimbi. Bastano lievi infrazioni per irritarlo. E' grave esser caduti nella sua disgrazia, sebbene egli non lo manifesti a parole. O forse appunto per questo. Quando facciamo qualche malefatta - rubiamo la marmellata, macchiamo d'inchiostro la marinara di bucato - la mamma grida. Babbo simili gravi mancanze è capace di neanche avvedersene; in compenso certi falli, che ci paiono innocentissimi, lo fanno andare su tutte le furie. L'autorità paterna è imprevedibile.
Butto lì queste forme tradizionali: babbo, mamma, autorità paterna, e le trovo imprecise, quasi ingannevoli. Che hanno da fare questi clichés con una realtà che consta di mille sfumature momentanee, irripetibili? "Babbo" vuol dire il solletico dei baffi, il profumo di sigari, acqua di Colonia e biancheria di bucato; vuol dire un sorriso distratto e pensoso, uno sguardo ad un tempo assente e penetrante; significa una voce sonora e amichevole, le lunghe file di libri dello studio - solenne quadro dal misterioso fascino - vuol dire la scrivania ordinata coll'imponente calamaio, la penna leggera di sughero, la statuetta egiziana, il ritratto in miniatura di Savonarola su fondo nero; e una musica attutita che giunge dal salotto.

Klaus Mann
da La svolta
Storia di una vita


°


26 settembre 2008

858. Divenire nel battito



Chi sta zitto per immersione e per forza
si trasforma.
Coltiva il proprio orto.
Impara a divenire nel battito. Ad abitare la cellula
del suo sangue, la trasparenza del fiato.

Anna Maria Farabbi
da La magnifica bestia


25 settembre 2008

857. Lettere dalla zona interdetta [XII] - Alla Corte delle Memorie Impossibili



Sai, c'è qualcosa nelle nostre vite spese a rincorrersi che sembra destinato a esiliarsi alla Corte delle Memorie Impossibili, nell'esatto punto d'incontro delle sorti che non riusciamo a decidere ma che in qualche modo ci appartengono. Respiriamo comunque - e sempre - l'aria di un destino sfinito dalla corsa del tempo, che non indugia sulle sorti private e che però modifica sostanzialmente il significato degli eventi: qua e là emerge un volto, da qualche oscuro punto della storia, e ci ritroviamo smarriti a cercare ipotesi di salvezza da un'esistenza insieme che sembra sfuggirci.
Sì, come al solito le tue parole sono giuste, non lo nego, ma a volte mi sorprendo a pensare che non esista un destino univoco e che non ci sia niente che appartenga solo a noi.

°

XI - X - IX - VIII - VII - VI - V - IV - III - II - I



22 settembre 2008

856. Le notti del Sempre e del Mai


Non ce l'ho con gli amanti della verità, ma con la Verità stessa. Quale sostegno, quale consolazione nella Verità, a paragone di una storia? A che giova la Verità a mezzanotte, al buio, quando il vento ruggisce nel comignolo come un orso? Quando il lampo sprigiona ombre sulla parete della stanza e la pioggia bussa alla finestra con le sue lunghe unghie? No: quando paura e freddo ti immobilizzano a letto come una statua, non aspettarti che la scarna e ossuta Verità accorra in tuo aiuto. Quello che ci vuole è il pingue conforto di una storia: sentirti placare, cullare dalla sicurezza di una bugia.

Diane Setterfield
°

Di notte, quando l'amore come un pendolo
oscilla tra Sempre e Mai
la tua parola incrocia le lune del cuore
e il tuo occhio grigio e azzurro
dona alla terra lo sguardo del cielo.

Dal bosco lontano, nero
di sogno, ci arriva il vento
di ciò che è passato,
e quello che abbiamo dimenticato
ci gira intorno,
enorme
come sa esserlo solo
lo spettro di ciò che sarà.

Quello che ora si leva e discende
riguarda ciò che è più profondamente nascosto:
è così che il tempo - cieco come lo sguardo che ci offriamo -
ci bacia sulla bocca.


Paul Celan
da Mohn und Gedächtnis

°

E' questo, probabilmente, che cerchiamo attraverso la vita, niente altro che questo, la più grande sofferenza possibile, per diventare noi stessi prima di morire.

Louis-Ferdinand Céline
da Viaggio al termine della notte

°

20 settembre 2008

855. Un'avventura con le parole


855.1 Nella prima antichità non sussite alcuna differenza fondamentale tra la poesia e le scienze, tra la filosofia e il pensiero tecnologico: le grandi teorie scientifiche sono tutte state veicolate per via poetica, Empedocle e Parmenide, ad esempio, rendono in forma poetica l'argomento teoretico: una mitologia della ragione, si può dire; una ragione che è anche una mitologia poetica.La parola greca gnosis ("sapere") indica la perfezione profonda della verità, intesa come meditazione scientifica, quale la ritroviamo da Leonardo da Vinci sino a Valéry. [George Steiner - I classici e la scienza]

855.2 Detestavo i libri (per bambini) che mi davano in classe: di favole, di avventure. Mia madre me li raccontava, io ne facevo il riassunto per la maestra. Dopo dieci pagine crollavo di noia [...]. Kafka fu una rivelazione. Assolutamente non lo trovai noioso. Anzi, lessi uno in fila all'altro Il castelloIl processo. Mi ricordo la prima lettura del Processo, andai avanti ininterrottamente tutta la notte a ridere. E forse non avevo torto...
[Massimo Cacciari - Intervista di Alberto Sinigaglia]

855.3 Mi è capitato di recente di usare in un paio di occasioni la parola "cult". Scrittore di culto. Libro di culto. Nel rileggere mi sono però chiesto perché si continui a usare questa espressione. Sottintende è vero, un giudizio positivo ma anche un che di esclusivo, quasi blasé. Perché non dire che un libro è bello - bello per tutti -, profondo, illuminante, e che vale la pena di leggerlo? Che cosa significa "di culto"?
[Luigi Sampietro - Rivista Poesia, nr. 164/2002]

855.4 Non sono d'accordo che la letteratura difficile sia necessariamente inaccessibile. Qualsiasi lettore intelligente può leggere e capire, se torna al testo più e più volte. S'imbarca in un'avventura con le parole. [...] Alcuni si interesseranno all'origine delle parole, ai giochi tecnici, agli esperimenti filologici in ogni verso. Ogni parola possiede la magia di una cosa vivente. Ogni cosa vivente può assumere una forma. [...] Mi hanno fatto osservare che alcune parole sono state create sotto l'influenza o l'impressione di un mondo che non ho mai visto. Forse la mia debole vista è responsabile di questo, per cui il mio pensiero fugge dalle parole nelle immagini...
[James Joyce/Adolf Hoffmeister - Il gioco della sera. Conversazione con James Joyce]

855.5 Una parola, una frase: da segni cifrati  / una vita emerge dal codice, un improvviso senso: / il sole si ferma, si zittiscono/ gli astri, tutto in quella parola si condensa.
Una semplice parola: un bagliore, un volo, una fiamma, / una vampa, un luccichiìo di stella cadente. / Poi, di nuovo, il buio senza fine, / nello spazio vuoto intorno al mondo, e all'io.

[Gottfried BennStatische Gedichte]

18 settembre 2008

854. Partenza (anime che se ne vanno)


In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l'altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull'estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d'anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.


Dicono le ortensie:
- è partita stanotte
e il buio paese s'è racchiuso
dietro la lanterna
che guidava i suoi passi -
dicono anche: - è finita
l'estate, è morta in lei,
e niente ne sapranno i freddi
verdi astri d'autunno -.
Un cane abbaiava all'ora fonda
alla pioggia all'ombra del mulino
e la casa il giardino
si vela di leggera umidità.


Vittorio Sereni
da Frontiera
Ed. di "Corrente", Milano, 1941


17 settembre 2008

853. Seguendo un vento di luna



Ho ben chiaro il fatto che l'intera mia esistenza sarebbe corsa in ben altra direzione, magari per pura casualità, se l'evidenza netta delle cose non mi fosse stata in qualche modo concessa. E' vero che io l'ho perseguita con costanza e determinazione, però è anche vero che ho sempre navigato a vista, seguendo solo - nelle notti più scure - le mie "stelle consigliere".

°

Notte di luna. Il prato umido e gelido riluce di strani barbagli. Sembrano occhi di gatto o perle buttate qua e là da una mano che non ne conosce il valore.
Io invece lo percepisco per intero. Apro la finestra e respiro profondamente il vento freddo del nord. Domani ci sarà tempo per ricordare tutto, ora voglio dimenticare persino il mio nome e riconoscermi solo in questo vento di luna, in questa pace che sa davvero di infinito.

°

Smetto di perdermi e vago per le stanze ricercando un punto fermo da cui ripartire per "impostare" questa notte. La lettura, certo, ma non sempre basta. La musica, certo, ma a volte il suo "tappeto" è talmente impalpabile da farsi dimenticare. Osservo gli oggetti familiari con apparente disincanto, il pensiero segue i sentieri del tempo, pretende ragione delle cose vissute. Davvero, nel mio navigare a vista, ho trovato sempre ciò che cercavo? O non è piuttosto quello che non ho mai trovato il punto cardine che mi spinge a restare qui, a ragionare sul fatto che non sempre serve mollare gli ormeggi per diventare (nietzcheanamente parlando) "ciò che si è"?

°

Il magazzino della memoria è nel recesso più oscuro della casa, vi entro adagio. Non so cosa cerco, però intuisco che qualcosa troverò. Una volta scrutavo in uno specchio antico della casa in cui sono nata il mio viso di quasi adolescente. Un sussulto di emozione mi mise di fronte al punto esatto in cui percepivo che tutto in me stava cambiando. Non ero più bambina, non ero ancora donna. In quel limbo segreto costruii la mia esistenza, lì ebbi chiaro - per un piccolo, indefinito istante - ciò che avrei voluto diventare. Successivamente ebbi tutto il tempo di perdere la "mappa" di quel cospicuo tesoro. Forse è l'esito di quell'antico proposito ciò che ora vado cercando, qui, nel buio, rotto solo da un segno di luce che spunta da uno slargo di cielo, oltre la finestra del tempo. 

°

Non sempre mi sento ciò che sono, mentre sono certa di essere in confidenza con me stessa quando sono ciò che sento.
Forse è (anche) per questo che il mio futuro - oggi - ha contorni tanto indefiniti.

°


Fade far away, dissolve, and quite forget
What thou among the leaves hast never known...
Darkling I listen...
Now more than ever seems it rich to die,
To cease upon the midnight with no pain...

John Keats
Ode to a Nightingale


16 settembre 2008

852. Il canto della tenebra



Voleva partire. Mai ci eravamo piegati a sacrificare alla mostruosa assurda ragione e ci lasciammo stringendoci semplicemente la mano: in quel breve gesto noi ci lasciammo, senza accorgercene ci lasciammo: così puri come due iddii noi liberi liberamente ci abbandonammo all'irreparabile.

°

La luce del crepuscolo si attenua:
inquieti spiriti sia dolce la tenebra
al cuore che non ama più!
Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare
sorgenti sorgenti che sanno
sorgenti che sanno che spiriti stanno
che spiriti stanno a ascoltare...
Ascolta: la luce del crepuscolo attenua
ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:
ascolta: ti ha vinto la Sorte:
ma per i cuori leggeri un'altra vita è alle porte:
non c'è di dolcezza che possa uguagliare la Morte...


°

...Mi ero alzato. Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e misteriosa, dalla sua tenda l'uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall'ombra di Nessun Dio.

Dino Campana
tutti i brani sono tratti dai
Canti Orfici

14 settembre 2008

851. Scrittura di finzione: ipotesi di realtà [concetti e corollari]


851.1 Quando leggo un racconto (o un'opera di finzione in genere) mi rendo conto che quello che lo può rendere alla mia coscienza via via più persuasivo non è un "fatto in sé", ma semplicemente la sua plausibilità. La possibilità cioè che esso possa, almeno in linea teorica, verificarsi. Sembra un'ovvietà, eppure è questo il "motore di ricerca" (tutto interiore) della mia necessità di leggere.

851.1.1 Tutto quello che non è mai "stato" (nel senso di "esistito") - se non nella mente dell'autore - diviene d'improvviso nella mia coscienza "ciò che è" o - meglio - "ciò che potrebbe (anche) essere". La scoperta è a dir poco entusiasmante.

851.1.2 "M'identifico con l'autore", "Mi sembra di sentire ciò che egli sente", "Credo quasi di averlo scritto io", cosa sono questi pensieri se non la consapevolezza che un'ipotesi, una pura e semplice ipotesi si è fatta realtà?

851.2 Non è da poco pensare che la scrittura è un ponte tra ciò che credo e ciò che sento.

851.2.1 Il corollario relativo - nello specifico - potrebbe senz'altro essere: ...un ponte tra ciò che credo e ciò che leggo.

851.3 E' vero anche che occorre liberarsi da un modo di pensare troppo aderente a quello dell'autore. Voglio dire che nel corso della lettura le mie riflessioni ipotetiche potranno prendere strade diverse. La meta potrà essere infine analoga, ma i percorsi dovranno - per forza di cose - cambiare.

851.3.1 Non posso sapere in che modo l'autore arriverà alla meta che io credo di intuire. Né se mai deciderà di arrivarci.

851.3.2 (851.1.3) Potrà capitare che un racconto (o un qualsiasi "tema di finzione") termini in modo del tutto diverso da quello che io avevo auspicato (immaginato?). Il costrutto di cui al punto 851.1 non sarà per questo meno valido.

851.4 In un'opera di finzione la meta - pur chiara fin dall'inizio - potrà risultare preclusa dalle mie aspettative.

851.4.1 Analogamente, nella stessa opera, un'eventuale chiusura "oscura", potrà sembrarmi chiara per l'identico motivo.

851.5 Un'opera di finzione passerà - grazie al lettore - attraverso il nodo scorsoio dell'illusività.

851.5.1 Il lettore sperimenterà - grazie all'opera di finzione - l'esperienza
a-valutativa della realtà.

13 settembre 2008

850. Piccolo diario svizzero


850.1 Pochi giorni fa è uscito (per volere dell'autore contemporaneamente in Turchia e nei paesi di lingua tedesca) il nuovo libro di Orhan Pamuk dal titolo Museum der Unschuld. Il quotidiano di Zurigo Tages Anzeiger dedica al libro e all'autore un corposo speciale da cui traggo >>>questa bella intervista. Inutile dire che il volume è qui accanto a me, pronto ad allietare (spero) questa lunga serata (già) autunnale.

850.2 Creusez les Alpes, qu'on voie la mer! E' il bellissimo titolo scelto dai responsabili del Museo storico di Losanna per una mostra che narrerà l'epopea del traforo del Sempione che, nel periodo a cavallo tra i due secoli precedenti, collegò in maniera più agevole la Svizzera Romanda all'Italia.
La mostra resterà aperta fino al 25 gennaio del 2009, ma già nei prossimi giorni ho intenzione di attraversare il lago per visitarla.

850.3 Un'altra mostra che non voglio assolutamente perdere è quella di Beat Zoderer inaugurata a fine agosto al Museo Haus Konstruktiv di Zurigo.
Il modo in cui questo artista gioca con il "falso reale" che ci circonda mi ha sempre impressionata, ed è giusto che io omaggi la sua arte e la sua "poetica" con un passaggio attraverso la bella sfera policroma che egli ha posto proprio all'ingresso della sua mostra. [Chi non conoscesse Beat Zoderer, che spesso vive e lavora in Italia, può leggere di lui qualcosa >>>qui].

12 settembre 2008

849. Sera di luci lontane



I tigli rumoreggiano incauti, mentre i platani protendono i loro rami più alti al vento che li spoglierà. Luci lontane si mischiano a una vaga pace che si proietta nel cielo della sera. Nessun rumore tranne quelli del vento e della pioggia che - improvvisa - bagna il prato facendolo brillare.
Resto alla finestra, non mi muovo.
Attendo senza guardare. Guardo senza aspettare.
Se arriverai sarò pronta. Se non arriverai chiuderò la finestra e mi siederò tranquilla, lasciando che il tempo passi sopra di me senza malinconia.

[Che affondi pure i suoi passi lenti nel mio cuore, che vi lasci le sue orme. I sogni le riempiranno di altre attese, di altro vento, di altre tranquille sere di luci lontane].

°

Il tuo saluto, la sera,
gli occhi nell'ombra -
dall'ombra, e taci,
mi guardi, un minuto? -
ferma ogni vena nel mondo,
tacito aduni
gli addii della sorte,
la sera, con gli occhi
nell'ombra, ardi?
O piangi, ma forte
ma forte un minuto nel cuore
ogni vena mi ferma
il tuo saluto, la sera.


Sibilla Aleramo
da Selva d'amore
ed. Lo Specchio/Mondadori, 1947

°


Pëtr Il'ič Čajkovskij
Concerto per pianoforte e orchestra No. 1, primo mov.
al piano Martha Argerich
direttore Charles Dutoit, Orchestra della Svizzera Romanda
Ginevra - 24 ottobre 1973


11 settembre 2008

848. Quest'ansia che scolpisci con le stelle



Non so parlare della notte azzurra:
i lunghi asfalti dove muore il mare
della città che indossa questa pietra
per dirci ancora di morire. O notte
perduta nei licheni dei tuoi tetti,
io sento quest'inganno per noi vivi,
quest'ansia che scolpisci con le stelle
di là dai monti, nel tuo antico coro
e fai l'abisso fondo delle acque,
o notte, laghi d'erba, dolce notte.


Marcello Landi
da Speranza da inventare
Ed. Vallecchi, 1953

10 settembre 2008

847. Dal caldo della malinconia (all'acqua da un tronco)



Io non ho scritto in vita mia se non pochissime e brevi poesie. Nello scriverle non ho mai seguìto altro che un'ispirazione (o frenesia), sopraggiungendo la quale, in due minuti io formavo il disegno e la distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, soglio sempre aspettare che mi torni un altro momento, e tornandomi (che ordinariamente non succede se non di là a qualche mese), mi pongo allora a comporre, ma con tanta lentezza, che non mi è possibile di terminare una poesia, benché brevissima, in meno di due o tre settimane. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da sé, più facilmente uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal mio cervello.

Giacomo Leopardi
da una lettera al cugino Giuseppe Melchiorri
del 5 marzo 1824

°

>>>qui - chi vorrà - potrà leggere quella che, da sempre, considero la poesia perfetta.
Incipit e chiusa impossibili da eguagliare per nitore, potere evocativo e sonorità. Il corpo centrale della lirica è ricco di temi: storici, filosofici, umani, letterari e personali. Su tutto una capacità di analisi dell'uomo, della sua irredimibile difficoltà di collocazione in un mondo palesemente ostile, che fa di Leopardi uno psicologo del profondo ante litteram. E poi, ultimo ma non ultimo, c'è il rapporto amore-vita-ispirazione per il quale non c'è bisogno di tante parole, se non di quelle - come al solito lucidissime - di Giacomo:

Ieri, avendo passata la seconda notte con sonno interrotto e delirante, durarono molto più intensi ch'io non credeva, e poco meno che il giorno innanzi, gli stessi affetti, i quali avendo cominciato a descrivere in versi ieri notte vegliando, continuai per tutto ieri, e ho terminato questa mattina stando in letto. Ieri sera e questa notte c'ho dormito men che pochissimo, mi sono accorto che quella immagine per l'addietro vivissima, specialmente del volto, mi s'andava a poco a poco dileguando, con mio sommo cordoglio, e richiamandola io con grandissimo sforzo, anche perché avrei voluto finire quei versi de' quali ero molto contento, prima d'uscire dal caldo della malinconia...

da Memorie del primo amore

°

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09 settembre 2008

846.Di libri e lettori [8] Cooperativa Shakespeare



Calibano:
Nel pomeriggio, come ti dicevo,
ama dormire: allora lo puoi uccidere:
- ma, prima, cerca di levargli i libri -
tu puoi schiacciargli il cranio con un ceppo,
oppure aprirgli il ventre con un palo,
o tagliargli la gola col coltello.
Prima, ricorda di levargli i libri:
senza libri, è uno sciocco come me,
e non ha un solo spirito al comando.


William Shakesperare
da La tempesta

°

Sono sempre d'avviso
che Shakespeare fosse una cooperativa.
Che per le buffonate si serviva
di cerretani pari a lui nel genio
ma incuranti di tutto fuorché dei soldi.
Non puoi ingoiare troppo la sopravvivenza.
A volte digerisce un plotone, tale altra
distilla poche sillabe e butta un monumento
nel secchio dei rifiuti. Produce come i funghi,
puoi trovarne parecchi tutt'insieme, poi resti
a mani vuote per un giorno intero
o per un anno o un secolo. Dipende.


Eugenio Montale
da Le storie letterarie
in "Quaderno di quattro anni"

°

I post precedenti  sul tema sono:
Tusitala - Per ingigantire la notte - A Pa' - ...si tratta anche di te - Di libri e lettori, 3 - Di libri e lettori, 2 - Di libri e lettori, 1


07 settembre 2008

845. Solo ciò che passa dura



Vieni, posa la testa sul mio grembo, accenditi un sigaro, la tazza del caffè l'hai a portata di mano; chiudi gli occhi, abbassa quella specie di serranda delle palpebre, metti via il calendario, che vogliamo recitare insieme un po' della nostra litania del Te ne ricordi... e degli anni quando si abitava un po' fuori, a Blessenfeld, e ogni sera c'era odore di festa dopo le fatiche, odore di gente che si saziava alle rivendite di frittelle di pesce o di patate, ai carretti di gelati; felice di poter mangiare con le mani; a me non fu permesso, finché rimasi a casa, tu invece mi lasciasti fare come mi piaceva; c'era nell'aria suono di organetti di Barberia, fragore di giostre, e io sentivo, con l'olfatto, con l'udito, con tutti i miei sensi, che solo ciò che passa dura; mi avevi liberato da quella casa triste dove loro stavano rintanati da quattrocento anni, cercando invano il modo di liberarsi; le sere d'estate io stavo su, sulla terrazza a tetto, mentre loro sedevano giù in giardino e bevevano vino; serate per i signori, serate per le dame, e io coglievo nelle risate acute delle donne così come in quelle fragorose degli uomini, un'uguale disperazione; quando il vino scioglieva le lingue, liberava la gente dai loro tabù, quando la fragranza della sera estiva li liberava dalla prigione della loro ipocrisia, allora tutto si vedeva chiaro, che non erano, cioè, né ricchi né poveri abbastanza per arrivare a scoprire l'unica cosa che dura, la caducità; verso di quella io mi sentivo attratta e invece mi avevano educato alle cose che non mutano mai: "Matrimonio, Fedeltà, Onore, Camera matrimoniale", dove regnava il dovere, e ogni scelta era bandita; austerità, costruzioni, polvere trasformata in strutture, e intanto all'orecchio mi affiorava quasi il richiamo del fiume, il suo mormorare durante la piena: perchéperchéperché...

Heinrich Böll
da Biliardo alle nove e mezzo
[>>>qui qualche breve - ma arguta - nota di lettura sul volume]

06 settembre 2008

844. Ombre sottili nel vetro nero



Non posso volere. Non posso dire: vieni, percorreremo un certo cammino, insieme e per sempre. Quello è il giorno. Che possiede la volontà e il futuro, e un sì e un no chiari e decisi tra gli uomini. Io non posso. Io possiedo solo l'attimo. Vivo solo di notte. Tra quelle ombre sottili che ora paiono la nostra immaginazione e ora un'immagine del tutto diversa, eppure proprio in quel momento siamo più profondamente noi stessi... così io non comprendo neppure quell'attimo.
Dicono che sono uno psicologo. Non lo sono. Sono attratto soltanto da determinate, rare cose... Indovino processi in me e in altri che perlopiù nessuno nota, ma ignoro quale sia, nella sua totalità, l'aspetto mio e loro, durante il giorno... Non conosco quasi null'altro che le immagini nel vetro nero, che a volte si assomigliano e a volte sono così estranee, nuove e diverse, da farci meravigliare che si tratti di noi.
Mi capisca bene: non sto parlando di quell'uomo che Lei ha incontrato qua o là, ma di come io sono negli attimi più rari e più veri, tra i quali a volte sono trascorsi anni, e di come io voglio essere per Lei.

Robert Musil
Lettera ad Anna, 1907
in Saggi e lettere, vol. II

04 settembre 2008

843. Lettere dalla zona interdetta [XI] - Il gioco del rimpianto



Se decidi di essere sincera vivrai male e invecchierai sola.
Così mi scrivi su carta azzurrina pensieri leggeri e irricevibili, bel ragazzo dagli occhi verdi che mi perdesti quando ancora non mi ero trovata.
Fui per qualche tempo il tuo porto tutt'altro che tranquillo, quando tornavi da quei mondi lontanissimi che visitavi non muovendoti mai dalla tua bella casa bianca a mezza costa. 
Avevamo un solo vezzo (che ci riusciva benissimo): annusare le tempeste e scansarle abilmente.
Tutte, tranne l'ultima, che ci travolse e separò.

Non so come hai avuto il mio indirizzo, né cosa ti abbia spinto a scrivermi queste quattro righe immotivate dopo così tanto tempo. Sai bene che non guardo mai al passato, se non a quello ormai disabitato, quindi ho ben poco da risponderti, ma ci provo.
Ricordi male i miei silenzi, erano - e sono - ben più lunghi di una sera. Le poltrone di vimini mi hanno seguita, sì, e il prato è sempre ben curato. Da tempo immemore non ho più "vicini" e i quattro lati dei luoghi che ho abitato sono sempre stati - e sono - ben lontani da altri "respiranti" (vedi che rammento?). Non invidio per nulla i tuoi sonni scarsi sotto cieli australi e, sì, anch'io ho lasciato il "luogo" non senza, prima, averne perduto il tempo del sogno e del bisogno.
Ho giurato a me stessa di non più tornarvi e, come ricorderai, le mie promesse sono ben più ferree delle tue, mio bel ragazzo dagli occhi verdi che forse hai perso un po' di smalto al tavolo da gioco del rimpianto.
Un compare pessimo, che tu chiami maestro e io impostore.
Ora ti lascio lì dov'eri, nel mai che ormai è passato
E che non torna.

°

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03 settembre 2008

842. I luoghi dell'assenza



Ogni uomo ha il suo "luogo", le lezioni di filosofia gli avevano lasciato scarse tracce, ma sapeva da Aristotele che per ogni elemento c'è un luogo. Elena gli aveva spiegato un giorno che anche Dante credeva la stessa cosa e che proprio questo aveva voluto dire in un verso che a Dino era sembrato stupido, e palesemente falso. Il paradiso, gli aveva detto Elena, è fatto "per loco dell'umana specie", perché là tutti gli uomini, se non fossero animali ciechi e ottusi, dovrebbero tendere. Dino si era ostinato a negare qualsiasi verità al discorso dantesco, non concepiva allora che le cose da stringere, da toccare, subito e qui. Lei si era spazientita, gli aveva dato della bestia e lui le aveva risposto ridendo che non gli importava di esserlo, purché lei ammettesse che il suo luogo, di lui Dino, era lei, Elena. Avevano molto riso, e lei aveva ricambiato la tenerezza con mille sciocchezze assurde e amorose, che lo facevano sorridere ancora.
Si guardò intorno, mio dio, che silenzio e che vuoto! Nella grande casa non risuonava né una musica né una voce. Eppure, pensò, il mio luogo è qui, dove voglio restare finché non venga l'ora di arrivare in quell'altro che forse Dante aveva ragione a indicare agli uomini, malgrado la loro miseria.
Gli uomini. Che cosa significava? Perché non dire io? "Mi occupo di formaggi, di sementi, di tasse, persino di campagne elettorali, ma più in là non vado."
Ignorava quasi tutto della vita di Elena, ma di una cosa era sicuro: lei non pensava alla morte, ma non come lui, per viltà; non ci pensava, perché l'aveva dentro, ferma, come un segnale giusto. "Ama troppo le cose che fa e che vive, per avere paura: forse, quando la sua ora verrà, sarà solo un po' stupita che sia arrivata così presto...".

Gina Lagorio
da Fuori scena

°

..il peggio dell'assenza è forse il tornare,
ridiventare ancora quello che una volta

quasi riuscisti a essere... le cose passate
si dimenticano da sole, mentre gli specchi delle tue brame
addormentati sognano sabbia. E sogna il caos
il libro che chiudi. Lo svegli una volta l'anno,
ma ogni anno è più dura...

James Lasdun
da The Revenant

02 settembre 2008

841. La lunga estate calda


François Flameng - Elegante au bord de la mer
Sulla bella costa della riviera francese, a metà strada tra Marsiglia e il confine italiano, sorge un albergo rosa, grande e orgoglioso. Palme deferenti ne rinfrescano la facciata rosata, e davanti a esso si stende una breve spiaggia abbagliante. Recentemente è diventato un ritrovo estivo di gente importante e alla moda; dieci anni fa, quando in aprile la clientela inglese andava verso il Nord, era quasi deserto. Ora molte villette vi si raggruppano intorno; ma quando questa storia incomincia, soltanto i tetti di una dozzina di vecchie ville marcivano come ninfee in mezzo ai pini ammassati tra l'Hôtel Des Étrangers di Gausse e Cannes, cinque miglia più in là. [...]
A un chilometro e mezzo dal mare, dove i pini cedono a pioppi polverosi, vi è una stazione ferroviaria isolata, e di qui una mattina di giugno del 1925 una victoria portò una donna e sua figlia all'albergo di Gausse. [...]
Quando il mare e il cielo apparvero ai loro piedi in un una sottile linea accesa, la madre disse:
- Qualcosa mi dice che questo posto mi piacerà. - [...]
All'albergo la ragazza fissò le stanze in un francese idiomatico ma piuttosto scialbo, come qualcosa di ricordato. Quando furono sistemate a pianterreno, si avviò nel bagliore delle finestre a porta e scese di qualche gradino sulla veranda di pietra che cingeva l'albergo. Quando camminava aveva l'andatura di una danzatrice di balletto: non si abbandonava sui fianchi, ma si reggeva sull'ultima vertebra della spina dorsale. Fuori la luce calda accorciò la sua ombra, e lei si ritirò: c'era troppo riverbero per poter vedere. Cinquanta metri più in là, il Mediterraneo rendeva minuto per minuto i suoi pigmenti alla brutale luce del sole: sotto la balaustra una Buich coperta di polvere cuoceva sul viale dell'albergo. [...]
La spiaggia era popolata soltanto da un'avanguardia di bambini quando Nicole e la sorella arrivarono quel mattino. Un sole bianco che si esauriva all'orizzonte di un bianco cielo splendeva su un giorno afoso. I camerieri stavano portando altro ghiaccio nel bar; un fotografo americano dell'Associated Press stava prendendo fotografie in un'ombra precaria e alzava rapidamente lo sguardo a ogni passo scendendo i gradini di pietra. Nell'albergo i suoi futuri soggetti dormivano fino a tardi nelle stanze oscurate, sul loro recente sonnifero dell'alba...

Francis Scott Fitzgerald
da Tenera è la notte

°

Sapore d'avana
ha settembre
e spessore
di fustagno.
Il fieno odora
di donna
e il cielo
di guanti nuovi.


Raffaele Carrieri
Settembre
da "Lamento del gabelliere"
ed. Toninelli, Milano, 1945


01 settembre 2008

840. In cammino verso la fine del tempo [2]



E' difficile dire se sia più suggestiva o attendibile la congettura etimologica che fa derivare chronos dalla stessa radice del verbo krinein, che significa "dividere", "separare": da cui proverrebbe tanto il sostantivo greco krisis, indicante l'atto del "discernimento", del "giudizio", quanto il latino discrimen, "decisione/divisione". Allo stato attuale delle ricerche l'etimo del termine appare oltremodo incerto. E' sintomatico tuttavia che anche l'ipotesi - avanzata da Van Windekens - di una derivazione dal verbo keiro (= tagliare) finisca per ricondurlo alla famiglia semantica della "cesura". Questo significato riposto consentirebbe, in effetti, di gettar luce sia sulla concezione platonica, sia su quella aristotelica del tempo.

Giacomo Marramao
da Kairós
Apologia del tempo debito


°

Giorno che nasci, colmo di rugiada,
così chiaro nell'anima e nei cieli,
tutto questo splendore che si posa
ovunque come una carezza
limpido a noi sarà di tenerezza.
La sera che l'aria fluida ha traversato
ne colmerà l'umido prato.
Ma prima ancora che la notte scenda,
e in mezzo a noi calma si stenda,
o giorno, come sarai sporcato!

Ogni minuto, giorno che trascorri!
Quando fugge con un volo muto
dietro di sé lascia una vergogna
che raccoglie l'istante nascente.
Ovunque una bocca appena spalancata
d'un fiato viene a offuscare
i giorni e le dolci stagioni
di chi fino a ieri visse senza pianto
ed ora ha soltanto ansie,
vana fatica, miseria e prigioni...

Perché ferisci con la tua aurora
gli occhi dei vinti, giorno morto appena nato?
Essi son stanchi di vedere ancora
un sole che brilla condannato.
Il giorno morto è lungo assai per un vivente.
L'alba comanda di seguirne amaramente
senza esitare la corsa spaventosa.
Il cuore, le ginocchia vengono a mancare.
Pertanto eretti è necessario andare
là dove l'anima non osa.


Simone Weil
da Poesie
[versione dal francese di Roberto Carifi]

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