akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

31 agosto 2008

839. In cammino verso la fine del tempo



Nel breve saggio "La fine di tutte le cose" il concetto del tempo subisce due modificazioni importanti. Anzitutto Kant introduce, relativamente all'esistenza morale dell'uomo, il concetto di durata, grandezza che non può essere in alcun modo confrontata col tempo empirico, ma che deve essere nondimeno determinata in qualche modo come grandezza temporale. In secondo luogo, il tempo empirico viene collegato con la realtà in un modo interamente nuovo, nel senso cioè che la sua cessazione significherebbe la fine di tutte le cose in quanto oggetto dei sensi, e l'annientamento della stessa esistenza umana: per un essere che non può diventare consapevole della propria esistenza e della sua grandezza (come durata) se non nel tempo, una vita siffatta [senza cambiamento, dunque fuori del tempo]... dovrà apparire equivalente all'annientamento: poiché per trasferirsi mentalmente in un simile stato esso deve nondimeno pensare qualcosa, ma il pensiero contiene un atto di riflessione che può avvenire soltanto nel tempo. Emerge qui, molto più radicalmente che nello schematismo della critica della ragione, la determinazione del tempo come a priori concreto di ogni pensiero e dell'intera esistenza umana, di un tempo che sarebbe condizione di possibilità dello stesso tempo trascendentale, e che di conseguenza è ancora antecedente a quest'ultimo.

Herbert Marcuse
da Marxismo e rivoluzione
ed. Einaudi, 1975
[I corsivi sono miei]

°

Per trovare la ragione di un verbo
perché ancora davvero non è tempo
e non sappiamo se accorrere o fuggire.

Fai sera come fosse dicembre
sulle casse innalzate sul cuneo del trasloco
dai forma al buio
mentre il cibo s'infiamma alla parete.

Queste sono le notti di pace occidentale
nei loro raggi vola l'angustia delle biografie
gli acini scuri dei ritratti, i cartigli dei nomi.

Ci difende di lato un'altra quiete
come un peso marino nella iuta
piegato a lungo, con disperazione.


Antonella Anedda
da Notti di pace occidentale

30 agosto 2008

838. Di libri e lettori [7] Tusitala



- Non ho mai letto un libro così empio - disse il lettore buttandolo sul pavimento.
- Non c'è bisogno di farmi del male - disse il libro, - ti daranno di meno quando mi rivenderai; e non mi sono scritto da me. -
- Questo è vero - disse il lettore. - Io ce l'ho con l'autore. -
- Ah, bene - disse il libro, - non c'era bisogno che tu comprassi le sue tirate.
- Giusto - disse il lettore. - Ma credevo fosse uno scrittore più allegro. -
- A me pare che lo sia - disse il libro.
- Devi esser fatto diversamente da me - disse il lettore.
- Lascia che ti racconti una favola - disse il libro. - Due uomini fecero naufragio su un'isola deserta; uno di essi finse d'essere a casa sua, l'altro ammise... -
- Oh, conosco le vostre favole - disse il lettore. - Morirono tutti e due. -
- Proprio cosi - disse il libro. - Senza dubbio. E anche tutti gli altri. -
- Questo è vero - disse il lettore. - Andiamo un po' più avanti per questa volta. E quando furono tutti morti? -
- Furono nelle mani di Dio, proprio come prima - disse il libro.
- Non c'è gran che da vantarsi, a quanto dici - esclamò il lettore.
- Chi è empio, adesso? - disse il libro.
E il lettore lo gettò nel fuoco.

Robert Stevenson
da Il lettore

° 

Da bambino, al tempo della guerra di Crimea, qualcuno gli donò una sciabola di latta, e quando il padre la disprezzò, egli uscì in questa frase: - Ti dico che la spada è d'oro e il fodero d'argento...-. Tale atteggiamento, che forse parecchi altri bambini avrebbero assunto, dovette protrarsi in lui per tutta la vita: viveva nel mondo della favola, come don Chisciotte. Egli giocò "al re" fino all'ultimo, e si può star sicuri che nessun bambino fu mai tanto convinto della sua parte come Tusitala (il nome polinesiano per "narratore di storie" che gli avevano dato) nel suo piccolo regno di Samoa.

Mario Praz
Realismo irreale di Stevenson
in "Studi e svaghi inglesi"
ed. Garzanti, 1983

29 agosto 2008

837. Lettere dalla zona interdetta [X] - La tua sfuggente verità



Vuoi davvero scoprire la verità? Bene, allora presta attenzione a ogni rumore circostante, a ogni parola espressa sottovoce, a ogni segno che il tuo occhio percepisce come nuovo. Perché è indubitabile che - qualora esista - sarà la verità, se ne ha voglia, a venirti incontro. Tieni in conto che tu hai necessità di trovarla, ma lei non ha nessun interesse a farsi trovare.
Mi scrivi con convinzione che la verità "è una e una soltanto". Io ti dico di no, e non obietto per difetto, ma per eccesso. Ciò che mi fa negare - da sempre - l'idea di verità è il fatto che ne esistono troppe, tutte ammassate nei magazzini della vita. Potresti averla accanto, oppure passarci davanti tutti i giorni senza saperla riconoscere.
Perché la verità è velata dai tanti perché che ti porti dietro (e che crescono anziché diminuire con il passare del tempo).
L'hai sentito quel fruscìo che ti è passato accanto? Quella voce che ti ha sibilato qualcosa di incomprensibile all'orecchio?
Era lei che si allontanava ancora una volta, era la tua speranza disperata, il tuo sogno che svaniva, la tua idea fissa e concreta che diventava improvvisamente utopia.
Convincitene una buona volta.
E pensa ad altro.

°

Le lettere precedenti:

IX - VIII - VII - VI - V - IV - III - II - I

28 agosto 2008

836. Appuntamenti all'accademia del silenzio



[Perché tanta paura? In fondo si tratta solo del silenzio. Da quando in qua il silenzio suscita terrore?]

Mi muovo nella mia casa di oggi raccogliendo i silenzi di tutti coloro che vi hanno abitato prima di me.
Il minimo scricchiolio dell'impiantito, un ramo che batte sulla vetrata o il sibilo del vento che entra da una finestra aperta al piano di sopra non sono che uno iato nel continuum del silenzio.
Amo il silenzio. Amo questo silenzio. Non è rigido, non è immutabile, anzi.
Il silenzio mi appare come un'entità viva, dinamica. Sa muoversi a suo agio nelle maglie del tempo, sa svincolarsi dai legami spaziali, sa riemergere sempre e ovunque riportando con sé, da terre lontanissime, i frutti buoni delle sue vaste esperienze.
La mia casa è diventata ormai l'accademia del silenzio, ma io non sono che la custode di ciò che mi è stato lasciato in pegno, di ciò che dovrò a mia volta trasmettere.
Ascolto dunque il silenzio, ciò che mi comunica.
Non si perde in parole vuote, non circumnaviga nel mare delle ellissi, non disperde il suo tempo in compagnie inutili (anche se non è mai solo, di solito si unisce a desideri arcani, che non si manifestano palesemente ma che si percepiscono, se si ha voglia di sintonizzarsi sulla loro sensibilità).
Quando apro la porta di casa ed esco sul prato il silenzio esce con me, e si disperde.
Ma tornerà. Ho un appuntamento con lui per domani.
E non mancherà, perché è un galantuomo.

[Continuo a non capire la tua paura del silenzio. In fondo non è la dimensione del silenzio la più naturale per noi?]

°

Quando tu dormirai si chiuderanno
tutti gli occhi di luce sulla terra,
piomberà su di noi la solitudine,
sterminata campana di silenzio
a cingerci di tenebre.

I magghenghi saranno amara polvere.
Dove fiorì la fiamma del papavero,
dove sui nostri passi la parola
si alzava come un razzo per esplodere
in zone rarefatte più lontane,
cercheranno le larve dell'Inizio
le immemoriali tane.

Apocalissi, ladra di memoria.
La coscienza saprà scavarsi un foro
nei bastioni del tempo?
E diremo alle larve quanto valga
la sorte nostra, e loro?


Maria Luisa Spaziani
Quando tu dormirai
da "Le Acque del Sabato"
ed. Mondadori, 1954

27 agosto 2008

835. Di libri e lettori [6] (per ingigantire la notte)


- E quali libri leggeva? -
- Non molti, e sempre gli stessi, perché ritornavo a leggere con insistenza, con accanimento, quasi ricercassi qualcosa che non avevo visto, non avevo capito, su quel libro, su quella pagina. Fu uno di quei pomeriggi estivi che cominciai la lettura di un libro che a mio padre aveva donato un canonico della Chiesa metropolitana di Palermo. Si parlava in quel libro di scorpioni generati nel corpo umano; del nome di Gesù intagliato in alcuni sul petto; di pesci partoriti da una donna; di una donna che si serviva dei piedi come delle mani; di pazzi stravaganti, di piogge miracolose, del beato Matteo di Girgenti che s'alzò dopo la morte; di pigmei; della mutazione di sesso di alcune siciliane; delle meteore; degli uomini lattanti e delle vecchie lattanti; di bruti di grandezza straordinaria; di cappuccini morti veduti in processione; di ciechi che distinguevano i colori; di nuvole memorabili; del piede di un defunto che morsicato mandava sangue; di pani miracolosamente convertiti in pietra; di una vipera espulsa per urina; di sordi meravigliosi, di vacche, di tarantole e di topi, di piedi che imprimevano i loro vestigi nel sasso, e tanti altri prodigi.
Credevo in quel che leggevo, e, se non volevo credere, quelle storie miracolose, respinte dalla ragione, ritornavano come immagini famigliari antichissime, entrate in così stretta consuetudine con la nostra vita, che era difficile, come accade con le vecchie abitudini, disfarsene. -

Giovanni Macchia
da Il principe di Palagonia
ora in Ritratti, personaggi, fantasmi

° 

Quest'uomo saggio, ordinato, limitato - ama soltanto ciò che varca ogni limite: l'eccesso, l'enorme, il caos, il sogno, il fantastico, la rovina, il grandiosamente lirico; gli scrittori che spezzano ogni confine, come Rabelais e Hugo, o che hanno attraversato tutta l'esperienza della dismisura, come Baudelaire e Proust. Quest'uomo, che possiede tutti i privilegi che ci dona prodigalmente il giorno, come i bei libri, i bei quadri e la conversazione, ama soltanto il silenzio e i misteri. Quando scrive, detesta la crudele precisione, che fissa i gesti e i profili: non gli piasce la piena luce portata sul cuore umano o le formule della ragione; penetra, illumina, chiarisce - ma con un ultimo gesto risveglia l'ombra, suscita l'ombra, che si insinua in ogni angolo vuoto lasciato dalla straordinaria velocità della sua mano. Non è un professore o un critico letterario: ma uno scrittore amico, che vivendo nello splendore della luce non fa che investigare e ingigantire la notte.

Pietro Citati
da La memoria di Macchi
in "Il sogno della camera rossa"
ed. Rizzoli, 1986

°
 

26 agosto 2008

834. Felicità pura, conservatrice e negativa


Avevo la Felicità Pura appoggiata sul petto, con il pigiama sudato, intenta a disintegrarmi la testa. Agota sembra assolutamente determinata a mandare in frantumi anche la più piccola briciola di ciò che sono, o dovrei dire di ciò che sono stato. Porta il piacere dentro di me in grossi candelotti di plastico e poi lo fa brillare: io ti amo. Nessuno mi ha insegnato a lottare contro un simile piacere. [Mauro Covacich - A perdifiato]

°

Allora Faith si vergognò di aver desiderato tanto e così poco nello stesso tempo - di sentirsi così facilmente e personalmente soddisfatta in questo luogo terribile, dove enormi sofferenze collettive salivano continuamente in onde vorticose da tutti i paesi del mondo, restavano sospese nell'aria controllata dai satelliti e venivano sistemate istantaneamente negli schermi televisivi e nelle sale stampa. Guardi in alto e vedi che le notizie provenienti dall'altra parte del mondo ci stanno cadendo addosso. Per tutte queste ragioni coscienziali e tecniche, quindi, Faith si vergognò. Era chiaro che una felicità così conservatrice, così poco rivoluzionaria, non poteva avere alcun valore. Naturalmente, disse Faith, so tutto questo, lo so bene, ma certe volte, camminando con un'amica, mi dimentico del mondo.
[Grace Paley - Apologo sulla felicità, ed. Stampa Alternativa, 1994 - Versione dall'inglese di Alberto Cristofori. I pochi, ma bellissimi, racconti di Grace Paley sono ora pubblicati in Italia da Einaudi. Consiglio vivamente di leggerli]

°

...Non v'è dunque per il vivente altra felicità possibile, e questa solamente negativa, cioè mancanza d'infelicità; non è, dico, possibile al vivente il mancare d'infelicità positiva altrimenti che non desiderando la sua felicità, né per altro mezzo che non bramare la felicità.


°

I post più recenti sul tema sono i numeri 832, 830, 821
(ma l'argomento è ricorrente sul blog).

25 agosto 2008

833. La selvaggia foresta dei legni storti


Molte frasi  sono rimaste scolpite (è proprio il caso di dirlo) sul mio taccuino dopo la lettura dell'ottimo florilegio tematico - intitolato Guerra e pace - che Gerardo Cunico ha tratto dal alcuni scritti di Immanuel Kant.
Annoto qui due di esse:


la prima: Dal legno storto dell'umanità non si è mai cavata una cosa dritta.


l'altra: L'uomo è un animale assai insocievole, che allo stato selvaggio non teme nulla, tranne un altro uomo.



Fanno impressione, tanto sono lucide e - ahimè - attuali.

24 agosto 2008

832. Felicità cartesiana

Signora,
il tempo è stato incostante, dopo che ho avuto l'onore di vedere Vostra Altezza, e ci sono state giornate talmente fredde per la stagione, che ho provato spesso inquietudine e timore che le acque di Spa non risultassero sane e utili come nei giorni più sereni... In questo deserto non so niente di ciò che accade al mondo e i miei pensieri più frequenti sono rivolti alla virtù di Vostra Altezza, che mi fa sperare di rivederla tanto felice e contenta quanto merita.
L'unico argomento che ho per intrattenervi riguarda i mezzi che la filosofia ci insegna per raggiungere la somma felicità... e perché le mie lettere non siano del tutto vuote e inutili, d'ora innanzi mi propongo di riempirle con alcune considerazioni tratte dalla lettura di qualche libro, ad esempio quello di Seneca sulla vita beata, a meno che non ne preferiate un altro o che tale progetto non vi garbi. Ma se voi lo approverete (come spero) e soprattutto se vi piacerà di rendermi partecipe delle vostre osservazioni sul libro, oltre a essere utili alla mia istruzione esse mi daranno l'occasione per approfondire meglio le mie riflessioni. Io le coltiverò con tanta cura quanto più mi sembrerà che voi gradirete questo colloquio...
l'umilissimo e obbedientissimo servitore di Vostra altezza,

Cartesio - Egmond, 21 luglio 1645

°
Signor Cartesio,
esaminando il libro che mi avete raccomandato, ho trovato frasi molto belle e temi ben trattati per una meditazione piacevole, ma non per istruirmi sull'argomento, poiché espresse senza metodo... Io non vi domando affatto di continuare a interpretare Seneca solo perché il vostro ragionare è più straordinario, ma perché il più naturale che io abbia trovato... Così non riesco ancora a persuadermi che si possa raggiungere la felicità di cui parlate senza il concorso di ciò che non dipende affatto dalla volontà, poiché vi sono dei mali che impediscono totalmente di ragionare... Non abbandonate dunque, ve ne prego, il progetto di rendermi edotta ai vostri precetti, e credete, io li stimo quanto meritano... Desidero assicurarvi che sarò tutta la mia vita, Signor Cartesio, Vostra affezionatissima amica, per servirvi,

Elisabetta* - L'Aia, 16 agosto 1645

Le due missive sono tratte dal volume Ti scrivo dunque sono, Lettere 1619-1650


*
Elisabetta di Boemia, figlia di Federico V re di Boemia e nipote, per parte di madre, del re d'Inghilterra Giacomo I.

23 agosto 2008

831. Dopo tanti anni



E in quella sera uscimmo
dolce, dopo tanti anni;
in quella sera
tarda, ma illuminata
ancora di sole sul fiume.

La città all'orizzonte
splendeva di nubi.
Furono pochi minuti
d'un ultimo fuoco raggianti;
poi subito scese la notte.

Giorgio Vigolo
da Linea della vita
ed. Mondadori, 1949

22 agosto 2008

830. Incastri di felicità



...Felicità e realizzazione sono qui. Ora. Dove noi siamo stasera. Non ci aspettano da qualche parte in cima all’arcobaleno, dobbiamo riconoscerle, invocarle, insistervi, fabbricarle...

Leggo questo, oggi, sul blog di Francesco Morace.
Ed è una piacevole coincidenza, perché ho appena terminato di affrontare il bel libro di Nicholas P. White, A Brief History of Happiness dove alle classiche domande riguardanti la felicità (si è più felici - e fortunati - a essere ricchi o a essere sani? Si è più felici soddisfacendo tutti i nostri desideri o mirando sempre ad averne di nuovi? ecc..) si alternano inserti interessantissimi su come la teoria della felicità abbia sempre avuto un largo seguito nel contesto filosofico antico, moderno e contemporaneo.
E così l'autore, con sagacia e compiutezza, illustra - con veloci ma non superficiali incisi - tutto l'armamentario concettuale che la filosofia greca pose in essere per descrivere l'idea di felicità (per esempio che essa era del tutto impraticabile laddove non fosse perseguito un modus vivendi retto ed equilibrato; oppure che la felicità era da ravvisare solo nel piacere; o, ancora, che essa era da identificarsi nella sospensione del giudizio o nella pura e semplice imperturbabilità).
White sostiene che tutte le correnti filosofiche successive non hanno fatto altro che tornare, sviluppandoli, sui temi propri della filosofia greca, e identifica nell'utilitarismo di Jeremy Bentham e John Stuart Mill i punti chiave e di sviluppo di questa corrente di pensiero. Interessante la valutazione che egli dà se la felicità sia più o meno raggiungibile perseguendo l'idea del puro piacere (l'edonismo di Bentham) o quella di una ricerca del benessere generale (l'eudemonismo di Mill).
Concludendo, il libro mi è sembrato molto utile per delineare i termini di un'idea di felicità che vada oltre i canoni che si sono consolidati attualmente, e cioè che essa sia da perseguire unicamente come fonte di piacere "personale". In questo caso, partire dall'analisi della filosofia antica, ha senz'altro il pregio di offrire un ventaglio amplissimo di come quest'idea si sia a poco a poco perfezionata nel contesto umano assumendo, di volta in volta, caratteristiche legate alle circostanze storiche, politiche, culturali ecc.. Quel che è certo è il fatto che, da Aristotele in poi, nulla riguardo la felicità è stato più come prima, e anche dopo - mi pare di intuire - ben poco è stato messo in opera per cercare di comprendere se possiamo mirare a ottenere un'idea inequivoca di felicità oppure, come dico e scrivo sempre, questo concetto non sia da annoverare fra quelli imperseguibili che (almeno in italiano) hanno tutti la stessa sillaba finale: libertà, verità, ecc..

[Non vorrei dimenticare di annotare qui, un altro volume utile alla "cerca", e cioè The Conquest of Happiness di Bertrand Russell].

829. L'ultima tua luce



In mezzo a speranze, angosce, paure e rancori, vivi con la certezza che ogni giornata è l'ultima tua luce: e l'ora che verrà dopo, inattesa, ti sarà cara.

Quinto Orazio Flacco
dalle Lettere, IV, 11-13

21 agosto 2008

828. Mancate soggezioni


Dopo Plotino la filosofia non ha più il diritto di percorrere le strade che aveva percorso prima di lui. Volenti o nolenti, per quanto ci possa attirare l'albero della conoscenza del bene e del male, cresciuto così fronzuto e rigoglioso in questi sedici secoli che ci separano da Plotino, non siamo più in grado di fondare la nostra etica, né la nostra ontologia, né la nostra teoria della conoscenza così come le fondavano i greci. L'esistenza autentica ha inizio al di là del bene e del male. La verità filosofica è al di la della mente e dell'intelletto...

Per quante domande noi porremmo a Plotino, non riceveremo alcuna risposta. Non ode neppure le nostre domande che per lui hanno cessato di esistere. E uno dei privilegi più importanti è proprio il diritto di non dare risposte, di non ribattere, di non doversi giustificare o, in altre parole, la non-soggezione alle istanze comuni.


827. Che bisogno c'è di una storia?


...non c'è alcun bisogno di cercare una storia, bastano semplicemente gli uomini, sì, degli esseri umani posti nel loro ambito, nel loro stato normale. A me basta dare loro la "spinta" per metterli in moto. In questo modo il personaggio di una romanzo andrà da solo fino al limite di se stesso.
Il mio ruolo, nell'economia del romanzo, è solo quello di metterlo nelle condizioni migliori perché il protagonista - suo malgrado - sia costretto a farlo...

Georges Simenon

826. Neppure la prossima notte



...sine dilatione omne gaudium haurite: nihil de hodierna nocte promittitur. Nimis magnam advocationem dedi: nihil de hac hora. Festinandum est, instatur a tergo: iam disicietur iste comitatus, iam contubernia ista sublato clamore solventur...

L. Annei Senecae
Ad Marciam, de consolatione, X, 4

°

[..assaporate senza indugio ogni gioia. Non ci è assicurata neppure la prossima notte, anzi, vi ho dato un termine troppo lungo: neppure l'ora presente. Bisogna affrettarsi, siamo incalzati alle spalle: questa compagnia sarà presto dispersa, questo gruppo sparirà tra un levarsi di grida...]

20 agosto 2008

825. Come vedi, dimenticarti è impossibile



Nel nido di Fenice quanti si sono
Arsi le dita per smuovere le ceneri!
E' grazie al consenso di tanta notte
Che lui trovò tutta quella luce.

Hanno elevato le sue parole fiduciose
Non un onice qualsiasi verso il cielo scuro
Ma la coppa formata dalle loro due palme
Per un po' d'acqua terrestre e il tuo riflesso

O luna sua amica. Lui ti offre quest'acqua
E tu, curva su di essa, volentieri vuoi
Bere al suo desiderio e alla sua speranza.

Io ti vedo incontrarlo su queste colline
Deserte, il suo paese. A volte davanti
A lui, e voltandoti, sorridente; a volte la sua ombra.


Yves Bonnefoy
Il sepolcro di Giacomo Leopardi¹
da La longue chaîne de l'ancre

°

¹ Dans le nid de Phénix, combien se sont / Brûlé les doigts à remuer des cendres! / Lui, c’est de consentir à tant de nuit / Qu’il dût de retrouver tant de lumière. // Et ils ont élevé, ces mots confiants, / Non le quelconque onyx vers un ciel noir / Mais la coupe formée par ses deux paumes / Pour un peu d’eau terrestre et ton reflet, // O lune, son amie. Il t’offre de cette eau, / Et toi penchée sur elle, tu veux bien / Boire de son désir, de son espérance. // Je te vois qui vas près de lui sur ces collines / Désertes, son pays. Parfois devant / Lui, et te retournant, riante; parfois son ombre.
Yves Bonnefoy
Le tombeau de Giacomo Leopardi

19 agosto 2008

824. Confine di vento



Camminavamo su un tappeto di foglie in un pomeriggio di gran vento.
Era in corso una lotta, per far riaffiorare dal passato - questa volta immune dai ricordi - tutta l'incertezza che le nostre anime provavano nel cercare di distinguere le rispettive fasi della vita; l'emozioni che c'erano state prima del nostro incontro e le altre - ben più cospicue - che avevamo provato da allora. Nell'ambivalenza si generarono strascichi e inevitabili dolori.
Lottammo, non disperammo, perché il desiderio di un confine sicuro ci sorreggeva nelle difficoltà, ci animava di nuove certezze, ci consentiva di andare avanti. Poi, come spesso accade, una volta raggiunta la meta ci bloccammo, esausti per tutto ciò che avevamo conosciuto e stupiti per il niente a cui eravamo approdati. Su quel confine raccogliemmo il senso di atti finali che non avevano più finalità, né fine. Uno di noi due vide nel distacco una liberazione, l'altro forse una maledizione.
Entrambi convenimmo che era comunque tempo di imboccare strade diverse.
E lo facemmo. E non sbagliammo.
A distanza di tempo ho cambiato i miei scopi e corretto la lettura di allora: non mi sono liberata del tutto da quella maledizione ma in compenso non maledico più quella liberazione.
Cerco di conviverci.
E non mi pare poco.

° ° °

Non è vero che il vento
non sa né leggere né scrivere
ma i verbi li coniuga al passato.


Gina Labriola
in Da qui
Piccola antologia della poesia e dei poeti mediterranei

ed. Argo, Lecce 1993

18 agosto 2008

823. Di libri e lettori [5] (A Pa')



Correva verso di me un giovincello sui sedici anni, coi capelli neri e ricci, e attraverso la calca, continuava a gridare: "A Pa', a Pa'!" tutto contento. Mi raggiunse e mi strinse la mano con aria natalizia, come se fossimo due vecchie conoscenze. "Ho letto er tuo romanzo, a Pa'" mi fece subito. E per mezzora, confuso e intimidito, facendo finta di niente, stetti lì ad ascoltarlo che mi riassumeva il libro, soffermandosi, a ricrearli, sugli episodi che gli parevano più "ganzi". Poi, leggero e esperto come sono i romani, senza troppe storie e complimenti, fatto il suo dovere, se ne andò, tutto allegro.

Pier Paolo Pasolini
da Due fulgurazioni
ora in Romanzi e racconti

°

Tu geri fin e mite,
esperto de le carte
e d'ogni arte
de le legi ne la coscienza fìte.

La to vose in surdina
l'aveva el son del celo,
suadente ritornelo
d'un'anema fina.

Umile gera el to discorso
e mai imperioso:
musica suso e zoso,
rogia dal dolse corso.

E tu savivi le sime
de le montagne asure,
e l'abandon de le pianure
riche de le to rime;

e la salute nostra contadina,
el "màndi" d'ogni fantulina;
può tu t'ha perso
in un mondo lontan, perverso.

Tu son tornao a Casarsa,
la carne rota, sfata, arsa,
in serca de la pase,
ma là che, sempre, duto tase.


Biagio Marin
da El critoleo del corpo fracassao
ed. All'Insegna del Pesce d'Oro, Milano, 1976

°





---> Di libri e lettori [4] <---


17 agosto 2008

822. Dolcezze


Tra ombre e realtà
E' così dolce d'estate
levarsi la sete con un po' di neve
e ugualmente per chi naviga
è dolce
finita la brutta stagione
l'alito di Zefiro che annuncia primavera.

Ma non c'è nulla più dolce di due amanti
che stringendosi sotto le lenzuola
glorificano Afrodite.


Asclepiade
dall'Antologia Palatina
Corona di Meleagro, V, 169

16 agosto 2008

821. Quella fuggitiva felicità che sai



La nostra verità è sopra di noi,
alta sopra le nuvole e il sereno;
la nostra verità non è nostra.
Nostri sono soltanto
i travagli e le pene d'ogni giorno.
E quella fuggitiva
felicità che sai, della carne, del sangue.


Diego Valeri
da Calle del Vento
ed. Mondadori, 1975


15 agosto 2008

820. Considerazione inattuale

Non ti voltare
Parafrasando Jane Austen mi sento di dire che questo giorno è arrivato e passato senza che ce ne fosse un reale bisogno.
Amen.

819. La (s)comoda via dell'adattamento



Vivo come se un torrente mi attraversasse... Sempre così smisuratamente perduta ai margini della vita reale: difficilmente la vita reale mi avrà e se mi avrà sarà la fine di tutto quello che c'è di meno banale in me¹.

°

Chi ha la sua vita propria, non può accogliere in sé la vita varia, la vita che lo circonda, se questa non trova risonanza in lui, se egli non la sente come la sua stessa vita... Le anime deboli e schiave, che non hanno un contenuto di vita loro proprio, che non hanno una meta propria, che vivono alla mercé dell'esterno, orientate verso il mondo, con gli occhi fissi a questo e non al loro fine, sanno la comoda via dell'adattamento. Ma chi ha il proprio ideale, indispensabile, irrinunziabile, morrà, ma, finché vivrà, non potrà adattarsi².

Antonia Pozzi
¹da una lettera a Remo Cantoni
19 giugno 1935

da Lettere 1927-1938
²dai Diari, s.d.
Ed. Scheiwiller, Milano, 1988


14 agosto 2008

818. Estraniamento


John Singer Sargent - Lady Agnew of Lochnaugh
...Forse era quella capacità di estraniarsi dalle cose della vita che le rendeva limpidi gli occhi e dava al suo volto più l'apparenza di un archetipo che il carattere di una persona; come se fosse stata scelta per posare per una statua raffigurante la Virtù Civica o una dea del pantheon greco. Il sangue, che pareva scorrerle così vicino la pelle chiara, avrebbe potuto essere considerato più un fluido anticorpale che un elemento tempestoso; ma anche così il suo aspetto di inattaccabile giovinezza non la faceva apparire né vigorosa né intorpidita, ma soltanto semplice e schietta...

Edith Wharton
The Age of Innocence

817. Di libri e lettori [4] (...si tratta anche di te)


Chiamo personaggio-uomo quell'alter ego, nemico o vicario che in decine di migliaia di esemplari tutti diversi tra loro, ci viene incontro dai romanzi. Si dice che la sua professione sia quella di risponderci, ma molto più spesso siamo noi i citati a rispondergli. Se gli chiediamo di farsi conoscere, come capita coi poliziotti in borghese, gira il risvolto della giubba, esibisce la placca dove sta scritta la più capitale delle sue funzioni, che è insieme il suo motto araldico: si tratta anche di te.

Giacomo Debenedetti
da Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo
°
(aggiunta mattutina)


Ho conosciuto Giacomo Debenedetti molti anni fa, forse intorno al 1930. Sono stato subito colpito, ancor prima di parlargli, da quello che bisogna pur chiamare il suo charme o fascino. Giacomo Debenedetti aveva uno charme o fascino strano al tempo stesso raffinato e familiare, esitante e sicurissimo, cortese e autoritario, distaccato e patetico. Mi piaceva guardarlo mentre parlava, si muoveva, viveva sotto i miei occhi. Quello che mi seduceva tanto in lui era la qualità molto moderna e attuale della sua civiltà. Era un personaggio delicato, elegante, colto, sottile e intellettuale che il destino aveva fatto nascere in un'epoca poco adatta, brutale e mercantile. Egli era consapevole di questo contrasto ed era questa consapevolezza a conferire alla sua civiltà un carattere un po' straziante...

Alberto Moravia
da L'uomo civile
in Giacomo Debenedetti
(a cura di Cesare Garboli)
ed. Il Saggiatore, Milano, 1968


13 agosto 2008

816. Di libri e lettori [3]

Francesco Maria divenne bianco come una candela. Parve che la bilancetta, le sedie, le corde delle chitarre e dei mandolini lo avessero chiamato per nome.
- Mi volete dare - tartagliò, levandosi in piedi - mi volete dare, per favore?... -
- Che cosa? - domandò il farmacista, colpito dall'aspetto stralunato del giovane.
- Il libro! -
Ci fu una pausa. Francesco Maria aveva tutta l'aria di un ammalato grave, che, nel cuore della notte, lascia il letto e si presenta alla famiglia raccolta in terrazza.
- Ecco il libro! - aggiunse il farmacista a bassa voce, porgendo il volume al di sopra del banco.
Francesco Maria lo prese nelle due mani unite e strette febbrilmente, come quando si riceve un liquido prezioso.
- Vi prego! - disse al viaggiatore - Per un'ora sola! -
E prima che l'altro avesse potuto rispondere, uscì, al pari di un sonnambulo, con gli occhi dentro il volume e il piede guidato dalla Provvidenza.
Leggeva, rileggeva, leggeva ancora, non capiva, gongolava, capiva, gli si appannavano gli occhi, vedeva cose invece di parole, rivedeva parole ma grandi come attraverso una lente, poi piccole e in movimento come schiere di formiche, svolazzanti come farfalle in aria, le sentiva attorno agli occhi, tiepide di sole e profumate, e intanto sotto il piede gli risuonavano scatole di latta, pezzi di legno, cartaccia, sassolini, ferri di cavallo, gli guaiva un cagnolino.
Il viaggiatore attese invano che Francesco Maria tornasse; solo verso sera, mentre nella camera d'albergo si asciugava le gambe, sentì bussare alla porta.
- Mi lavo! - disse - Potete aspettare? Chi siete? -
- Sono Francesco Maria -
- E chi è Francesco Maria? -
- Il giovane a cui avete dato in prestito il libro... -
- Ebbene, posatelo vicino alla porta! -
- Signore, vorrei pregarvi... Vi dispiace fare uno spiraglio? -
- Non posso, ma parlate ugualmente! -
- Lasciatemi il libro!... Vi do qualunque somma. Voi potrete ricomprarlo a Siracusa. -
- Veramente - esclamo il viaggiatore - veramente... - E fece sentire un rumore di carne palpata e strofinata.
- Dite la somma, ve ne prego! -
- Quattro lire, giovanotto. Ma lo faccio con dispiacere, perché prima di addormentarmi ho bisogno di leggere... In ogni modo, per voi... -
Francesco Maria cavò tutto il denaro che aveva in tasca, contò anche gli spiccioli.
- Mancano due soldi! - sospirò.
- Fa niente, giovanotto. Spingeteli sotto la porta! -
Poco dopo, di sotto alla porta, si affacciarano due lire d'argento, e dietro di esse un gran numero di soldini, di cui uno, rotolando, compì giocondamente il giro della camera e andò a collocarsi sotto il sapone.
- Buona lettura, giovanotto! -
Ma Francesco Maria era già fuori d'albergo e correva verso casa col libro sottobraccio.

Vitaliano Brancati
da Singolare avventura di Francesco Maria (ora in Opere, vol. II)


12 agosto 2008

815. L'ultimo colpo di scalpello



Come può esser ch'io non sia più mio?
O Dio, o Dio, o Dio,
chi m'ha tolto a me stesso,
c'a me fusse più presso
o più di me potessi che poss'io?
O Dio, o Dio, o Dio,
come mi passa el core
chi non par che mi tocchi?
Che cosa è questo, Amore,
c'al core entra per gli occhi,
per poco spazio dentro par che cresca?
E s'avvien che trabocchi?

Michelangelo appuntò i propri pensieri e le proprie passioni per tutta la vita, lasciando alla sua morte più di trecento componimenti in versi che non volle mai pubblicare. Più impellente era forse per lui il "corpo a corpo" con l'immensa bellezza che non la "finitura del verso", che già Leonardo Salviati - richiesto di un parere - sembra gli contestasse. Si spiega così perché al suo Canzoniere manchi tanto spesso l'ultimo "colpo di scalpello". Forse la corrispondenza con donna Vittoria Colonna, e l'amore con il giovane Tommaso Cavalieri non sopportarono di esaurirsi in un canto liberatorio.
Una testimonianza poteva bastare, e a lui bastò.
Del resto per scrivere un verso si dice che basti una piuma, e così il buon Michelangelo decise - a suo insindacabile giudizio - di riservare lo scalpello a migliori cause e a migliori fortune.
Dargli torto non si può, ma fra le righe dei suoi versi mi capita spesso di trovare il segno di una "concreta" bellezza, laddove la passione si fa più "sublime" e il senso dell'esistere fa trasparire inquietudine, incertezza, forse anche paura.
E leggere tutto questo in un "perfetto" come lui, stupisce sempre.

Fuggite, amanti, Amor, fuggite 'l foco;
l'incendio è aspro e la piaga è mortale,
c'oltr'a l'impeto primo più non vale
né forza né ragion né mutar loco.
Fuggite, or che l'esempio non è poco
d'un fiero braccio e d'un acuto strale:
leggete in me, qual sarà 'l vostro male,
qual sarà l'impio e dispietato gioco.
Fuggite, e non tardate, al primo sguardo:
ch'i pensa' d'ogni tempo avere accordo:
or sento, e voi vedete, com'io ardo.

11 agosto 2008

814. Di anima, scienza e amore


814.1 Come mai Platone descrive talvolta in termini assolutamente negativi (carcere, tomba) e talvolta in termini provvidenziali (nel Timeo) la discesa dell'anima nel corpo? Insomma, il fatto che l'anima entri in un corpo, ed esperisca la mutevolezza del divenire, è un bene o un male? [Maria Bettetini]

814.1.2 ...L'anima umana è così un'identità mutevole; essa si fa sempre altra senza diventare mai altro: è appunto un Sé che cambia. [Carlos Steel]

814.2 Per decenni vuoi da Destra vuoi da Sinistra, la scienza è stata presentata come una malefica impresa volta al dominio e alla distruzione del mondo; da qui si è auspicato - di volta in volta - una rinascita del pensiero magico, della civiltà contadina, si sono persino riprese tutte le vecchie favole del "primitivismo"... [Paolo Rossi]

814.3 Solo chi non ha pace può darla (perché) amare non è ragionare, non è credere, non è contrattare il possibile o azzardare l'ignoto. Amare è invocare fisicamente tutto l'essere per una goccia di vita.
Così sia, / amore, così sia, perché sale / veleggiando tra i crespi il funerale / della povera via: / amore, così sia, perché vale / rapinarla, la gioia, dove sia. [Alfonso Gatto]

10 agosto 2008

813. In attesa delle virtù



I politici antichi parlavano sempre di costumi e di virtù; i moderni non parlano d'altro che di commercio e di moneta. Ed è gran ragione, soggiunge qualche studente di economia politica, o allievo delle gazzette in filosofia: perché le virtù e i buoni costumi non possono stare in piedi senza il fondamento dell'industria; la quale provvedendo alle necessità giornaliere, e rendendo agiato e sicuro il vivere a tutti gli ordini di persone, renderà stabili le virtù, e proprie dell'universale. Molto bene. Intanto, in compagnia dell'industria, la bassezza dell'animo, la freddezza. l'egoismo, l'avarizia, la falsità e la perfidia mercantile, tutte le qualità e le passioni più depravatrici e più indegne dell'uomo incivilito, sono in vigore, e moltiplicano senza fine; ma le virtù si aspettano.

Giacomo Leopardi
dai Pensieri, XLIV

09 agosto 2008

812. Vista sul lato peggiore



Il mondo rotea e il mondo cambia,
in tutti i miei anni una cosa non cambia.
Comunque la mascheriate, questa cosa non cambia:
la lotta perpetua tra Bene e Male.
Voi siete gli uomini che in questi tempi deridono
tutto ciò che è stato fatto di buono...
Trovate spiegazioni
per soddisfare la mente razionale e illuminata
e poi trascurate e disprezzate il deserto.
Il deserto non è così remoto nel tropico australe,
il deserto non è solo voltato l'angolo,
il deserto è presente nel treno della metropolitana.
presso di noi, il deserto è nel cuore di vostro fratello.
Il buono è colui che costruisce, se costruisce ciò che è buono...

L'autore di questi versi, che fanno parte dei cori da "La Rocca", è un poeta che ho avuto modo di citare molte volte nelle pagine di questo diario e che si rilegge volentieri in tempi bui, quando cioè il lato peggiore dell'uomo si manifesta senza alcuna reticenza. Parlo di Thomas Stearns Eliot, che così scriveva nel 1934 orientando la sua poetica sul presagio di una catastrofe che peraltro, sei anni dopo, si sarebbe manifestata in tutta la sua devastante potenza.
"La Rocca", che è un dramma in versi, fu rappresentato un anno dopo a Londra e le cronache narrano che ebbe un grande successo.
Capita che la gente distratta dai vuoti riti del consumismo ami ascoltare gli annunci dell'apocalisse, anche se quasi mai dà retta agli "annunciatori", anzi spesso si diverte a ridicolizzarli perché pensa che essi facciano parte di una specie di "rappresentazione", di un gioco del terrore.
Non credo che "La Rocca" sia stato più rappresentato da allora, a differenza dell'Assassinio nella cattedrale che invece è diventato un classico del teatro contemporaneo. Forse sarebbe ora che qualcuno lo riesumasse dal limbo in cui è stato calato.
Credo che i tempi, purtroppo, siano maturi per farlo.

Tutta la nostra conoscenza ci porta più vicini alla nostra ignoranza.
Tutta la nostra ignoranza ci porta più vicino alla morte...
Dov'è la vita che abbiamo perduto vivendo?
Dov'è la saggezza che abbiamo perduto nel sapere?
¹
Dov'è il sapere che abbiamo perduto informandoci?..


______________________________________
¹Grazie a Lapidarius (si vedano i commenti)

08 agosto 2008

811. Notte in attesa dell'avvenire



La notte lava la mente.

Poco dopo si è qui come sai bene,
fila d'anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.

Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.


Mario Luzi
da Onore del vero
Ed. Neri Pozza, Venezia, 1957
ora in Opera poetica

°

Fra tutti i poeti Marco e Mario amavano Mario Luzi il quale evocava nomi di luoghi lontani, Porto Said, Olimpia, la Georgia, a loro molto cari. Dalla lettura dei suoi versi ricavavano emozioni uguali a quelle che davano loro il Cavalcanti, Lapo Gianni e Gianni Alfani [...]. Quando Marco si recava a L..., durante la settimana, andava ad aspettare Mario davanti alla fabbrica di vagoni. Si prendevano a braccetto e lentamente si inoltravano nella periferia. Guardavano le facciate delle case, e l'immagine di qualche ragazza, assorta e sognante, risvegliava in loro una struggente tenerezza. Erano i momenti più profondi della loro amicizia. Insieme ripetevano ad alta voce i versi di Luzi: "Le ragazze alla finestra annerita / con lo sguardo verso i monti / non sanno finire di aspettare l'avvenire"...

Romano Bilenchi
da Il bottone di Stalingrado

07 agosto 2008

810. I luoghi dell'attesa



...C'è come un rosso nell'albero, ma è
l'arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch'essi pesano...

Amelia Rosselli
da Documento

°

I molti posti dove ho vissuto non sono di per sé solo "luoghi", o meglio, posso dire che essi non hanno "solo" la dimensione del "luogo". In quelle località, così piene di assenze o solitarie di presenze, spesso tutto è stato per me (ed è tuttora) come sospeso, in bilico, avvolto da un'aura fantasmatica. Se scorro infatti con lo sguardo del tempo lo spazio del "luogo", sento intatto il peso di tutte le "assenze" e di tutte le "presenze", degli abbandoni e degli inattesi ritrovamenti. Tutto il mio vissuto è permeato di questi "luoghi", è legato al vuoto tutto e al complicato nulla che essi si sono trascinati con sé nel corso degli anni, a tutto ciò che hanno significato e al molto che significheranno ancora, perché - conoscendomi bene - ci saranno molti altri luoghi che segneranno ancora, con il loro destino "sospeso", tutto il silenzio e la pazienza di cui è dotato chi come me tesse la tela nelle lunghe notti dell'attesa, dove ogni auspicato riconoscimento diventa spesso un'illusoria verità.

°

Restando fedele
a ciò che mi è caro e che è la cosa più importante,
impedendo in tal maniera che si cancelli con gli anni,
sentirò poi forse
del tutto inatteso
il brivido della durata
e ogni volta per gesti di poco conto
nel chiudere con cautela la porta,
nello sbucciare con cura una mela,
nel varcare con attenzione la soglia,
nel chinarmi a raccogliere un filo...


Peter Handke
dal Canto alla durata
(versione dal tedesco di Hans Kitzmüller)

°



06 agosto 2008

809. Quando le stelle cadono accese



La terra è secca, ha sete
e si spacca.
Sui labbri dei crepacci
le lucertole arroventate
corrono in fiamme.
Le stelle cadono accese
per bruciare il mondo,
ma nessuno tende le mani per abbracciarle
e si smorzano, tuffandosi nel buio.
La carne cerca nelle carni
le sorgenti
e trova gli occhi
che si schiudono come fiori.
E la sonagliera dei grilli,
la notte,
ci porta incontro al sole
che ci trafiggerà
con le sue mille frecce.
Aspetto che finisca
e nell'attesa
mi sento abbacinato
come un foglio bianco
su cui picchi il sole.
La terra è secca, ha sete
e la notte è nera e perversa.
Cristo, dalle da bere,
ché vuole peccare
e farsi perdonare.


Scipione
da Carte segrete

°

Voglio far uscire dalle mie mani le cose cui il mio cuore è stato pieno. Voglio stringere, non accarezzare. Voglio, forse avrei dovuto scrivere "vorrei" perché infine non faccio che rivoltarmi in questo spazio e l'infinito è grande come un lenzuolo. In esso io mi riposo; è come un morire...

Lettera di Scipione a Libero de Libero
1° settembre 1930

05 agosto 2008

808. Quando l'aneddoto si fa Storia

Scultori a Roma - Lawrence Alma-Tadema (1877)

Poiché nell'aria c'è la pesantezza della decadenza, vale forse la pena di gettare uno sguardo su qualche precedente. L'Historia Augusta è una antichissima raccolta di vite di imperatori romani, da Adriano a Caro, Carino e Numeriano: un tempo che va dal 117 al 284-285. Gli autori della raccolta lavorarono nel IV secolo, a distanza di cent'anni e più dagli avvenimenti. Anch'essi immersi nella decadenza, si sono impegnati a descrivere - spesso dal buco della serratura - gli eventi che lentamente segnavano la caduta dell'Impero. Scrivevano con il gusto malizioso e addolorato dell'aneddoto e della biografia minore. Una storiografia di bassa statura, spesso di alcova, quasi sempre di nefandezze più o meno rivoltanti, raramente di virtù. Il pettegolezzo "storico", con il crisma e la polvere del tempo, finisce col dare il quadro di ciò che può significare il potere per il potere, quando una grandiosa costruzione politica volge al termine e né si percepiscono i fermenti che sconvolgeranno l'assetto secolare, né tuttavia si intravede il futuro. I barbari compaiono nelle storie come bestie (o poco più) fameliche e (sempre più difficoltosamente) sconfitte; i cristiani sembrano non esistere, tant'è vero che non sono mai nemmeno nominati, e non per supponenza, ma per la palese inutilità del loro "non portato" storico (che senso può avere storicizzare qualcuno che crede che il regno, l'impero stia da un'altra parte, magari in un altro mondo?). La vita dei personaggi della corte imperiale (e anche quella di chi li descrive) si fa via via sempre più astratta, lontana da un contesto storico e sociale plausibile, anzi quest'ultimo diventa solo uno sfondo scolorito su cui far scorrere il contenuto sempre più aneddotico e sempre meno storico. E l'aneddoto, si sa, diventa storia solo quando la Storia volge alla fine.
Succede anche ai giorni nostri, purtroppo, e gli esempi potrebbero essere molteplici. Nelle storielle dei vari potenti attuali, l'aspetto piccante, grottesco, spettacolare ha la meglio sull'aspetto cronachistico e storico (basta scorrere le prime pagine dei più grandi giornali, per rendersene conto, soprattutto ora, nel periodo estivo).
E allora mi viene in mente che l'imperatore Antonino Eliogabalo, giunto al potere grazie alla corruzione, "sceglieva talvolta un certo numero di donne particolarmente belle, le spogliava, le aggiogava a un carrozzino e si faceva portare in giro, per lo più nudo come loro".
Certi "imperatori" di oggi non hanno per le donne un trattamento molto diverso; è vero, alcune poltrone prestigiose hanno preso il posto del carrozzino, ma il giogo resta e, se valutiamo le lotte che le donne hanno compiuto per emanciparsi da certe forme di maschile ostentazione, forse è ancora più umiliante di quello dei tempi di Eliogabalo.
Concordo sul fatto che la Storia non si ripete mai in maniera uguale: è vero, in certi casi - e pare impossibile - riesce persino a essere peggiore.

04 agosto 2008

807. Partenza



Il giovane, che lasciava il suo paese per incontrare l'avventura della vita, cominciò a pensare, ma non pensò a cose grandi o drammatiche. Cose come la morte di sua madre, la sua partenza da Winesburg, l'incertezza della sua vita futura in città, gli aspetti seri e vasti della sua esistenza, non gli vennero in mente. Egli pensò a piccole cose, a Turk Smollet che trasportava sulla carriola le sue tavole, in una mattina di Winesburg, ad una donna alta, elegantissima, che aveva passato una notte nell'albergo di suo padre, a Butch Wheeler il lampionaio di Winesburg, che si affrettava per strada in una sera d'estate, stringendo una torcia in mano, a Helen White dietro la finestra dell'ufficio postale di Winesburg che incollava un francobollo su una busta. La mente di quel ragazzo era trasportata via dalla crescente passione per i sogni. A chi lo guardava non sarebbe apparso particolarmente sveglio. Con la mente occupata nel ricordo di queste piccole cose, chiuse gli occhi e si appoggiò allo schienale. Restò così per un bel pezzo e quando si drizzò e guardò di nuovo fuori dal finestrino, Winesburg, il suo paese, era sparito e la sua vita là era diventata soltanto uno scenario sul quale dipingere i sogni della sua giovinezza.

Sherwood Anderson
da Winesburg, Ohio


03 agosto 2008

806. Il signor Nettuno


A me la vicenda del tira e molla del delegato governativo sul palco commemorativo a Bologna ha fatto venire in mente (e sono la prima a non comprendere a fondo l'associazione...) quella storiella che il barbiere narra al curato e a Don Chisciotte nel primo capitolo della seconda parte dell'opera di Cervantes.
In sintesi la storia è questa: c'è un tizio che scrive al vescovo del luogo ove si trova segregato in manicomio. Nelle molte lettere che invia al prelato, questi asserisce di essere perfettamente Il signor Nettunosano di mente (tanto da essersi addirittura laureato in diritto canonico) e che, se si trova rinchiuso, è solo per colpa dei suoi familiari che ritengono che egli sia privo di senno. Il vescovo, per accertarsi se quanto il corrispondente gli scrive sia vero, manda un canonico a sincerarsi di persona della sanità mentale del presunto pazzo. Il religioso si convince in breve tempo - nonostante le rimostranze del direttore del manicomio - del completo equilibrio del supplicante.
Tutto volge per il meglio e ben presto viene disposta la liberazione del "dottore", senonché, al momento di congedarsi dagli altri folli, un pazzo che asserisce di essere Giove, giura al canonico che se il loro compagno sarà portato via di lì, egli non farà più piovere sulla terra. A questo punto, senza scomporsi, il presunto "savio" prende sotto braccio il canonico suo liberatore e candidamente gli dice: "Non si preoccupi la signoria vostra, signor mio, né faccia caso a ciò che ha appena detto questo pazzo; che se lui è Giove tonante e non vorrà far piovere, io che sono Nettuno, padre e dio delle acque, farò piovere tutte le volte che ne avrò voglia e che sarà necessario". E così il cappellano è costretto - suo malgrado - a rivedere il giudizio che poco prima aveva espresso, lasciando dietro le sbarre il "signore dei mari".

Ripeto, non so bene perché abbia associato questa storia con quella di Bologna, sarà che di "signor Nettuno", da quelle parti ne vedo girare parecchi, o magari per via della fontana, non so, fatto sta che ci ho sorriso un po' sopra e non mi andava di essere avara di sorrisi. Così ho deciso di condividere la lettura, hai visto mai che qualcuno ci trovi il nesso che mi sfugge...

02 agosto 2008

805. Rondini


Pentagramma aereo
Ora so non dolermi
se la mano nel buio
tocca il fondo e tu non ci sei.
Allora cercavo la tua ombra
in quella del muro
sulla terra bianca d'infanzia.
I compagni gridavano a perdifiato
freschi di capelli nell'afa.
Tu muovevi la polvere dietro le spalle.

Faceva piena nei canali
la sera fiorita di eriche
e cresceva fino a toccarti il piede.
Chiamavi l'ultima luce
all'inganno della fonte e la rondine,
il petto molle dei primi
voli sugli orzi, ti garriva
nelle vesti.

Leonardo Sinisgalli
da Vidi le muse
ed. Mondadori, 1943

°

Quanti ricordi avrei ma tu
tu non mi ascolti mai...


01 agosto 2008

804. Tre specie di diritti naturali


Eberhard Havekost - I quattro cavalieri dell'Apocalisse
Il primo diritto fu divino, per il quale (gli uomini) credevano se stessi e le loro cose essere tutte in relazione agli dèi, avevano cioè l'opinione che tutto fosse stato creato dagli dèi.

Il secondo (diritto) fu eroico, ovvero della forza, però preceduta dalla religione, la quale sola può controllare la forza, dove non ci sono - o se ci sono non valgono - le leggi umane per limitarne il potere. Perciò la provvidenza dispose che le prime genti, per natura feroci, fossero persuase da questo sentimento religioso a piegarsi naturalmente alla forza, e che, non essendo esse ancora capaci di ragionare, ricavassero la ragione dalla fortuna, che consultavano attraverso gli oroscopi. Questo diritto della forza è il diritto di Achille, che pone tutta la ragione nella punta della lancia.

Il terzo diritto è il diritto umano, che è dettato dalla ragione umana del tutto conosciuta.

Giambattista Vico
da Principj di scienza nuova, IV, 3

°

Alla luce del pregevole assunto vichiano mi chiedo: è possibile dopo un così faticoso cammino umano e filosofico (nonché scientifico) - costato più volte lacrime e sangue - regredire a un "diritto" precedente rispetto all'ultimo acquisito? Eppure da alcune parti del cosiddetto "primo mondo" (e l'Italia è senz'altro fra queste) pare si sia imboccata proprio questa "strada inversa" (una condizione di pseudo-misticismo millenaristico unito a immotivate paure, queste ultime fomentate ad arte da un potere teso alla più evidente - e antidemocratica - forma di controllo e indirizzo delle menti).
Non c'è stupore nella mia domanda (il genere umano non è più capace di stupirmi, non in peggio, almeno), ma puro e semplice sconcerto per come si possano, nel breve arco di qualche decennio, rialimentare tutte quelle condizioni che - specialmente in Europa - hanno condotto ai disastri che sappiamo e di cui tutti - nessuno escluso - ci facciamo testimoni e interpreti  (a parole o celebrando "giornate della memoria" cariche di retorica e vuotissime di effettivi contenuti morali).

__________________________________________________________
Con una buona dose d'incoscienza mi sono permessa di "attualizzare" l'italiano - senza dubbio bello, ma ovviamente datato - del Vico; ho cercato di non tradire il testo né nella forma né nella sostanza, spero di esserci riuscita. Se qualcuno volesse segnalarmi eventuali imprecisioni, sono a disposizione per le relative rettifiche. Grassetti e corsivi sono miei mentre il titolo del post
è quello originale che G.B. Vico ha posto all'apice del paragrafo che ho citato integralmente.