akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

30 giugno 2008

773.1 La nostra è un'epoca d'iconoclastia; l'idea che spinse Brigitte Brophy a scrivere Cinquanta capolavori di cui si può fare a meno era stata già preceduta da Giovanni Papini con le sue stroncature d'Amleto e di Faust (1916). Il Pantheon immaginato dal Sainte-Beuve nel suo saggio Che cos'è un classico? nei Lundis III, 1850, minacciava di convertirsi in un cimitero di divinità abolite. Il depennamento di parecchi nomi dall'elenco dei santi non è che un aspetto dello stesso fenomeno che ci fa trovare nelle storie letterarie molti nomi che non sono che vox et praterea nihil. La situazione sarebbe disperata se il Tempio del Gusto avesse una facciata permamente. Ma fortunatamente per gli innumerevoli santi dimenticati della letteratura quella facciata è in perpetua trasformazione, e le "labili ombre e i deboli spiriti" dei classici possono sperare, come i morti nell'Ade di Omero, che un'infusione di nuovo sangue da sacrifici possa un giorno fare riudire le loro voci. Perché i classici esistono solo in quanto i moderni riconoscono o credono di riconoscere in loro essi medesimi, le loro proprie ansie e aspirazioni. [Mario Praz - Dal saggio "La funzione della critica nel campo della tradizione letteraria", pubblicato sulla rivista Belfagor, n° 354, nov. 2004]

773.2 Nuove luci vengono fatte sulla vita e l'opera di Giacomo Casanova. In una nuova (e densa) biografia che è stata recentemente pubblicata da Hodder & Stoughton, l'attore e scrittore Ian Kelly, oltre a nuove - e relativamente interessanti - teorie sulle abitudini sessuali del gentiluomo veneziano (immancabili in ogni biografia che voglia essere pubblicata su di lui nei paesi anglosassoni, e non solo in quelli) rivela, tra l'altro, gli interessi di Casanova per la kabbalah e l'uso che egli faceva della scrittura per vincere la malinconia che ogni tanto, pare, lo attanagliasse. Insomma, un uso precoce dell'arma terapeutica della scrittura contro la depressione, che da più parti si ritiene anche efficace...

773.3 Ho sempre amato l'arte di June Wayne (la serie Palomar e tutte le opere concettualmente influenzate dall'optical art degli anni '50 sono davvero strepitose). Ora è uscito il catalogo ragionato e (quasi) completo dei suoi lavori, edito dalla Rutgers University Press e curato da Robert Conway. Sfogliarlo è una gioia, per gli occhi e per il cuore. [Una decina di anni fa ci aveva provato Arlene Raven a organizzare una retrospettiva dell'artista. Non male: però questo librone è un'altra cosa].

773.4 Grazie a Stefano Guglielmin (che me l'ha cortesemente fatto conoscere) ho scoperto Matt Harding. Un candido genio.

773.5 ...La notte ha viali caldi, blu e pieni di mistero. / Ombre si avvinghiano a parvenze di uomini, / assieme nuotano in piscine improbabili, frequentano bar, / mentre nell'oscurità del cielo si danno battaglia le stelle. / Quando sono morta d'amore / è come se un profumo si spargesse tutto intorno. / Intenso e truce. [Pere Gimferrer da L'espai desert, Ediciones Penînsula, Madrid, 1977]

29 giugno 2008

772.


Grande consolazione è il sapere che il mondo sta tutto nei libri, nella loro presenza fisica. "Noi non sappiamo - scrive Andrea Zanzotto - se esiste un paradiso, ma sappiamo che esiste il Paradiso scritto da Dante, e quello c'è di sicuro; è là per tutti, basta che si abbia l'amorosa e paziente volontà di entrarci".

Gianluigi Beccaria
Per difesa e per amore

772.1

Uomo, presta orecchio!
Che dice la profonda mezzanotte?
"Dormivo, dormivo,
da un profondo sonno mi sono svegliata.
Profondo è il mondo,
più profondo di quanto il giorno pensasse.
Profondo è il suo dolore.
Gioia: ancora più profonda del dolore.
Dice il dolore: 'Passa!'
Ma ogni gioia vuole l'eternità
vuole la profonda, più profonda eternità..."


Friedrich Nietzsche

27 giugno 2008

771.


Caro, mi chiedi cos'è l'arte (domande facili, del resto, tu non ne conosci...).
Penso che l'arte sia solo quello che gli uomini hanno chiamato così fino ad oggi. Risposta semplice, che per certi versi s'ispira agli scritti di quel grande maestro di Estetica che è stato (ed è) Dino Formaggio. Risposta che inoltre si adegua perfettamente a quell'idea storicamente mutevole dell'arte: un "luogo" in cui molti, che sono stati vilipesi, incompresi e/o ignorati nel corso delle loro esistenze, nel breve volgere di qualche decennio hanno finito per conoscere poi fortune divenute indiscutibili.
L'arte è in fondo ciò che anticipa, ma è anche ciò che conserva; l'arte ci inizia al nuovo ma, se vogliamo, ci fa ripercorrere strade dimenticate, costellate di antiche conoscenze.
L'arte è filosofia per immagini (come ebbe a dire Warburg):
L'arte è quintessenza, ma può essere anche semplice cultura diffusa.
L'arte sarebbe riuscire a rispondere a te che mi chiedi dell'arte...

771.1
Da lontano viene poesia
e all'acqua somiglia.
nel fuggire la valle
dell'ansia
breve vita l'attende
quando rotta cade
nel debole bicchiere.

°

Con la coda in ombra
trattiene fiumi il poeta
che nessuno vede.

°

Sei come la luna
in una cartolina turca,
una meringa in musica
ripiena d'asfodeli.
Se giochi coi veli
diventano rose
le oche
e serafini
gli assassini.

Raffaele Carrieri
da "Io che sono cicala"
Ed. Mondadori, 1967


26 giugno 2008

770.


Il tempo sta diventando per me ciò che posso toccare con mano, vivere, riconoscere. Il passato si fa memoria, occupa "solo" spazio mentale, e così sembra perdere, a poco a poco, i connotati del tempo.
Il tempo è uno strumento che vibra, che emette armonici, che posso "maneggiare", è tutto quello su cui ho potere, che posso cambiare. E anche il futuro assume quindi una valenza metafisica perdendo anch'esso la sua familiarità col tempo. La fonte di Mnemosyne non è più tempo per me, così come non lo sono le chimere che annunciano improbabili eventi in un domani che sicuramente oggi non esiste, e di cui è dubbia qualsiasi manifestazione.
Il mio tempo non viene dal rimpianto e non cede alle promesse: è pragmatico, crudelmente sincero e poco incline al compromesso.

Stamani una nebbia di calore è salita dal lago sino ai boschi, ha nascosto le montagne e mi ha negato la vista da ogni parte. Così isolata, ho visto avanzare verso di me intere isole di presente. Ho avuto chiaro che non dovrò più fare i conti con ciò che sono stata, né, meno che mai, dovrò dare confidenza a tutte le altre me che, in potenza, potrebbero materializzarsi in un futuro prossimo o lontano.
Io sono ciò che vivo, questo è il mio tempo e questa è la mia sostanza.
Non mi discosterò da quest'unica certezza, non rinuncerò all'unico bene dell'oggi.
Non mi illuderò di esistere, mi basterà resistere.

770.1
Con non altri che te
è il colloquio.

Non lunga tra due golfi di clamore
va, tutta case, la via;
ma l'apre d'un tratto uno squarcio
ove irrompono sparuti
monelli e forse il sole a primavera.
Adesso dentro di lei par sempre sera.
Oltre anche più s'abbuia,
è cenere e fumo la via.
Ma i volti i volti non so dire:
ombra più ombra di fatica e d'ira.
A quella pena irride
uno scatto di tacchi adolescenti,
l'improvviso sgolarsi d'un duetto
d'opera a un accorso campanello.

E qui t'aspetto.

770.2
La tenda rossa
dai Racconti della tenda rossa

25 giugno 2008

769.


In piena età oligarchica, o addirittura tirannica, alcuni greci (e penso a Pericle, in particolare) si sforzarono di neutralizzare il potere cercando di collocarlo al centro della pòlis, in modo che tutti ne beneficiassero (in partecipazione) ma che nessuno ne avesse in maniera preponderante o addirittura esclusiva. In poche parole inventarono la democrazia.
Mi sbaglierò senz'altro, eppure a me pare che oggi - in una larga parte del pianeta (laddove, almeno formalmente, vigono princìpi democratici) - stia avvenendo l'esatto contrario.
Del resto sempre i greci avevano Mnemosyne a cui affidarsi per ricordare; la nostra memoria è invece demandata alla cronaca, congenitamente transeunte. Praticamente - per intenderci - è lo stesso che scrivere sull'acqua.

769.1
Io credo che potrei voltarmi e andare a vivere
con gli animali, così placidi e controllati,
resto a guardarli per ore.

Non si affaticano, non frignano per la loro condizione,
non stanno svegli al buio piangendo i loro peccati,
non mi scocciano coi loro doveri verso Dio,
nessuno è insoddisfatto, nessuno impazzisce
per la mania di possedere,
nessuno s'inginocchia davanti a un altro,
o addirittura davanti a uno della sua specie
vissuto migliaia di anni fa.
Sopra l'intera terra nessuno, tra loro,
ha onori o compassione...


Walt Whitman
dal Canto di me stesso
in Foglie d'erba

24 giugno 2008

768.


Tempo fa ebbi modo di leggere un'entusiastica recensione di Anne Tyler a margine dell'ultimo libro di Penelope Lively, un'autrice inglese che conoscevo poco e di cui non avevo letto quasi niente. Spinta da tanta autorevole "promozione" decisi così di acquistare The Photograph e solo oggi ne ho iniziata (e terminata) la lettura, pentendomi di non aver dato prima retta ai consigli dell'amata scrittrice di Minneapolis.
Il libro, va detto subito, è struggente - innervato com'è di dolore dall'inizio alla fine - e si muove tutto all'interno dell'animo prima apparentemente monolitico e poi via via sempre più smarrito di Glyn Peters, che nella vita sembra avere due passioni sole: sua moglie e l'osservazione dei paesaggi. Tutto in lui inizia a vacillare quando s'imbatte in una foto, risalente a qualche anno prima, che ritrae sua moglie in una posa inequivocabilmente sentimentale con un altro uomo (non scrivo con chi per non togliere, a chi volesse leggere questo splendido romanzo, il gusto del mistero che aleggia ovunque nell'opera).
Da qui il castello di sicurezze di Glyn, che aveva sempre considerato sua moglie incapace di amare altri che lui, inizia a sgretolarsi, ma - come sempre accade - ogni crollo porta con sé una lenta ma inesorabile ricostruzione. E questa ricostruzione avviene nella mente del protagonista attraverso intuizioni improvvise e capillari ricerche nel passato. Il tempo andato si innesta in quello presente e si raccorda con le domande che non vertono solo sul contingente, anzi, spesso esse sono solo lo spunto per cercare di chiarire gli aspetti arcani della vita e, soprattutto, del suo corrispettivo "altro": la Morte.
Come se avesse in mano un prisma che rifrange la luce riproducendo la molteplicità dello spettro cromatico, Glyn riuscirà a risolvere ad uno ad uno (quasi) tutti gli enigmi suscitati dalla foto e, giunto al termine dell'impresa, avrà un'idea più chiara ed esaustiva su ciò che hanno voluto dire per lui i sentimenti, il tempo, la vita, la morte e, soprattutto, il mistero dei misteri: l'amore.
Due parole su Penelope Lively. A una prima lettura l'impressione che ho avuto è stata quella di una incredibile meticolosità. Nulla sembra fuori posto nel romanzo. Praticamente non c'è una sbavatura, un punto in cui sorge spontanea l'espressione "qui non avrei scritto così" (oppure l'esatto contrario). Nel corso del "secondo passaggio" (obbligatorio per libri del genere - e dico questo ripensando anche a Silenzio in ottobre di Jens Christian Grøndal) mi sono invece resa conto che, sia pure in linea teorica, l'autrice avrebbe potuto scrivere il tutto lasciandosi andare all'impulso, e cioè semplicemente descrivendo - al maschile - qualcosa che in realtà conosceva benissimo, e cioè l'idea (la paura?) del tradimento.
Non so quale delle mie due impressioni sia quella giusta, ma una cosa è certa: domani acquisterò tutto il resto pubblicato da lei.
Lì troverò senz'altro la risposta.

22 giugno 2008

767.

All'inizio vagabondai per la vita
a causa di un amore infelice:
mantenni però in me un minuto foglio di quarzo
e fu grazie ad esso che puntai gli occhi sull'esistenza.
Acquistai gentilezza
pur recandomi spesso al mercato del desiderio
non mancando di bere l'acqua scura dell'invidia,
quell'astio che tanto spesso trasforma noi uomini
in maschere di paura.
Mi sommersi nella melma marina
dove quel fiore, il giglio, di colpo
parve fagocitarmi nel breve volgere di un'onda.
Lì appoggiai il mio piede
mentre il mio spirito slittava pericolosamente
verso il morso dell'abisso.
E' così che nacquero i miei primi versi
è così che li riscattai dalle erbe velenose,
che li brandii contro la solitudine
quasi fossero una colpa da espiare
o tutto ciò che mi restava da opporre
al fiore dell'immoralità.
In questo modo, solitario come l'acqua scura
che emerge da abissi profondi,
passai di mano in mano
nella solitudine di ogni mio simile,
vincendo l'odio e l'invidia di ogni giorno.
Imparai che così vivevano altri uomini,
coperti a metà dal mio stesso fango,
come creature del più strano dei mari,
quello che dal pantano della vita
ci conduce alla morte.
La morte che ci spalancherà strade e portoni.
La morte che - con noi - scivolerà sui muri.

Pablo Neruda
Il poeta
da Canto general

767.1

Credo sia possibile vivere un'altra vita, basta non farsi irretire dal tarlo del rimpianto. Cioran parlava del rimpianto come di una speranza invertita. Per una volta non sono d'accordo con il Maestro. Non c'è alcuna traccia di speranza nel rimpianto: ma solo un decadente - e a tratti autocompiaciuto - volgere della mente verso le plaghe imperdonate e imperdonabili di ciò che si sarebbe voluto fare e non si è fatto...
Amen.

21 giugno 2008

766.


Ma da nessuna corrente filosofica fui affascinato come dallo scetticismo, che ad un certo momento mi portò ad uno stato vicino alla follia. Immaginavo che fuori di me nessuno e nulla esistesse in tutto il mondo, che gli oggetti non fossero oggetti, ma immagini, le quali mi apparivano solo quando vi fissavo l'attenzione, e che appena cessavo di pensarci quelle immagini subito svanissero. In una parola mi trovavo d'accordo con Schlegel nel ritenere che esistono non gli oggetti, ma il nostro rapporto con essi. C'erano momenti, quando, sotto l'influenza di questa idea fissa, arrivavo a rasentare la follia, al punto che rapidamente mi voltavo dalla parte opposta, sperando di sorprendere il vuoto (le néant) là dove io non ero...

Lev Tolstoj
Racconti autobiografici
(Infanzia-adolescenza)
vol. I - cap. XIX
Ed. Slavia, Torino, 1930

20 giugno 2008

765.


Confini
di sabbia,
mani che si tengono,
incise in grotte frasi di memoria
e poi partenze
veloci, di coraggio
e gioia rapprese.
Silenzi
ritorni
pace e paure.

E tu che mi sussurri
- basta - (dopo un bacio)
e poi speri con me
che quest'alba di Samotracia
non sia il tramonto
di tutto quello che ci ha unito
di quello che - nonostante tutto -
abbiamo costruito.

Seamus Heaney
Door into the dark

765.1



...Fanne un filo
dei ricordi
la memoria è la collana dei tuoi giorni...

Raffaele Mazzei
I ritorni

765.2

...e poi (sempre a proposito di ritorni) mi chiedo: sarebbe oggi concepibile (e soprattutto ascoltato) un Odisseo che ordinasse ai suoi di legarlo all'albero della nave?


19 giugno 2008

764.

Torni per dirmi che parti, e io sono sempre qui, tranquilla, ad aspettare il giorno in cui partirai per dirmi che ritorni.

764.1 Sapesse tutto quello che ho scoperto su di me con questo faticoso lavoro sugli altri... [Sigmund Freud - da una lettera ad Arthur Schnitzler]

764.2 Giunta all'idea della pace come fine ideale di un percorso di autocoscienza, per l'impossibilità materiale di ritornare a un grado inferiore del mio sviluppo personale (perché tale concepirei un arretramento verso le forme di nevrosi autoimposte da un certo attuale convivere sociale), non mi resta che una sola possibilità: assimilare praticamente il mio modo di essere con questa (ir)realtà che mi sono costruita addosso.
Insegnare a me stessa, e imparare al contempo, senza piegarmi all'universale spirito "conciliativo". La vera conciliazione è infatti ben altro; non questo indistinto rumore di fondo, che scava, scava senza nulla far emergere, senza nulla trovare.

14 giugno 2008

763.


Per un possibile discorso che facemmo
(e "memoria" lo chiamasti per farmi capire)
tutto si aprì di fronte a me.
La temperie del vento frantumò i cristalli
e ci trovammo rapidi a sparire
per gli scoscesi destini del mondo.

Dall'apertura del cielo si rapprese
la coscienza del nostro sentimento
e trasalimmo nel riconoscere che nulla
era andato perduto di ciò che ci aveva creati.

Scendemmo allora quel sentiero mille volte percorso
e quieti ci incamminammo nella sera
che sapeva di timo e gelsomino
ma più di noi, amanti e amati dal silenzio.

Saint-John Perse
da Amers
ora in Œuvre poétique

13 giugno 2008

762.


Passata la serata (e parte della notte) a rileggere Anna Karenina.
Mi chiedo: esiste un romanzo più pessimista di questo?
Ci sto pensando da un po' e non me ne viene in mente nessuno.
Così potente, così disperato...

762.1



...io dov'ero in quel momento
quando hai visto navigare
nella notte senza nebbia
le tre isole sul mare.

Edoardo De Angelis
Stella mia

12 giugno 2008

761.

Mi è stato insegnato che ciò che dà il segno caratteristico a un romanzo è la trama o, qualunque possa essere, il possibile svolgimento della storia (visto che esistono anche romanzi - diventati persino dei classici - in cui la trama è pressoché inesistente). Ben presto ho imparato che questo assunto non è vero. Non è per niente vero. Seguire questa tendenza di pensiero può indurre alla creazione di operazioni mentali assai innaturali. Molto meglio è andata quando ho focalizzato la mia attenzione sulla creatività - oserei dire ontologica - della scrittura (che non deve avere per forza tratti "onirici" o "poetici" per attirare la mia attenzione, mentre invece deve sempre e comunque essere assai curata dal punto di vista linguistico).
Posso fare qualche esempio, in questo senso, scegliendo qualche titolo fra i molti che ho letto in questi ultimi anni di "esilio" (mi limito a quelli scritti in lingua italiana, riservando a quelli in altre lingue qualche post successivo):
Non aggiungo altro rispetto a quanto scritto prima.
Se qualcuno avrà la ventura di leggere, aver letto o rileggere questi romanzi capirà tutte le possibili connessioni. Ne sono convinta.


11 giugno 2008

760.

Gesù Cristo fu il primo che personificasse e col nome di mondo circoscrivesse e definisse e stabilisse l'idea del perpetuo nemico della virtù dell'innocenza dell'eroismo della sensibilità vera, d'ogni singolarità dell'animo della vita e delle azioni, della natura insomma, che è quanto dire la società, e così mettesse la moltitudine degli uomini fra i principali nemici dell'uomo, essendo purtroppo vero che come l'individuo per natura è buono e felice, così la moltitudine (e l'individuo in essa) è malvagia e infelice.

Giacomo Leopardi
Zibaldone, 112

10 giugno 2008

759.

Per l'ultima notte
ho camminato
sul tempo
verso di te.

Per l'ultima volta
ho voluto vedere
se lo spazio aveva confini.
Non li aveva
e nemmeno il tempo li aveva
e neanche tu.

Ora riposo
per l'ultima volta
in quest'ultima notte di pace.
Domani avremo tempesta
- mi si dice -
ma ogni attimo mio
è legato al presente
e a te.

Niente domani
niente confini
solo silenzio
per noi
ora.

Vicente Aleixandre
En gran noche
"Ultimos poemas"
Editorial Seix Barras, Barcelona, 1991


759.1
La superstizione di consigliare ci annega in dottrine, contraddittorie, complementari, sempre superflue. Non sappiamo fare un passo senza edificare trenta teorie, smentirne altrettante e porre le fondamenta per un gran numero di altre; non esiste superficie tanto scivolosa alla quale non riusciamo ad attaccarvi la corrispondente etichetta...

Fernando Savater
Ultimo desembarco / Vente a Sinapia

09 giugno 2008

758.


Caro, epistula enim non erubescit, scriveva Marco Tullio a Lucceio (in quella curiosa missiva dove diceva e non diceva quale fosse il suo fine ultimo...). Ebbene, ti dico anch'io, è vero: "le lettere non sanno arrossire", però a volte sono capaci di "fare arrossire" e la tua ultima, manco a dirlo, ha colto nel segno.
Perché è arrivata giusta giusta a scolpire una giornata di marmo (e non uno qualunque, ma quello pentelico, per intenderci). Tu non credi nei segni, e nemmeno io ci credo, però credo nei suoni, e quello dello scalpello "provvidenziale" mi è parso proprio di sentirlo. E dunque, come l'ironico (e pagàno) Pallada, smetto di tenere testa a "un uomo amato dal dio" che pure "apertamente è in lotta contro quel dio stesso" e "che grande ira suscita e invidia".
Tu non approfittare delle mie porte aperte, mentre io vedrò di non contare sul vento che repentino potrebbe anche richiuderle.

07 giugno 2008

757.

Sogni continui.
Incerti, a tratti incomprensibili.
Notti limpide di (volontaria) veglia, quasi lucreziane (...sed tua me virtus tamen et sperata voluptas / suavis amicitiae quemvis sufferre laborem / suadet et inducit noctes vigilare serenas...).
Mattini incauti (e forse inutili) trascorsi nell'incoscienza.
I risvegli sono discreti, e se hanno una colpa è quella di non durare (quando eri tu il mio "soprapensiero" inseguivo le tue ombre lunghissime che sapevano di lontananza, ora non ho che da guardare i platani che - chissà perché - ovunque vada diventano il mio orizzonte).
A mattino inoltrato, un fischio come di sirena mi ha risvegliata prima e scossa poi una seconda volta. Veniva da un battello a lago ma a me è parso l'ignoto che perseguimmo assieme e che ora ritorna, a volte, quando osservo le vene chiare delle mie mani farsi più marcate.
Come vedi, nella quiete dei giorni rimasti mi basta un nulla per raccoglierti e andare incontro al mio domani.


757.1
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
ma se ti volgi e guardi
nubi nel grigio
esprimono le fonti dietro te,
le montagne nel ghiaccio s'inazzurrano.
Opaca un'onda mormorò
chiamandoti: ma ferma - ora
nel ghiaccio s'increspò
poi che ti volgi
e guardi
la svelata bellezza dell'inverno.

Armoniosi aspetti sorgono
in fissità, nel gelo: ed hai
un gesto vago
come di fronte a chi ti sorridesse
di sotto un lago di calma,
mentre ulula il tuo battello lontano
laggiù, dove s'addensano le nebbie.

Vittorio Sereni
Inverno


757.2
...Una poesia che principii con un segno di interpunzione indicante "sospensione" e con una particella del discorso ("ma", al primo verso) che indica, grammaticalmente, opposizione, ed è per di più priva della maiuscola iniziale, si apre in effetti con un falso, un non-inizio: propriamente appare come, forse in altro luogo forse in altra forma, già iniziata. Tanto da indurci a considerare questo come una sorta di cominciamento senza origine; che come tale ricade, per deliberata scelta dell'autore, rafforzata da una intenzione costruttiva in chiave retrospettiva, su tutta la vicenda poetica sereniana.

Renato Nisticò
Nostalgia di presenze

757.3
Cominciare un libro di poesie, e quindi ora l'intero corpus poetico, con un verso fatto di punti di sospensione non è una piccola novità, è una piccola audacia...

Giacomo Magrini
Sereni, la sua poesia di movimento
in Per Vittorio Sereni. Convegno di poeti,
Luino 25-26 maggio 1991

Ed. Scheiwiller, 1991

06 giugno 2008

756.

La poesia è una delle tante possibili positività della vita. Non credo che un poeta stia più in alto di un altro uomo che veramente esista, che sia qualcuno. Mi procurai anch'io, a suo tempo, un'infarinatura di psicanalisi, ma pur senza ricorrere a quei lumi pensai presto, e ancora penso, che l'arte sia la forma di vita di chi veramente non vive: un compenso o un surrogato. Ciò peraltro non giustifica alcuna deliberata turris eburnea: un poeta non deve rinunziare alla vita. E' la vita che s'incarica per conto suo di sfuggirgli.

Eugenio Montale
Intervista immaginaria a se stesso
da "La Rassegna d'Italia"
anno I vol. 1, gennaio 1946


756.1

...Non è un'eredità, un portafortuna
che può reggere all'urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza è solo l'estinzione.
Giusto era il segno: chi l'ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l'orgoglio
non era fuga, l'umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.

da Piccolo testamento


756.2




...Che le poesie si nutrissero della
lavanda
chiusa nei cassetti

Io lo sospettavo fin da bambino
Ma non l'ho mai detto a nessuno...

Enrico Nascimbeni
"Eugenio"

05 giugno 2008

755.

E poi mi hai detto:
- Vieni,
guarda con me sbocciare il fiore
sulla collina,
là dove il desiderio è reduce
dal nostro ieri comune,
mentre assieme pensiamo
al domani che ci conoscerà.

Non c'è tempo per recriminare
sull'oggi. Non c'è tempo
per giudicarci e giudicare.

Sapremo vivere, sapremo sognare
sapremo amare,
se verrai con me
a vedere sbocciare quel fiore
sulla collina. -

Ti ho raggiunta
e volevo cogliere per te
quel fiore.
- No - mi hai detto
- lascialo vivere,
il fiore nostro è un altro
ha altri petali
e profumi.

Se vorrai lo coglierai domani
e domani io lo accetterò,
se lo riconoscerai
quando te lo indicherò
qui
sulla collina. -

Antoine Pol
da "Plaisirs d'amour"
Cadran éditeur, Mulhouse, 1947

04 giugno 2008

754.

Sento un gran parlare di vita e di come promuoverla, valorizzarla e difenderla "fino dal concepimento", e allora ripenso al genio di Robert Louis Stevenson che fa dire a James Durie, protagonista del suo bellissimo romanzo The Master of Ballantrae, le seguenti parole:

La vita in sé non vale niente, mentre conta moltissimo il vivere.

E non mi si venga a dire che non si coglie la (fondamentale) differenza.

754.1

Quando a meridione intravedi la fiamma chiara
dei versi ballare sulle ceneri dei morti,
ricorda figlio caro.
Ricorda

tutti coloro che un giorno
decisero di seminare qui i loro dialoghi
immaginando di veder fiorire le piante del futuro.

Peter Huchel
da Chausseen, Chausseen
S. Fischer Verlag, Frankfurt am Main, 1970


03 giugno 2008

753.

Che ci portiamo addosso il nostro peso
lo so, che schermaglia d'amore è adattamento
guizzo, resistenza necessaria perché baci
la nostra storia i nostri uomo-donna
non solo all'ombra dei parchi
l'imparo ora, forse.

Oh, ma scompagina il vento
freddo di viale Piave i giorni scorsi, e spaura,
quanto di me non solo porto
sulle spalle, ma mi tocca travasare
adattare al tuo fusto flessibile
e scontroso.
Io che speravo
necessario e sufficiente solo il fiore
che affiora, tocco con le carezze oltre che il tuo
fusto flessibile lo specchio la certezza
di come sia insufficiente il mio amore
per la tua capacità di comprenderlo,
per la tua capacità di comprenderlo
come sia immane il mio bisogno d'amore.

Elio Pagliarani
A riporto
da "Inventario privato"
Ed. Veronelli, Milano, 1959

01 giugno 2008

752.

Sorprendentemente non ti sei dilungato.
Mi chiedo quale rifugio ci possa essere in una non-parola.
Lo chiedo anche alla farfalla che vola discreta sul giardino soleggiato.
Qualcuno - non ricordo più chi - mi disse (o scrisse) che "il volo della farfalla è un applauso fatto con una mano sola". Curiosa definizione, apparentemente incomprensibile, anche se ha un suo fascino innegabile.
Ma torniamo a noi e vediamo di chiarirci: mi citi Schopenhauer e mi ricordi che "il pensiero della necessità è la libertà" e che "lo spirito crea per sé un mondo della moralità, dove la libertà, a sua volta, diventa necessità". A parte il fatto che questo è Hegel, mi pare, ma siamo certi di poter collocare sullo stesso piano due concetti così complessi? E poi, cos'è che è sotteso in questo tuo continuo intrecciarsi di vincoli e di evasioni?
Stai forse cercando di dirmi che il tempo ha raggiunto per te limiti talmente esigui che sei costretto a legarlo affinché non ti sfugga?
Non è così semplice, mio caro, perché il tempo ha ben meno consistenza di quanto in apparenza sembra voglia farci credere. Scivola dalle mani così rapidamente che, al confronto, la sabbia è un elemento stabile. E poi - siamo sinceri - non ne hai mai fatto un buon uso, tanto che ora lo reclami da me che ne ho così tanto da poterlo scambiare. Con cosa? Anche questo non lo dici, anche se me lo lasci intuire.
Lasciamici pensare un po' su, che ne ho bisogno.
Finisco qui, per ora, non prima di dirti che ho apprezzato la tua lettera, schietta e appassionata. Leggi qui la mia risposta, mentre resto in attesa della tua prossima impressione, accompagnata dall'applauso lento, costante e sincero di questa farfalla che mi ricorda quanto ancora io ti pensi e quanto creda in te.
Nonostante te.

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Mimmo Locasciulli - L'inganno del tempo