akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

31 marzo 2008

687.



Se a voltarmi più non ti vedo
chi di noi due manca,
chi dal suo pensiero un fatto
ha visto correre sì veloce
da spingersi oltre le nebbie
dei morti che guardano indietro?

Se a voltarmi più non ti vedo
chi di noi due manca?
Col suo povero arredo
di morto
chi di noi due imbianca lontano
dalla sua voce?

°


Forse se ascolti, al limite del giorno,

brulla di pietra perché splenda il cielo
straniero delle rondini, la patria
torna nel canto che pareva amore.

Torna dai lumi del veliero il mondo,
parola che stupì, come nel soffio
caldo del vento era la notte un bacio,
un cuore appena franto dal suo bene.

686.

La facoltà inventiva è una delle ordinarie, principali e caratteristiche qualità e parti dell'immaginazione. Questa facoltà è quella che fa i grandi filosofi e i grandi scopritori delle grandi verità. E si può dire che da una stessa sorgente, da una stessa qualità dell'animo, diversamente applicata e diversamente modificata e determinata da diverse circostanze e abitudini, vennero i poemi di Omero e di Dante, e i Principi matematici della filosofia di Newton.
Semplicissimo è il sistema e l'ordine della macchina umana in natura, pochissime le molle e i principii che la compongono, ma noi discorrendo degli effetti che sono infiniti e infinitamente variabili secondo le circostanze, moltiplichiamo gli elementi, le parti, le forze del nostro sistema, e dividiamo, e distinguiamo, e suddividiamo delle facoltà, dei principi, che sono realmente unici e indivisibili, benché producano e possano sempre produrre non solo nuovi, non solo diversi, ma anche effetti contrari. L'immaginazione pertanto è la sorgente della ragione, come del sentimento, delle passioni, della poesia; e questa facoltà che noi supponiamo essere un principio, una qualità distinta e determinata dell'animo umano, o non esiste, o non è che una disposizione tra le cento altre che chiamiamo riflessione o intelletto.
Immaginazione e intelletto sono un tutt'uno.

685.

E ora dimmi, ne è valsa la pena sognare? Guardare il futuro nella terra, andare oltre il bianco delle pietraie, attraversare il mare delle angosce, così, solo per sentirti un "uomo nuovo"?
Non hai avuto bisogno di creta per farlo, il tuo "uomo nuovo", ma di me, di me soltanto.
Ti ho dato il mio respiro, la mia pazienza, i miei silenzi.
Non ti sei lasciato distrarre, sei stato determinato a perseguire il tuo scopo.
Lo sai bene, perché non hai mai fatto mistero del bene che hai preteso ti svelassi.
Ma tutto cambia. Le necessità del perdono non sono le stesse dell'amore, e anche questo lo sai bene.
Perché l'amore non è per tutti, ma solo per chi ne conserva l'incanto.

30 marzo 2008

684.


Quello che, in linea di massima, garantisce la stabilità e l'equilibrio di ogni esistenza umana è l'espressione di un conflitto tra l'effetto erosivo e degradante della durata e un principio astratto di permanenza.


René Thom

Morfologia del semiotico

683.


Mi avrai come una lima

di dubbio e di rimorso
nel sonno e in ogni gesto
di arbitrio e di potere.

Mario Luzi
da Disse Antigone

29 marzo 2008

682.

Nessuno provi a fermarlo
il non possibile
è qui, si sta donando...

Al tavolo il vuoto di te
sta tacendo.
Non dette ma per me
le tue parole
non nelle orecchie
e non nel pensiero.
Franca Grisoni
da L'ala
Ed. Linoà, 2005

681.

Sono qui, ferma, a dispetto della pioggia.
Sono nel luogo dove giocammo il nostro esistere insieme, le nostre inclinazioni al bene, le nostre sicurezze.
Non c'è traccia esteriore di rovine; quelle sono tutte dentro e - curiosamente - non hanno fatto rumore nel cadere.
Mi stupisco di quanto mi adoperi a pensarti, a ricordare quella luce che, da un luogo apparentemente inaccessibile, scaturiva facendosi spazio tra metafore di vita e sensazioni.
Un pettirosso si arruffa fra rami di sogno, poi segue una pista in cielo che solo lui conosce, mentre io rientro calpestando l'erba, figlia di quella che forse anche tu calpestasti per venire ad incontrarmi, quel primo giorno di febbraio.
Basta solo questo a farmi dimenticare ogni offesa del destino, ogni desiderio inespresso, ogni appuntamento mancato.
Basta solo questo a dare forma all'umanità che ancora ospito in me, forse mio malgrado; a quella gioia malinconica di cui ti parlai un tempo e di cui - senza che tu più mi senta - io ti parlerò di nuovo. Prima o poi.

28 marzo 2008

680.

Va-e-vieni nell'ombra,
dall'ombra interiore all'ombra esteriore
dal sé impenetrabile al non-sé impenetrabile
passando né dall'uno né dall'altro

come tra due rifugi al rischiaro
le cui porte appena si avvicina
si chiudano dolcemente,
e appena ci si volti ancora si dischiudano dolcemente

ritornare e ripartire chiamati e respinti
senza distinguere il luogo di passaggio,
velato da quel
baluginìo o dall'altro
solo brusìo i passi che nessuno ascolta
fino ad arrestarci infine una volta per tutte,
per tutte assente da sé e d'ogni altro
nessun brusìo infine
allora dolcemente la luce senza declino
su questo né uno né altro impercepito

questa indicibile dimora d'angoscia.

679.

Ogni sentimento che ci appartiene (compresi quelli più inquietanti, come l'angoscia) ha bisogno, per rappresentarsi, di un mondo altro da noi, di una forma - sia pure diversificata - di esteriorizzazione. Alla luce di questo non riveste alcuna importanza chiedersi continuamente se siamo felici (o interiorizzare la richiesta alludendo al fatto che - quasi per fede in noi stessi - noi ci "crediamo" felici). Al contrario, la domanda più sensata sarebbe più o meno: esiste realmente, al di fuori della mia coscienza, tutto ciò che presumo mi renda felice?
Ecco che avere una chiara idea del "sentimento" ci offre anche una plausibile definizione di esso: si è cioè sempre felici per "qualcosa" o per "qualcuno", perché la felicità non ha un moto endogeno, altrimenti sarebbe pura e semplice "euforia" (che di per sé ha esordi alquanto irrazionali) o, nel caso contrario, si parlerebbe di "malinconia" o depressione, stato che appartiene a un contesto completamente diverso, perché, in senso stretto, la condizione che fa riferimento a una qualsiasi forma di nevrosi, non ha nulla a che fare col "sentimento". Non almeno con quello che si nutre di "relazioni".

678.

E' dunque la poesia
un momento taciuto nella neve
che si scioglie

una luminaria, un brivido che corre
nella luce
occupa lo spazio
e vive d'infinito.

Benito Sablone
da Che sia d'autunno

27 marzo 2008

677.



Gli esseri più amati sono quelli che si allontanano e muoiono,
i fantasmi che non crescono mai.

Laura Pariani
Dio non ama i bambini

676.

Quello che cerco
si nasconde
in un profondo silenzio
chiuso e segreto
in povertà assoluta
e ricchezza segreta
A che vale se non è segreta
la ricchezza suprema?
Simile al nulla
la ricchezza suprema.






Amo il Verbo
non le parole
unico è il Verbo
le parole, troppe.
Amo il silenzio, amo
follia e santità della bellezza.







Silenzio come pienezza
non povertà.
Dal silenzio nasce
sia l'attesa che l'appagamento.



675.

Sono sempre stata (e sempre sarò) diffidente di fronte a certi metodi assai disinvolti attraverso i quali si presume di interpretare o addirittura "vaticinare" il corso della Storia; soprattutto del suo farsi in rapporto a una determinata realtà contingente. Sono diffidente per un motivo molto semplice: perché la Storia è beffarda, o almeno si dimostra tale non appena ci è dato di viverla effettivamente. E' in quel preciso momento, quando cioè la Storia diventa cronaca (e non viceversa), che molte "previsioni" si rivelano per quello che sono, e cioè né più né meno che fole di bambini.
E a dire il vero nemmeno tanto svegli.

26 marzo 2008

674.

...Troppo tardi
nello scroscio di una pioggia infausta
si riabbracciano coloro che l'amore
un tempo divise.

Finestre aperte a illuminare i cuori
e porte bruciate
invece
a chiuderne le menti.


673.

Quali sono i piani che ogni lettura scopre? Come è costruita la cosmogonia che questo semplice sguardo postula? Singolare cosmonauta, eccomi attraversare mondi e mondi, senza fermarmi a nessuno di essi: il candore della carta, la forma dei segni, la figura delle parole, le regole della lingua, le esigenze del messaggio, la profusione dei sensi che si connettono. E uno stesso infinito viaggio nell'altra direzione, dalla parte di chi scrive: dalla parola scritta potrei risalire alla mano, alla nervatura, al sangue, alla pulsione, alla cultura del corpo, al suo godimento. Da una parte e dall'altra, la scrittura-lettura si dilata all'infinito, impegna l'uomo nella sua interezza, corpo e storia; è un atto panico, del quale la sola definizione certa è che non potrà fermarsi da nessuna parte.

672.

Sul fondo dell'essere egli aveva fatto studi particolari. Lo chiamava l'antro della bestia. E intendeva della bestia originaria acquattata dentro a ciascuno di noi, sotto tutti gli strati di coscienza, che gli si sono a mano a mano sovrapposti negli anni.
L'uomo, diceva, a toccarlo, a solleticarlo in questo o in quello strato, risponde con inchini, con sorrisi, porge la mano, dice buon giorno e buona sera, dà magari in prestito cento lire; ma guai ad andare a stuzzicarlo laggiù, nell'antro della bestia; scappa fuori il ladro, il farabutto, l'assassino. E' vero che, dopo tanti secoli di civiltà, molti nel loro antro ospitano ormai una bestia: un porco, per esempio, che tutte le sere dice il suo rosario.
In trattoria lui studiava le impazienze raffrenate degli avventori.
Fuori, la creanza; dentro l'asino che voleva subito la biada...

25 marzo 2008

671.



Che cos'è l'ovvio, se non un sistema di pensiero tanto implicito, tanto certo di sé, tanto "assoluto", da rendere chi lo "pensa" del tutto cieco e del tutto sordo al dolore dell'altro?

Philip Zimbardo
da L'effetto Lucifero. Cattivi si diventa?

670.

Vivo ormai lontana da quella che è stata la mia grande passione: la scienza. Ma la scienza è ancora con me, e lo sarà sempre. O meglio, vicine io sento tutte le varie discipline scientifiche a cui mi sono affidata per capire il mondo, per sentirlo più vicino.
Quando mi sono dedicata alla "filosofia della chimica", per esempio, sono sempre stata costretta a chiedermi se fosse possibile definire certi poteri causali riferiti alle sostanze chimiche, oppure se tutto non si riducesse invece alla loro pura conformazione fisica. In questo modo - è evidente - ho avuto modo di confrontarmi con le questioni fondamentali del finalismo e del meccanicismo.
Attraverso la medicina, invece, è stato naturale riflettere sul conflitto tra il modello sperimentale (afferente la biologia) e quello più classico dell'epidemiologia. Da qui proseguire attraverso la riflessione sul valore quasi epigenetico della malattia è sempre stato naturale per me, anche in relazione alle ricerche sistematiche.
Dalle nuovissime scienze cognitive, infine, ho tratto l'idea della coesistenza tra una pluralità interna quasi eccessiva, se relazionata all'unitarietà offerta da quello che viene abitualmente chiamato "paradigma computazionale", che ci offre - in ultima analisi - quasi un'idea matematica sull'origine della nostra mente.
Quello che mi resta, ora, è più un rapporto diretto con la filosofia della scienza che non con la sperimentalità (che pure tanto mi piaceva); ma di ciò che ho avuto e (in minimissima parte) di ciò che ho dato, porto ancora intatta la costanza nel cercare, la passione del conoscere, la rara e sublime gioia del trovare.
Unica, irripetibile, sincera.

669.

Procedi lesta, avvolta dal vento,
pura nella luce, quasi avvinta,
mentre la stanza, ridotta a un niente
conserva ciò che resta dietro te.

Opaca come la base di un cammeo
che lascia passare solo un piccolo raggio al margine
tu rifletti sul fatto che la sera
non era
sera
prima che tu uscissi a guardarla.

Solo poco di te porti nelle mani,
lo fai per sentirti leggera
come lo sono quelle case in fila verso cielo.

Ed è a loro che fai dono di te,

da tutto ormai distaccata.

668.

Noi per lo più nella vita ci sentiamo smarriti. Diciamo: Ti prego dio, dicci che cosa è giusto, dicci che cosa è vero. Ma non esiste giustizia: il ricco vince, il povero è impotente.
Ci sentiamo stanchi di sentire le menzogne della gente, e con il tempo diventiamo morti. Un po' morti, sì, considerando noi stessi come vittime. E ci diventiamo vittime. Diventiamo deboli; dubitiamo di noi, di ogni nostro principio; dubitiamo delle nostre istituzioni. E dubitiamo della legge: ma oggi voi siete la legge, voi siete la legge. Non i libri, non gli avvocati, non una statua di marmo o l'apparato della corte; quelli sono solo simboli del nostro desiderio di essere giusti. Ma essi... essi sono di fatto una preghiera, sono una fervente, una spaventata preghiera.
Nella mia religione si dice: agisci come se avessi fede, e la fede ti sarà data.
Se... se dobbiamo avere fede nella giustizia, ci basta solo di credere in noi stessi, e agire con giustizia. E io credo che ci sia giustizia nei nostri cuori.

Frank Galvin/Paul Newman pronunciando l'arringa finale nel film
Il verdetto, diretto da Sidney Lumet nel 1982.

[Un'opera bellissima e ancor'oggi molto attuale che ho rivisto stasera - con commozione - mentre la neve scendeva giù copiosissima a silenziare la valle, il lago, il mio cuore].

24 marzo 2008

667.


Chi vuole agire per partito preso, lo faccia.
I partiti presi son destinati a diventare

666.

Ebbene sì, lo confesso, io so di essere affetta dalla stessa "malattia" del dottor Héraclius, che quando:

...tornava a casa, la sera, quasi sempre era più grosso di quando ne era uscito. Il fatto è che ciascuna della sue tasche, e ne aveva diciotto, era piena zeppa di vecchi libri di filosofia comprati nella stradina dei Vecchi Piccioni; lo spiritoso rettore diceva che se in quel momento un chimico avesse analizzato il dottore, avrebbe trovato che la carta vecchia entrava per due terzi nella sua composizione...*

E' così che Guy de Maupassant descrive un simpatico bibliomane nella novella intitolata appunto Il dottor Héraclius Gloss.

* La traduzione italiana è di Mario Picchi, ed è tratta dal volume Tutte le novelle edito nei Meridiani Mondadori.

665.

Nella prossima tua dovresti dirmi
dov'è che vai e che cosa fai;
come sono gli spettacoli
e a quali altri piaceri tu ti dai...

[o del]

...momento capovolto dove
la sinistra è sempre la destra,
dove in realtà le ombre fanno corpo,
dove restiamo svegli tutta notte,
dove i cieli son tanto bassi quanto
il mare ora è profondo, e tu mi ami.

664.

E' inutile parlare
scannarsi per senza niente
il nostro è un silenzio impetuoso
che ha bisogno di durare.

Domenico Brancale
da Cani e porci
ed. Ripostes, 2001

23 marzo 2008

663.

662.




Jane Eyre di Charlotte Brontë è ora disponibile come audiolibro (in formato .mp3).

Si può scaricare >>>qui.

661.



...Diceva che era impossibile odiare qualcosa che è, e che niente può fare male se viene amata; il vero assassino dell’umanità è l’odio...

Un bell'omaggio a Gregory Corso
>>>qui.

660.

Ti ringrazio, cuore mio:
non ciondoli, ti dai da fare
senza lusinghe, senza premio,
per innata diligenza.
Hai settanta meriti al minuto.
Ogni tua sistole è
come spingere una barca

in mare aperto
per un viaggio intorno al mondo.
Ti ringrazio, cuore mio:
volta per volta
mi estrai dal tutto,
separata anche nel sonno.
Badi che sognando non trapassi in
quel volo

per cui non occorrono ali.
Ti ringrazio, cuore mio:
mi sono svegliata di nuovo
e benché sia domenica,
giorno di riposo,
sotto le costole
continua il solito viavai prefestivo.

Wisława Szymborska
Al mio cuore di domenica
da Uno spasso

°

A rigor di logica - se consideriamo l'universo come un'entità che non ha limiti, né di spazio né di materia (e men che mai di tempo) - dovremmo concludere che la parola "fine" non ha di per sé un significato molto razionale. Comprendo però che, da un punto di vista prettamente umano, essa generi quasi sempre accesi dibattiti ed altrettanto repentine depressioni. Come non restare attoniti, infatti, di fronte alla possibilità che nulla nella nostra vita sia così certo come la sua prossima soppressione? Eppure, non cedendo a un pessimismo di maniera, dovremmo essere gratificati dal fatto che ciò che noi consideriamo "la" fine non è in realtà che un processo assai marginale, riguardante oltretutto una parte di per sé microscopica di quell'entità che chiamiamo universo (e che a sua volta potrebbe essere solo uno dei molti, possibili universi).
Credo sia dunque necessario tenere sempre ben presente questo nostro limite prima di pensare che "una" qualunque fine, assolutamente marginale nell'economia dell'universo, possa assurgere a sistema e a paradigma di quella che - apoditticamente - consideriamo "la" fine.
Analogo discorso potrebbe essere fatto per "il" principio.
Ma il tema è già di per sé abbastanza vasto per aprire nuovi fronti.
Meglio accontentarsi di un lato della moneta.
Per spendere l'altro c'è tempo.

22 marzo 2008

659.


A smuovere l'aria appassita di queste giornate
passa per strada un uomo,
mentre già cala il sole, lungo il viale dei tigli...
si allontana assorto a passo stentato
quando da un pensiero profondo gli arriva una voce forte e chiara
al punto che quasi si ferma
come in una dolorosa indecisione.

E quel momento è eterno.

Gianni Fucci
da
Temp e tempèsti

°

Così vorrei essere afferrata dalla morte, quando arriverà (e ugualmente dalla vita, che c'è già, ma poi passa, come una malattia qualsiasi).
Vorrei voltarmi leggermente, per guardarla negli occhi e magari sorriderle.
Ma, come novella Euridice tradita da un Orfeo di passaggio, so di non avere margine d'indecisione, e che per questo mi toccherà farmi illudere dalla sua solita bugia sull'eternità.
Vorrei solo, in quel momento, non cedere al rimpianto della vita; al puerile (e inutile) ricordo di una rincorsa - e mai raggiunta - felicità.
Ma quel che deve essere, sarà.
Lo spazio non avrà tracce d'infinito e il tempo non si scioglierà in nessuna eternità.
Sarò sola e i patti saranno chiari.
Ma l'amicizia breve
o addirittura inesistente.

21 marzo 2008

658.


Nel raggiungerti dove non mi attendi
non mi svegliare, amore,
per dirmi che sei altrove.

Raffaele Carrieri
da Le ombre dispettose
ed. Mondadori, 1974

°

Amo molto, nelle opere che leggo (ma anche nella vita), l'ironia che non si trasforma in maldicenza gratuita, il divertissement che non sfocia obbligatoriamente nella trivialità, e, soprattutto, la naturalezza quando non è condannata a divenire ovvietà.
Non posso farci niente, sarei capace di morire per una buona utopia...

[E a proposito di "morire", ho da tempo fatto mio un motto abbastanza celebre di Bernard de Fontanelle che consigliava di non prendere la vita troppo seriamente, perché in ogni caso non ne usciremo vivi].


20 marzo 2008

657.

L'amore vero, tu lo sai, è volere
la gioia di chi non ci appartiene
è questo uscire, traboccare

da se stessi, come il sangue nelle vene
per un taglio, è l'irrinunciabile,
amore energia mutabile eterno bene.

Giuseppe Conte
Energia mutabile
da "Dialogo del poeta e del messaggero"
ed. Mondadori, 1991


Oggi passeggiando per la città mi sentivo proprio come Nella Colombo.
Con meno estro (e meno swing) - forse - ma non meno intensità.
Qui, poi, tutto mi fa pensare a te.
Per questo me n'ero andata.
Per questo sono tornata.
Ricordi il pendolo?
Ecco.
Uguale.

19 marzo 2008

656.

Così Giambattista Vico, nella Scienza Nuova, parla dell'evoluzione dei costumi nella storia umana:
Gli uomini dapprima sentono il necessario, dipoi badano all'utile, appresso avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano al piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze.

Giacomo Leopardi, invece, nel Cantico del gallo silvestre ci dice che:
Pare che l'essere delle cose abbia per suo proprio ed unico oggetto il morire. Non potendo morire quel che non era, è dal nulla che scaturirono le cose che sono. Certo l'ultima causa dell'essere non è la felicità; perché nessuna cosa è felice. Vero è che le creature animate si propongono questo fine in ciascuna opera loro; ma da nessuna l'ottengono: e in tutta la loro vita, ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per l'altro; e non si affaticano, se non per giungere a questo solo intento della natura, che è la morte.

E poi c'è Italo Svevo, che - profeticamente - così conclude La coscienza di Zeno:
Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

Per finire come non pensare all'Eliot della Terra desolata:
Dall'ombra vostra che a sera si leva ad incontrarvi;
vi mostrerò il terrore in un pugno di polvere.


Da parte mia penso a quella polvere e rifletto a quanta Storia vi sia in un suo semplice granello. Molta di più di quanta se ne possa leggere oggi sulle "gazzette" e su certe "veline" amplificate dai mass media in tutto il mondo.

Una stampa venduta e senza scrupoli genererà, prima o poi, lettori ignobili, era il motto di Joseph Pulitzer.

E mi sembra questa una citazione più che degna di concludere questo excursus (solo in apparenza) nefasto.

655.

La memoria non è uno strumento dell’uomo, un docile aiutante, un servo efficiente; si direbbe piuttosto che l’uomo sia un lacchè della sua memoria. Perché l’uomo si indebolisce, si distrae, si deteriora, mentre la sua memoria si mantiene salda, capillare, incorruttibile; e mentre l’uomo sbaglia, si ammala, perde i denti, innalza mura, si nasconde, o divora i suoi simili, lei rimane all’erta, ad assorbire tutto, conservare tutto: a scavare, scavare, scavare...

Ricardo Menendéz Salmón
da L'offesa


Giunta a quel punto dove la memoria
per troppa luce quasi si scolora,
raccoglievo in preghiera le tue forme.
Il peso immenso del tuo corpo assente
la notte mi copriva di sudore
e prolungavo ferma il mio risveglio
per accaldarmi dentro il tuo mantello.
Poi m'abbigliavo tutta in quella stoffa
che si mischiava stretta al mio respiro
e attraversavo le conversazioni
attenta a non sgualcire il mio vestito.
Qualche volta però per distrazione
cedendo alle domande dei miei ospiti
mi sì impigliava un lembo nella noia
e scivolava via con qualche strappo.
Per restaurare la trama in perfezione
poco sicura delle mie sole mani
ricorrevo al valore del telefono.

Patrizia Cavalli
da Poesie (1974-1992)

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The Way We Were

18 marzo 2008

654.

Che cosa sono l'arte e la poesia se non una discesa nella coscienza di sé, nonché nell'inconscio, che fa arrivare fino alle sorgenti dell'essere, dove il rapporto con il mondo si esprime in forme assai differenti da quelle che la nostra modernità sperimenta, e che non per questo sono meno vere...
Il presente è a un tempo scoperta e oblìo, conquista e insieme perdita. Noi abbiamo esplorato la libertà dei comportamenti, dall'Illuminismo in poi, ma forse elidendo gran parte di quella sensualità che palpita - per evocare un esempio - nella scultura greca...
Ora questo nostro ignorare certe modalità essenziali in rapporto al mondo sensibile, ci priva della percezione di alcune fondamentali contraddizioni inerenti alla condizione umana, che costituiscono il suo fondo meno tragico ma anche la sua nobiltà.

Yves Bonnefoy
da Goya. Le pitture nere

Desiderio divenne Amore
lungo le sue strade notturne
nella mestizia dei secoli; e per la bellezza
compresa, per il limite accolto, per la memoria
amore, il tempo reca... il segno.

E in noi e di noi, che ancora siamo
oscuri tanto l'uno all'altra, e questo,
ma fatale, è il peccato, essendo il dire
sempre incompiuto non meno dell'essere...

Così abbiamo dormito non so quante
estati nella luce; e non so ancora
in quali spazi i nostri occhi si apriranno.
Io ascolto, niente più vibra, niente ha più fine...

Yves Bonnefoy
da Nell'insidia della soglia

17 marzo 2008

653.

Ho terminato appena adesso di leggere Dove credi di andare?, opera prima di Francesco Pecoraro consigliatami dalle validissime "note eteree" di Rossana Maspero.
E' inutile girarci intorno ci sono libri che su di me combinano due effetti "distinti e distanti" tra loro. Primo: quando li comincio non li mollo più, pena l'astinenza; secondo: quando li finisco resto comunque esausta.
E' capitato ora, capiterà ancora.
Per fortuna.
Di questo posso dire un gran bene, perché descrive un'umanità "corrosa" dal tarlo dell'inutile; un'umanità che mi è capitato di frequentare e vivere per un po' e dalla quale sono volentieri fuggita. Ma il gusto (insano?) per l'entomologia umana (parlare di antropologia in certi casi è pura supponenza) mi induce - ogni tantissimo - a ripercorrere strade che fanno male e che, nel farlo, fanno sentire ancora il morso del rimorso. Che magari non ho provato, ma che - almeno in potenza - aleggia accidioso sui nuovi piani del mio esistere.
Voglio non convincermene, ma temo la persistenza dei segni.
Un libro e/è un segno.
Questo va ben oltre la semeiotica del mio mero presente.
Ci penserò su, senza gridare.

- >>>qui, l'intervista (audio) a Francesco Pecoraro (tratta dalla trasmissione radiofonica Fahrenheit)

652.



L'ultima scelta di un uomo, quando è portato a scavare nei propri abissi, è creare o distruggere, amare o odiare.

16 marzo 2008

651.

Mi chiedo se sia mai possibile trasformare ciò che ci circonda senza provare, almeno un poco, a comprenderlo. Perché questo, mi pare, è ciò che sta accadendo su quasi tutte le ellissi e le coordinate che sezionano il nostro pianeta. Non parlo ovviamente dell'idea di perenne intervento acritico (tanto attuale), e nemmeno di un'ermeneutica del tutto inefficace a rapportarsi col quotidiano vissuto del mondo. Nulla di tutto questo: se cambiare bisogna, si dovrebbe affrontare la possibilità di un'esegesi dinamica, pronta ad adattarsi a realtà diverse, lontana dall'idea di imporre idee fuori contesto o, peggio ancora, di amalgamare idee tanto diverse in un tutt'uno indistinto e caotico.
Non vorrei scomodare Diogene detto "il cane", che decise - molto efficacemente - di confutare le idee sulla negazione del movimento di Zenone mettendosi semplicemente a camminare davanti a un suo seguace, ma quando tutto stagna, aprire le finestre e far entrare un po' di aria nuova non sarebbe mica una cattiva idea...
Aristotele, nell'Etica nicomachea, ci rassicura che le cose non devono necessariamente sempre essere quello che sembrano, nel senso che - a volte - basta un bambino ad indicare col ditino che certi re sono nudi, e che dietro certi paramenti "ideali" si nasconde un nulla che somiglia a un vero e proprio baratro di inconsistenza.
Mettere il nuovo sulle gambe scricchiolanti di qualche vecchio (e non parlo "solo" di età anagrafica), armandosi poi dell'autoconvinzione necessaria a pensare che queste siano le "magnifiche sorti e progressive" per mutare in meglio le sorti di uno Stato - o del mondo intero -, mi pare degno più di quanto ci narra Hans Christian Andersen ne I vestiti nuovi dell'imperatore che non del sentenziare inconcludente e ampolloso di qualche presunto "statista".

650.

Solo chi è disposto a tutto, chi non esclude nulla, neanche la cosa più enigmatica, vivrà la relazione con un altro come qualcosa di vivente e ne attingerà fino in fondo la sua vera essenza.

[Rainer Maria Rilke - Diario di Parigi]

Va', la tua ora
non conosce sorelle, tu sei.
Sei a casa. Una ruota, lenta
sfila da sé i suoi raggi che rampicano,
rampicano su un campo nero, la notte
non richiede stelle, e non c'è più un posto
ove si chieda di te.

[Paul Celan - Sotto il tiro dei presagi]

649.

Senza una data da ricordare
né un luogo ben preciso da indicare
ecco che arriva la dimenticanza.

Silenziosa
come un morto che galleggia sul fiume,
lontana, ineluttabile
come può essere solo il destino:

come un'ampia zona buia,
o una scultura perfetta,
come una faccia senza lineamenti,
senza sguardo. E' così che arriva.

Si crea una sera, all'improvviso,
lasciandoci stupefatti,
senza un'esclamazione, senza un grido.
Ci rendiamo conto semplicemente che è nata.

E ora mi chiedo:
in quale istante, fra i molti istanti,
in quale giorno, fra i molti giorni
tu mi hai dimenticato?

Eduardo Mitre
da Camino de cualquier parte

15 marzo 2008

648.

Quella sera ti sporgevi dalla finestra aperta, le piccole onde del lago sembravano giocare a infrangersi contro di te e percepivi il flusso del tuo sangue in sintonia con loro, percepivi una leggera malinconia ma una totale sicurezza. D'improvviso, distogliesti per un momento lo sguardo e abbassasti gli occhi, in parte costretta, perché il mondo era di colpo mutato: anziché i flutti giocosi e familiari, iniziò a gonfiarsi la marea minacciosa della notte e a sollevarsi verso te con l'orrore delle sue mille disperazioni. E tu, che pure eri ancora signora e padrona di quella marea, ti sentisti perduta. Poi, però, fissasti nuovamente la notte come prima osservavi il lago, la attirasti a te con lo sguardo e il sangue, dall'infinità delle sue direzioni ne strappasti una, la tua, e la gettasti come un ponte dal tuo nucleo al cuore della notte. Poi l'orrore si dileguò, l'essenza si rilevò al tuo sguardo e la tristezza che portava in grembo non ti sembrò più terribile di quella negli occhi del tuo cane, perché ormai le eri diventata sorella.
Le direzioni infinite, le tensioni infinite e gli infiniti sentimenti ci seducono, ci scuotono e ci privano dei nostri diritti. E' a questo punto che pongo la mia direzione originaria fra le direzioni infinite che le si stratificano attorno, così come i misteri della notte si stratificano sulla linea del tuo sguardo, così come le masse rocciose si stratificano attorno all'asse verticale del mio corpo e ai miei passi che si inerpicano sulla montagna. Le fluttuazioni dell'infinito, le onde che si producono tra gli innumerevoli poli dell'essente, confondono il mio cammino; il loro numero è infinito, ma il mio cammino è uno, come la mia direzione. E tuttavia la loro totalità è solo l'asse orizzontale che taglia quello verticale e che ingenera una confusione che sollevo dalla mia vita...
Adesso io porto ciò che una volta mi portava: porto la mia vita.

Martin Buber
Daniel
Cinque dialoghi estatici


14 marzo 2008

647.


Sono già disponibili in Rete le prime tre conferenze tenute da Eco, Enzensberger e Sen al II Festival della Matematica, diretto da Piergiorgio Odifreddi, che si sta svolgendo proprio in questi giorni all'Auditorium Parco della Musica di Roma.

Incredibile la lectio magistralis di Umberto Eco; appassionante quella di Hans Magnus Enzensberger; attualissima quella di Amartya Sen.

>>>qui è possibile scaricare tutte le conferenze;
>>>qui ci si può abbonare al feed del podcast per tutti gli eventi del Festival (e anche ad altro);
>>>qui il calendario del Festival.

646.

Il mondo che conosciamo non è rappresentanto in verità dalle cose, bensì dalle nostre prospettive proiettate sulle cose... e dunque il bosco è per il contadino solo un aggregato di alberi, per il cacciatore una riserva dove cacciare, per il braccato un rifugio, per il viaggiatore un posto dove ristorarsi, per il bambino qualcosa di infinito e arcano nel quale potrebbe perdersi e non trovarsi più...

Franz Petermann
(con Reinhold S. Jäger)
Psychologische Diagnostik

13 marzo 2008

645.

Parti: come se nessuno dovesse più ricordarti,
làsciati dietro solo un'immagine d'ombra.
Lascia dove sono le parole dette
e scritte, così inutili nel congedo. Però
non dimenticare di prendere con te la luce della sera
così cara ai tuoi occhi. Qualcuno si ricorderà di te.
Lo farà voltandosi, come se ti aspettasse,
con un lieve sorriso, prima che il tempo
annulli quell'abitudine e la risolva nel silenzio,
fino a sacrificare per sempre nell'oblìo
anche quell'ultimo desiderio di memoria.

Nuno Júdice
da Meditação sobre ruínas

11 marzo 2008

644.

Non ci sono risposte, soltanto scelte.

da Solaris
di Andrej Tarkovskij