akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

22 febbraio 2008

643.


...Sarà così. E un dio ne porterà i segni (perché gli amanti hanno i loro dèi).
Venere è implacabile con chi, con perfidia, la inganni;
ma tu rifiuta le attenzioni delle maliarde
perché un amore perisce sempre se si piega ai favori.
Un amante povero sarà sempre pronto
alle tue invocazioni, e accorrerà per primo
al tuo richiamo, e sarà sempre ben saldo e fedele al tuo fianco;
un amante povero ti sarà fedele compagno nell'angusto
pigiarsi della folla, ti darà il braccio e ti aprirà la strada,
ti condurrà furtivamente presso i tuoi amici segreti,
e ti toglierà egli stesso i calzari mostrando i tuoi piedi candidi.
Invano però io canto, la porta non vuole aprirsi, è vinta dalle parole,
per farlo dovrò bussare con le mani piene di offerte.
Ma tu che ora sei il preferito, abbi paura degli inganni che mi tendi,
perché la Sorte muta velocemente, come se girasse su una ruota.
Non invano un altro indugia a lungo sulla porta,
lancia uno sguardo veloce e poi si allontana;
finge di superare la casa, ma poi torna indietro.
E' sempre solo e tossisce proprio davanti ai battenti.
Io non so dirti cosa ti prepari l'Amore furtivo.
Tu comunque approfittane, finché lo puoi:
perché la barca della vita naviga in acque assai mutevoli.

Albio Tibullo
Elegie
I, 5, 57-76

643.1

21 febbraio 2008

642.


Ubi aequitas evidens poscit subveniendum est
[Ci si deve appellare all'equità quando l'evidenza lo richieda]

Così è scritto nel Digesto Giustinianeo (4.1.7 pr.)

*

E' evidente che >>>in questo caso tale esigenza non ricorreva...

20 febbraio 2008

641.


L'occasione che era più ardentemente desiderabile, signori giudici, l'unica che più di ogni altra era adatta a placare l'ostilità verso la classe senatoria e il discredito verso la giustizia, ora vi è offerta, oltretutto in un momento particolarmente critico per lo Stato... Già da un pezzo infatti ha messo radici un'opinione esiziale per la repubblica e pericolosa per voi [opinio perniciosa rei publicae vobisque periculosa], un'opinione che si è straordinariamente diffusa per il gran parlare che ne fanno tutti non solo da noi ma pure tra i popoli stranieri: che cioè da tribunali come quelli attuali nessun uomo ricco, per quanto colpevole, potrebbe mai uscire condannato [his iudiciis quae nunc sunt pecuniosum hominem, quamvis sit nocens, neminem posse damnari].
E adesso, proprio in questo momento così critico per il ceto dirigente dello Stato e per la giustizia che è nelle vostre mani, quando c'è gente pronta a tentare di attizzare con pubblici comizi e proposte di legge l'odio che si nutre contro il Senato, ecco portato in tribunale come imputato G. Verre, un uomo già condannato dalla pubblica opinione per la sua vita e per le sue azioni, ma già assolto, stando alle sue speranze e alle sue affermazioni, per le immense ricchezze che possiede [pecuniae magnitudine sua spe et praedicatione absolutus].
Quanto a me, signori giudici, ho assunto in questa causa la funzione di accusatore, con il più pieno assenso e la più viva attesa che in voi nutre il popolo romano, non già per accrescere l'avversione verso la vostra classe, ma per porre riparo alla vergogna comune [sed ut infamiae communi succurrerem]. Ho trascinato infatti davanti a voi un uomo che vi offrirà il mezzo di far riguadagnare al potere giudiziario la stima perduta, di riconquistare la simpatia del popolo romano e di farci riguadagnare la considerazione dei popoli stranieri.

Marco Tullio Cicerone
In C. Verrem actio prima
I, 1-2

641.1

Quando visitavo le antiche città, abbattute, senza alcun valore presente per la razza umana, mi ripromettevo di evitare alla mia Roma quel destino pietrificato di una Tebe, di una Babilonia o di una Tiro. Roma doveva sfuggire al suo corpo di pietra. E sfuggirà a quel corpo. Si comporrà, nella parola Stato, nella parola cittadinanza, nella parola Repubblica, un'immortalità più certa. Nei paesi ancora incivili, sulle rive del Reno, del Danubio o sul mare dei Batavi, ogni villaggio è difeso da una palizzata. A me quei villaggi ricordano la capanna di frasche, di foglie e rami, o il falò presso il quale i nostri gemelli romani dormivano ingozzati di latte di lupa. Le metropoli future riprodurranno Roma; ai corpi fisici delle nazioni e delle razze, agli accidenti della geografia e della storia, alle esigenze degli dèi e degli antenati, noi abbiamo sempre sovrapposto, ma senza mai niente distruggere, l'unità di una condotta umana, l'empirismo di una presenza saggia. Roma si perpetuerà anche nella più piccola città purché ci siano dei magistrati che si sforzino di verificare i pesi dei mercanti, di far pulire e illuminare le strade, di opporsi al disordine, all'incuria, alla paura, all'ingiustizia. Magistrati che si sforzino di interpretare con ragione le leggi.
Se questo accadrà, Roma non morirà che con l'ultima città degli uomini.

Marguerite Yourcenar
Mémoires d'Hadrien

641.2

Non farti fuorviare, in ogni aspetto della tua attività devi agire con giustizia e in ogni tuo giudizio mantenere misericordia.

Marco Aurelio Antonino
eís ėautón

19 febbraio 2008

640.


Il sempre attento (e sagace) Kerub mi fa opportunamente notare, in un commento al post precedente, che:

"...oggidì. gli dei, prima vedono chi vince e poi decidono con chi schierarsi.".

Dopo aver garbatamente fatto presente all'interlocutore (nei commenti) che deve aver confuso i figli con i padri, sono riandata con la mente a Terenzio, laddove nell'Adelphoe conia la famosa locuzione, usata ancor oggi:

Domi habuit, unde disceret*

dove mi pare spiegato assai bene il contenuto della mia replica.
Nel ripercorrere i versi magistrali di Terenzio, mi sono poi resa conto che il dialogo tra Siro e Demea nella commedia terenziana, potrebbe applicarsi ancor oggi ai genitori del fortunato "rampollo" che - con la benevola contrarietà dei suoi - decida comunque di "scendere in campo" (come si usa dire modernamente). Ne riporto la parte fondamentale:

Siro: ...Non butti via solo il denaro, ma la tua vita stessa.
Demea: Lo protegga il cielo, questa è la mia speranza: assomiglia tutto ai suoi avi.
Siro: Si, proprio!.
Demea: Lui è pieno di insegnamenti di tal genere.
Siro: Altro che! *Ha avuto in casa da chi imparare.
Demea: Ce la mettiamo tutta. Non trascuro niente, lo abituo: in una parola, io lo spingo a guardare nella vita di ognuno come in uno specchio, e a prendere per sé l'esempio degli altri...
Siro: Perdio, adesso non ho tempo di darti ascolto. Ho trovato dei pesci come piacciono a me, e devo stare attento che non me li sciupino. Anch'io faccio lezione ai miei cuochi proprio nella stessa maniera: "Questo ha troppo sale, questo è bruciato, questo non è lavato abbastanza. Quello va bene: ricordalo un'altra volta"... Sono cose da poco quelle che facciamo noi, me ne accorgo. Ma cosa ci puoi fare? Così com'è la gente, bisogna accontentarsi...
[Adelphoe, 409-432]

18 febbraio 2008

639.


Attraverso l'evocatio il comandante in capo dell'esercito romano, in epoca repubblicana, invitava gli dèi protettori di una città avversaria ad abbandonare il luogo di origine e a trovare ospitalità a Roma, dove sarebbero stati più degnamente onorati con la costruzione di templi ben più adeguati al loro rango.
Noto, con con una punta di soddisfatta meraviglia, che l'antico rito è stato ripristinato, segno evidente che la tradizione vince ogni incerta innovazione e che, comunque, le "nuove" formazioni politiche hanno radici antiche...

638.


Il cuore allegro, adesso, odia il pensiero
del poi. Sciogli la sofferenza
in un sorriso quieto, perché mai ci è concessa
una beatitudine durevole.

Una morte repentina colpì il luminoso Achille
mentre una vecchiaia eterna sembrava consumare Titone.
Forse in un attimo
avrò quello che a te pare negato...

A me le Parche, che mai ingannano,
hanno dato un po' di campagna
e un sospiro dolce di poesia greca.
E un assoluto distacco dalla pazza folla.

Quinto Orazio Flacco
Odi, II, 16, 25-40

17 febbraio 2008

637.


Per Andrew Sean Greer la vita sembra non avere punti di appoggio od orizzonti a cui mirare. Procede in avanti senza apparenti obiettivi, con una sola certezza: la data di termine (che poi certa non è affatto, ma che aleggia sulla temporalità di ognuno con il suo fare ignoto eppure determinante).
Per Andrew Sean Greer l'amore non rispecchia i canoni con i quali, generalizzando, siamo soliti concepire il sentimento. O meglio, la luce è identica, ma sembra provenire da un altro pianeta, lontano anni luce da quelli da cui ci attenderemmo che quella luce arrivasse. Concepire l'amore in questo modo è vivere in una condizione di estraniamento continuo, in una continua paralisi del volere e del potere. E' come sentire un suono familiare, una voce che conforta, che non proviene però da qualcuno che si ama, bensì da un apparecchio di registrazione che, freddamente, ce la restituisce sempre uguale a se stessa, senza modulazioni spirituali, senza affetto...

[Questi gli appunti a caldo al termine della non semplice lettura de Le confessioni di Max Tivoli di Andrew Sean Greer, una lettura che andava comunque fatta (e che va senz'altro ripetuta), perché il libro è sincero e - a tratti - concede ben più di quanto richiede all'attenzione].

637.1

C’è da spiegare un cadavere. Una donna amata tre volte. Un amico tradito. E un bambino cercato a lungo. Così comincerò dalla fine, dicendovi che siamo tutti il grande amore di qualcuno...

Andrew Sean Greer

(op. cit.)

636.


Quando ci rivedremo
il tempo avrà nevicato
sul nostro capo, amore;
avremo quasi passato
il mare, e sarà il cuore
più sincero e pacato.
Ma non avremo più il remo:
io nell'onda infinita
del sogno, tu in quella della vita,
lo avremo infranto, amore...

Ceccardo Roccatagliata Ceccardi
da "Sonetti e poemi"
ed. Traversari, 1910

16 febbraio 2008

635.


Chi vive, vive la propria vita. Chi legge, vive anche le vite altrui. Ma poiché una vita esiste in relazione con le altre vite, chi non legge non entra in questa relazione, e dunque non vive nemmeno la propria vita, la perde. La scrittura registra il lavoro del mondo. Chi legge libri e articoli, eredita questo lavoro, ne viene trasformato, alla fine di ogni libro o di ogni giornale è diverso da com'era all'inizio. Se qualcuno non legge libri né giornali, ignora quel lavoro, è come se il mondo lavorasse per tutti ma non per lui, l'umanità corre ma lui è fermo. La lettura permette di conoscere le civiltà altrui. Ma poiché la propria civiltà si conosce solo in relazione con le altre civiltà, chi non legge non conosce nemmeno la civiltà in cui è nato: egli è estraneo al suo tempo e alla sua gente.

634.


Senso non ha per me la nostalgia,
quando e se non comprenda anche il futuro.


Riccardo Bacchelli
Nostalgia
da "Poemi lirici"
ed. Zanichelli, 1914

634.1

Sarà ...come ascoltare un labbro chiuso.


15 febbraio 2008

633.


Rileggendo il libro IV delle Metamorfosi di Ovidio, mi sono improvvisamente resa conto di una potente metafora che aleggia sulle arti. Cercherò di spiegarla a me stessa meglio che posso.
Dunque, dopo aver sconfitto la gorgone Medusa, Perseo le recide la testa con la quale - semplicemente mostrandogliela - l'eroe trasforma il gigante Atlante nel monte che tutt'oggi porta il suo nome. Ma la storia - anzi il mito - continua; infatti da qualche goccia di sangue, caduta dalla testa mozzata del mostro, nasce Pegaso, il cavallo alato. Sarà il prodigioso animale, con un poderoso colpo dei suoi zoccoli, a generare la mitica fonte delle Muse (che non a caso, come ricorda Esiodo nella Teogonia, si chiamava anche Hippukrene).
Non so se mi spiego: la fonte che ispira e nutre la poesia epica, la storia, il teatro, la musica, la danza, la poesia d'amore, la lirica corale, la tragedia, la commedia, l'astronomia (perché queste erano le "arti" che le Muse incarnavano per i greci), insomma la fonte che alimenta tutto ciò che ancora oggi consideriamo arte (e forse anche "scienza"), sarebbe nata, o almeno consequenzialmente generata, da uno dei mostri più orribili concepiti dalla mitologia greca: la Medusa, appunto.
Non so a chi mi legge, ma a me l'interpretazione di questo mitologema è parsa subito potentissima.
E anche terribilmente attuale.

14 febbraio 2008

632.


Ora soltanto
rinuncerò a pensarti
soltanto questo
se potessi vederti
dirti vorrei soltanto.

Fujiwara Teika
Tanka
in "Poesia"
nr. 191, Febbraio 2005

trad. dal giapponese di Nicoletta Spadavecchia

631.


Nel silenzio, l'ansia spingerebbe la gente a riflettere, e non si può prevedere che cosa avverrebbe alla coscienza. La maggior parte delle persone ha paura del silenzio, per cui quando viene meno il rumore continuo, per esempio di una conversazione, bisogna sempre fare, dire, fischiare, cantare, tossire o mormorare qualcosa. Il bisogno di rumore è quasi insaziabile, anche se a tratti il chiasso ci sembra intollerabile. E' però sempre meglio che niente. In quello che viene significativamente chiamato "silenzio di tomba" ci sentiamo a disagio. Perché? Forse ci sono i fantasmi? Non credo.
Ciò che davvero temiamo è quello che potrebbe provenire dalla nostra interiorità, e cioè tutto quello da cui cerchiamo di tenerci lontani con il rumore.

Carl Gustav Jung
Lettera al prof. Karl Oftinger
Zurigo, settembre 1957

da Lettere

13 febbraio 2008

630.


Il libro prima di tutto è un fatto visivo, una questione di occhio.
Deve piacere all'occhio.
Deve esserci un equilibrio ideale e concreto fra bianco e nero, fra spazi bianchi e neri blocchi di scrittura.
Fra pagine e righe.

Giuseppe D'Agata
I passi sulla testa

629.


La bandiera è una "sopravvivenza". Uso questo termine nell'accezione etnografica e folcloristica: "sopravvivenza" di livelli culturali anacronistici o preistorici, sotto forma oggettiva (nelle aree depresse o retrograde), sotto forma di strato (nei "centri" culturali) e sotto forma di categoria psicologica (l'irrazionale, o, come direbbe Croce, il momento della fantasia). La bandiera è, dunque, una nozione primitiva, barbarica e irrazionale: tipico strumento di oppressione e di reazione. Non c'è bandiera, infatti, che non sia "bagnata di sangue" (dei vinti o dei vincitori).
La vera democrazia - io credo e spero - non conoscerà bandiere: solo, forse, qualche semplice simbolo di pace.

Pier Paolo Pasolini
voce "La bandiera"
in Almanacco letterario Bompiani
(di AA.VV. a cura di Cesare Zavattini)
ed. Bompiani, 1959

629.1

Avevo appena ventun anni,
e Henry Pipps sovrintendente della Scuola
fece un discorso al Teatro Bindle.
"L'onore - ci disse - della bandiera va difeso,
sia che venga assalita dal barbari Tagalog
o dalla potenza più forte d'Europa".
E noialtri applaudimmo, applaudimmo il discorso e la bandiera
che lui sventolava parlando.
Così andai alla guerra nonostante mio padre,
e seguii la bandiera finché la vidi levarsi
nel nostro campo tra risaie vicino a Manila.
Tutti noi acclamammo, acclamammo,
ma là c'erano mosche e bestie velenose;
c'era l'acqua mortifera,
e il caldo crudele
e il cibo nauseante e putrido
e il fetore della latrina proprio dietro le tende,
dove ci si andava a vuotare;
le puttane impestate che ci venivano dietro;
e atti bestiali tra noialtri e da noi soli,
e tra noi prepotenza, odio, abbrutimento,
e giornate di disgusto e notti di terrore
fino all'assalto traverso la palude fumante,
seguendo la bandiera,
quando caddi gridando con gli intestini trapassati.
Ora c'è una bandiera su di me a Spoon River.
Una bandiera! Una bandiera!

Edgar Lee Masters
da Antologia di Spoon River (Harry Wilmans)

12 febbraio 2008

628.


Quando è stato il momento felice?

Adesso che non siamo più
nella casa
e nella mezza vasca
della nostra giovinezza,
so che è stato quando l'angelo si è avvicinato.

Era alle spalle, e mi ha liberato

con il suo sguardo basso e subito totale,

con le ciglia e le unghie.


L'angelo della lezione

e della devozione

ardente e calma, l'angelo

geloso, l'angelo esclusivo

l'angelo specchio,

l'angelo amore

che mi ammonisce e sprona,

custode tenace, paziente e generoso

della mia fortuna.


Maurizio Cucchi
L'angelo della fortuna
in "Il rosso e l'azzurro"
ed. Quaderni di Orfeo, Milano, 2007

628.1

La poesia è fare o dire?
C'è in essa almeno una parvenza di azione o ciò che nutre il suo canto è solo e sempre parola? Forse c'è una poesia che mira al "fatto" (al compiuto, al dedicato, al còlto) e ce n'è un'altra che sostiene il metro spirituale (l'assenza, l'attimo, la fuga). Raramente queste due istanze si identificano in un'unica forma lirica, così com'è raro che un poeta modifichi sostanzialmente (e in "corso d'opera") il suo sguardo sul confine ultimo del mondo.
A volte succede, e siamo dalle parti del capolavoro.
Spesso invece non accade, ma io mi accontento lo stesso. Perché è pur sempre meglio quel poco che resta di un verso, del molto che manca all'esistenza per essere chiamata "vita".

11 febbraio 2008

627.


Dov'è l'uomo che possiede un'evidenza incontestabile della verità di tutto ciò che sostiene, o della falsità di tutto ciò che condanna, e può dire di aver esaminato fino in fondo tutte le opinioni sue e quelle degli altri uomini? La necessità di credere senza sapere, spesso in base a ragioni molto labili, in questo stato fluttuante di azione e cecità in cui ci troviamo, dovrebbe renderci più occupati e attenti a informarci attentamente che a costringere gli altri a credere in qualcosa.

John Locke
Lettera sull'intolleranza

627.1


John Locke sostenne che coi "papisti", cioè con i cattolici, non ci si poteva permettere di essere tolleranti. Forse perché pensava che a loro - che ancora oggi considerano "liberalismo", "empirismo", "relativismo" delle parolacce - non piaceva neppure l'idea dell'esistenza di opinioni che non potessero condividere.

Armando Massarenti
dalla prefazione a
John Locke, Vita e pensiero
ed. Il Sole 24 ore, 2007

626.


Grande il rumore, sale un'onda, ricade, agita l'auto. Maria si regge al volante, mette la marcia per andare, si allarma. Con i fari illumina il mare che ribolle, nero enorme, e in fondo una nave, luci gialle un punto verde...

Marco Vespa
Nata in riva al mare

626.1


Ogni opera letteraria crea un universo, che possiamo immaginare a nostro piacimento piccolo o grande. Ogni romanzo non è altro che una favola per ragazzi o per adulti. Questo "universo", o "favola" che sia, può illudersi di farci intuire una verità, ma in realtà con la verità in senso stretto ha ben poco a che fare; questo a prescindere ovviamente da quei piccoli o grandi drammi esistenziali in cui potremmo specchiarci e persino riconoscerci.
Eppure, senza questo universo una parte di me sarebbe monca, privata del gusto di immaginare, di credere, di sognare.
Perderei la mia parte migliore senza questa favola.
Resterei sola senza questo universo.

10 febbraio 2008

625.


Potessi, caro Giulio, godere
con te giorni tranquilli, a mio piacere

disporre del mio tempo,

dividere con te la vita vera,

noi non conosceremmo certamente

le case dei potenti, le anticamere,

le liti tormentose, il tetro foro,

i superbi ritratti di famiglia,

bensì le librerie, le passeggiate,

le chiacchiere, il Campo Marzio,
con l'ombra,
i portici, le terme e l'Acqua Vergine:
ecco le nostre occupazioni, i nostri

luoghi cari. Nessuno di noi due

però vive per sé; e così sentiamo svanire

per sempre i nostri giorni, persi

e per di più messi sul nostro conto.

Perché perdere tempo quando potremmo vivere?

Marco Valerio Marziale

Epigrammi
, Lib. V, 20

625.1


Se una pagina è interamente occupata da un solo epigramma, tu la salti: ti piacciono i carmi più brevi, non i più belli. Ti è posto innanzi un ricco pranzo con cibi provenienti da tutti i mercati, ma tu ami solo i manicaretti. Io non ho bisogno di lettori troppo golosi: voglio lettori che non si sentono sazi se non mangiano bene...

Marco Valerio Marziale

624.


Esistiamo veramente, noi? Esistiamo veramente come agenti liberi e responsabili, capaci di agire in base a ragioni non dipendenti da desideri, come gli impegni presi, e anche di agire contro il nostro interesse, come i folli? La nostra identità personale e morale, quella per cui l'amico ama l'amico e soffre profondamente quando si scopre "tradito": questo che crediamo essere la persona di ognuno, esiste? Oppure ogni persona non è che un insieme di maschere o ruoli, tenuti insieme dagli istinti più o meno rapaci di una bestia socialmente addestrata?

Roberta De Monticelli
Esercizi di pensiero per apprendisti filosofi

09 febbraio 2008

623.


In fondo se non fossimo pessimisti cosa mai potremmo essere?
Solo cristiani, oppure anarchici, forse.

Joris-Karl Huysmans
frase tratta da: Huysmans, à côté et au-delà.
Actes du colloque de Cerisy-La-Salle

a cura di J.-P. Bertrand, S. Duran, F. Grauby


623.1


Ma mettiamo da parte il pessimismo, per piacere... provate ad andare in qualche grande magazzino del Tempo e vedrete che vi mostreranno il "prodotto" pessimismo nelle confezioni più varie...

Joris-Karl Huysmans
intervista a se stesso, pubblicata nel 1885
in Les Hommes d'Aujord'hui
e riportata da Patrice Locmant
in J.-K. Huysmans, le forçat de la vie

622.


La poesia guarda soltanto
a ciò che scompare dietro l'orizzonte
qualcosa come vero amore
e vero morire

che poi sono le due ali della vita agitate
dalla disperazione estrema

di una assoluta

immutabilità.


Günther Kunert
da Unterwegs nach Utopia
(In viaggio verso Utopia)
Carl Hansen Verlag, München, 1977

08 febbraio 2008

621.1 Il ruolo essenziale delle istituzioni umane non è quello di vincolare le persone quanto piuttosto la creazione di ogni genere di nuove relazioni di potere. Le istituzioni umane sono innanzitutto abilitanti perché creano potere, ma si tratta di un tipo di potere molto speciale. E' il potere cui ci si riferisce in genere con nomi come diritti, doveri, obblighi, autorizzazioni, permessi, nomine, requisiti e certificazioni. Chiamo questi poteri deontici. Ciò che distingue le società umane dalle società animali, per quanto posso dire, è che gli esseri umani sono capaci di una deontologia della quale nessun altro animale è capace. Non tutto il potere deontico è istituzionale, ma pressoché ogni struttura istituzionale è una questione di potere deontico. Si pensi a qualunque cosa vi sta a cuore, proprietà privata, governo relazioni contrattuali, ma anche relazioni informali come l'amicizia, la famiglia e i club. Ognuna di esse comporta diritti, doveri, obblighi, ecc. Si tratta di strutture di relazioni di potere. I fatti istituzionali si evolvono spesso a partire da fatti naturali. Così, ad esempio, esiste una famiglia biologica formata da genitori e dalla loro discendenza biologica. Ma gli esseri umani hanno imposto una biologia sottostante una struttura istituzionale, formale e informale, piuttosto elaborata, implicante i rispettivi status di padre, madre e figli [...]. Inoltre, date le strutture istituzionali, possono darsi famiglie con genitori e figli senza che tra essi sussista alcun legame biologico.
Le forme di funzioni di status in questione sono quasi invariabilmente una questione di poteri deontici. Sono questioni di diritti, doveri, obblighi, responsabilità, ecc. Ora, gli animali prelinguistici non possono riconoscere i poteri deontici perché essi non possono essere rappresentati senza un qualche mezzo linguistico di rappresentazione [...].
Le società umane richiedono una deontologia e il solo modo per poterla avere è possedere il linguaggio. Niente linguaggio, niente deontologia.
[John Searle - The Construction of social reality]

621.2 ...Potremo avere domani una vita più semplice? / Ha un fine il nostro subire il presente? // Ma che si viva o si muoia è indifferente, se private persone senza storia / siamo, lettori di giornale, spettatori / televisivi, utenti di servizi: / dovremmo essere in molti, sbagliare in molti, / in compagnia di molti sommare i nostri vizi, / non questa grigia innocenza che inermi ci tiene // qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene. / E' nostalgia di futuro che mi estenua, / ma poi d'un sorriso si appaga o di un come-se-fosse! / Da quanti anni non vedo un fiume in piena? / da quanto in questa viltà ci assicura / la nostra disciplina senza percosse? / Da quanto ha nome bontà la paura? // Una sera come tante ed è la mia vecchia impostura / che dice: domani, domani... pur sapendo / che il nostro domani era già ieri da sempre. / La verità chiedeva assai più semplici tempre. / Ride il tranquillo despota che lo sa: / mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo. / C'è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.
[Giovanni Giudici - Una sera come tante, da "La vita in versi", ed. Mondadori, 1965, ora in I versi della vita]
620.1 La cattedra non è per i profeti e i demagoghi. Al profeta e al demagogo è stato detto: "Esci per la strada e parla pubblicamente". Parla cioè dove sarà possibile criticarti.
[Max Weber - La scienza come professione]

620.2 Nel campo scientifico ha una sua "personalità" solo chi serve puramente e semplicemente l'oggetto della propria ricerca.
[Max Weber - op. cit. ]

620.3 Paolo Flores d'Arcais - Undici tesi contro Habermas [da Filosofia.it, il file è in formato .pdf]
Summary:
Le tentazioni della fede e la necessità democratica di un illuminismo radicale, egualitario e libertario (preferibilmente ateo e materialista – forse).

620.4 In questo mondo colpevole, che solo compra e disprezza, / il più colpevole sono io, inaridito dall'amarezza.
[Pier Paolo Pasolini - A me, da La religione del mio tempo]

07 febbraio 2008

619.1 Ricerca non vuol dire possesso della verità o dipendenza della verità da una tradizione o da una rivelazione, ma vuol dire che l'uomo si rende conto che la verità non è mai conclusa e che deve essere oggetto di continua investigazione. L'atteggiamento mentale del ricercatore è dunque caratterizzato dal fatto che egli non si considera in possesso della saggezza, della sophìa, ma si sente sempre in cammino verso una mèta che, nella sua perfetta totalità, è irraggiungibile. Non dunque sophìa, ma aspirazione alla sophìa o amore per la sophìa e quindi, secondo l'etimologia del termine: filosofia [...].
Il punto di vista che nel ricercatore si determina come amore per la saggezza è fondamentalmente critico. Il ricercatore non si lascia convincere da ciò che è apparente. Di fronte alla realtà egli cerca di non lasciarsi influenzare dalle consuetudini e dai pregiudizi. Per il ricercatore non è mai vero ciò che viene considerato tale semplicemente perché è sempre stato considerato così. La verità non è mai vera perché è stata sempre ripetuta, o perché è legata ad una venerabile tradizione, ma perché il ricercatore, con la sua ragione, è in grado di considerarla e dimostrarla come vera.
Fin dai primordi della filosofia, e quindi della scienza, ciò che viene ritenuto razionale è strettamente legato all'atteggiamento critico. La ragione non sarebbe possibile - mai - senza la libertà del ricercatore, soprattutto dalle credenze del passato.
[Enzo Paci - "Storia del pensiero presocratico", ed. Radio Italiana, 1957]

619.2 ...un'ipotesi di caos, avrà la forza di rappresentare / l'identico spirito, un cuore disposto all'onestà / ma anche all'inganno, addirittura all'ignavia, là / dove una cosa diventa uguale all'altra, / al crepuscolo, mentre il fuoco illumina la stanza / e le foglie vorticano al vento di brevi versi aridi...
[Vasco Graça Moura, da Uma carta no inverno (Una lettera d'inverno)]
618.1 Forse l'arte di vivere è racchiusa, al pari di un segreto, entro grandi linee di cui è impossibile decifrare il senso, perché all'interno di queste linee agiscono una serie di forze irregolari, di mutamenti, di contraddizioni, che solo la statistica riuscirebbe a ricondurre a leggi di comportamento, in quanto ciò che spesso vi accade, cioè l'imprevisto, sembra verificarsi sotto l'egida dell'assurdo. [Carlo Castellaneta - Progetti di allegria, ed. Rizzoli, 1978]

618.2 Gli stoici sostenevano [...] che tutto quanto avviene ed avverrà nel futuro, tutto fu stabilito fatalmente fin dall'eternità; ma in tal caso non esiste la "fortuna" e non esiste nemmeno la divinazione come previsione di cose dipendenti dalla fortuna; in conclusione, se di nessuna delle cose che avvengono per caso si può prevedere che avverrà, appunto in quanto avverrebbero per caso, la divinazione non esiste in quanto non esisterebbe previsione; se invece si possono prevedere proprio perché sono determinate e volute dal destino, egualmente non esiste divinazione in quanto non esiste fortuna e caso. [Marco Tullio Cicerone - De divinatione, II, 7, 18-19]

618.3 ...C'è come un dolore nella stanza, / ed è superato in parte: ma vince il peso / degli oggetti, il loro significare / peso e perdita. // C'è come un rosso nell'albero, ma è / l'arancione della base della lampada /comprata in luoghi che non voglio ricordare / perché anch'essi pesano. // Come nulla posso sapere della tua fame / precise nel volere / sono le stilizzate fontane / può ben situarsi un rovescio d'un destino /di uomini separati per obliquo rumore. [Amelia Rosselli - da "Documento", ed. Garzanti 1976, ora in Le poesie]

618.4 Avevo un maledetto bisogno di sostare nei sotterranei della mia anima. Di sostarvi a lungo... [Laura Minestroni - Non è come credi]

618.5 E' la funzione a cui è riservata - e lo spazio che le è dato - a definire la reale struttura di un'opera d'arte. Essa è come una pianta rampicante, che si adatta ad ogni asperità del muro dove cresce: si appiattisce se il muro è liscio, si incurva e si tormenta se il muro è vecchio e rotto.
[Ralph Waldo Emerson - Essays and Lectures]

06 febbraio 2008

617.1 Quando arrivai a Filadelfia, il generale Washington era assente, e fu necessario aspettarlo per una settimana, fino a quando non lo vidi passare dentro una vettura, con quattro focosi cavalli al galoppo.
Washington, secondo il mio modo di pensare, doveva essere una specie di Cincinnato: ma un Cincinnato in carrozza non s'accordava molto con la mia Repubblica dell'anno 296 ab urbe condita. Il dittatore Washington poteva essere diverso da un campagnolo che, con una mano pungola i suoi buoi e, con l'altra, tiene il manico dell'aratro?
Quando però gli portai la mia lettera di raccomandazione, ritrovai in lui la semplicità del romano antico. Una piccola casa, del tutto simile alle case vicine: questo era il palazzo del presidente degli Stati Uniti d'America; niente guardie armate e niente servi in livrea. Bussai, e una giovane cameriera venne ad aprirmi. Le domandai se il generale fosse in casa; ella mi rispose di sì. Aggiunsi che avevo una lettera da consegnargli. La cameriera chiese il mio nome così difficile da pronunciarsi in inglese, e che ella infatti non riuscì a ricordare. Mi disse allora dolcemente: "Walk in, Sir", e mi guidò per uno di quegli stretti corridoi che fanno da vestibolo nelle case inglesi, poi mi fece entrare in un salotto e mi pregò di attendere il generale.
Non ero commosso: la grandezza dell'anima o quella della fortuna non mi danno alcuna emozione; ammiro la prima, senza rimanerne schiacciato, e la seconda m'ispira piuttosto pietà che rispetto; non c'è viso d'uomo che riesca a turbarmi.
Dopo alcuni minuti, il generale entrò: alto di statura, calmo e freddo piuttosto che nobile, assai somigliante ai ritratti che conoscevo. Gli porsi la mia lettera in silenzio. Egli l'aprì, e corse con gli occhi alla firma che lesse a voce alta esclamando: "Il colonnello Armando!".
Non appena fummo seduti, io gli spiegai alla meno peggio il motivo del mio viaggio. Egli mi rispondeva con monosillabi inglesi e francesi, e mi ascoltava con una sorta di stupore; me ne accorsi, e gli dissi un po' vivacemente: "Ma è meno difficile scoprire il passaggio a nord-ovest che creare una nazione come voi avete fatto!"
"Well, well, young man!" disse a voce alta stringendomi la mano. Quindi mi invitò a pranzo [...].
Lasciai il mio ospite alle dieci di sera e da allora non l'ho più rivisto.
L'indomani ripartii per il mio viaggio.
[François-Auguste-René de Chateaubriand, da Memorie d'oltretomba]

617.1.1 Gli scrissi una lettera chiedendogli in nome del passato / di congedare il mio ragazzo malato dall'esercito; / ma forse non riusci a leggerla. / Allora andai in città e gli feci scrivere una lettera / da James Garber, che scrive tanto bene; / ma forse andò perduta nelle poste. / Così feci tutta la strada fino a Washington. / Impiegai più di un'ora a cercare la Casa Bianca. / E quando la trovai mi mandarono via, / nascondendo i sorrisi. Allora pensai: / "Oh, be', non è come quando lo tenevo a pensione / e lui e mio marito lavoravano insieme / e lo chiamavamo Abe¹, laggiù a Menard". / Alla fine mi rivolsi a un custode e gli dissi: / "Per favore dite al Presidente che c'è la vecchia Hannah Armstrong / dell'Illinois, che ha da parlargli del figlio che è malato / nell'esercito". / Be', in un momento mi fecero entrare! / E quando mi vide scoppiò a ridere, / e lasciò stare le sue faccende di Stato, / e scrisse di proprio pugno il congedo di Doug, / parlando intanto dei giorni passati, / e raccontando storielle.
[Edgar Lee Masters, dall'Antologia di Spoon River]

¹
Abe è ovviamente Abraham Lincoln

05 febbraio 2008

616.1 A costo di apparire ripetitiva non mi stancherò mai di rimarcare il peso che la filosofia greca ha avuto nello sviluppo di quella che oggi chiamiamo, a torto o a ragione, "cultura occidentale". E lo ha avuto in termini molto originali, a differenza di tutto quanto si era sviluppato in ambito speculativo e culturale nel pensiero umano fino a qual momento. Primo perché non ha tratto origine da nessuna "rivelazione", poi perché non ha avuto un "libro" su cui fondare pagine e pagine di dimostrazioni indimostrabili, e infine perché non ha avuto bisogno di "tavole della legge" per fondare e orientare un percorso di conoscenza.
A pensarci bene "i libri" ci sarebbero anche stati: penso per esempio alla Teogonia di Esiodo o ai poemi omerici, ma le "teologie" in essi contenute, avrebbero fatto sorridere anche gli dèi che ne furono protagonisti (se mai fossero esistiti), tanto sono umane, esageratamente umane (persino Senofonte manifestò più volte il suo sdegno per questi "dèi", così pieni di difetti... umani).
E' vero, nella filosofia greca non c'è tutto quanto detto prima, però a pensarci bene c'è molto altro. Prima di tutto ci sono le domande, che in gnoseologia contano più delle risposte (mentre in teologia avviene l'esatto contrario); domande su come si è formato l'universo e con esso l'uomo e con quest'ultimo l'arte, la poesia, la dialettica, la logica e infine il male (che ai Greci però interessava come può interessare a un medico la secrezione biliare). Occorre notare che le domande sono cambiate nel corso dei secoli in cui è fiorita la filosofia greca, ma sono cambiate anche nel corso dell'opera di ogni singolo filosofo (basti pensare agli attributi dell'anima in Platone, o ai vari "motori intelligenti" di Aristotele).
Sì, è proprio bella la filosofia greca ed è bello leggere con onesto impegno le opere che l'hanno resa immortale (fossero solo i frammenti di Diagora di Melo o di Gorgia - superbo, a proposito, il n. 11 di quest'ultimo: "La forza della dialettica sta nei riguardi dell'ordine dell'anima allo stesso modo in cui l'efficacia dei farmaci sta nei riguardi dell'equilibrio del corpo").
Sembra esserci tutto in quelle domande, e sono domande "umane" che non hanno bisogno di "tutori", "padrini" o "sacerdoti".
Forsecerti uomini di oggi non vogliono più "meravigliarsi", forse hanno finito per amare più la briglia della corsa libera, il morso più della volontà di emancipazione e di progresso che da sempre ha contraddistinto la nostra specie.
E' un peccato che per respirare l'aria del futuro io sia costretta oggi a rifugiarmi in un passato tanto lontano. Un passato dove i pulpiti e gli amboni non c'erano ancora o, se c'erano, venivano presto abbattuti e sepolti a colpi di domande.
Domande peraltro bellissime, perché piene di stupefatta meraviglia.

616.2 Una volta Dionisio gli domandò come mai i filosofi vanno alle case dei ricchi, mentre dai i filosofi i ricchi non ci vanno. La risposta fu: "I filosofi sanno di cosa hanno bisogno, i ricchi no".
A un tale che gli proponeva di sciogliere un enigma rispose: "Perché, sciocco, vuoi sciogliere qualcosa che anche legato ci fa soffrire?"
Una volta fu ingiuriato e lasciò correre. L'altro lo inseguì: "Perché fuggi?" gli disse: "Perché se tu hai il privilegio di offendermi, io ho quello di non ascoltarti".
Un tale gli fece notare che vedeva sempre i filosofi a casa dei ricchi. "Anche i medici vanno dagli ammalati," disse "non per questo è meglio essere ammalati che medici".
Educò la figlia Arete magnificamente, insegnandole a disprezzare ogni eccesso. Un tale gli domando quale fosse il massimo risultato che si prometteva dall'educazione di un suo figlio. Rispose: "Che almeno a teatro non siederà come pietra su pietra".
Chiese ben cinquecento dracme a un tale che voleva fargli istruire il figlio. Il tale obiettò che per una somma simile poteva comprarsi uno schiavo. E lui rispose: "Allora compralo, così ne avrai due".
Qualcuno gli chiese che differenza ci fosse tra un filosofo e un ignorante: "Mettili nudi tutti e due" disse "e mandali in mezzo a gente che non conoscono, così lo saprai".
Soleva rimproverare gli uomini perché se devono comprare un vaso fanno la prova per sentire se suona bene, mentre non mostrano alcun criterio per giudicare la vita, che è bene assai più prezioso di un vaso.
[Diogene Laerzio, Vita di Aristippo di Cirene, in Vite dei filosofi, II, 8]

04 febbraio 2008

615.1 Gioco con l'idea dell'infinito, e non dovrei. Non dovrei perché è ingannevole e mi porta fuori strada. Però mi piace, e a volte bisogna sapersi abbandonare alle cose che ci piacciono. Ancorandomi allora alla mia parte filosofica e lasciando perdere per un momento quella scientifica, mi diverto a considerare per un istante appena l'infinito come finito, quasi che - come fosse un'entità senziente - si rendesse improvvisamente conto che è diventato possibile "determinarsi". La pagina bianca che lo contraddistingue comincia allora a riempirsi di segni, di vita, di considerazioni plausibili. Tutto diventa, da indisponibile che era, disponibile. Tutto si fa (non più teoricamente) possibile. Le finestre si aprono al vento fresco della libertà e dell'autodeterminazione. Nel collegamento tra l'infinito che era e il finito che è diventato, non ci sono più strade infinite, ma una e una soltanto.
[Mi sono svegliata dal mio "sogno filosofico" proprio pochi attimi prima di rendermi conto che tutte le strade infinite diventavano una sola.
Infinita anche quella].

615.2 ...Quando ti stringo la mano e tu ripigli sicuro / il discorso di ieri, / non so qual riverbero giallo di ambigua / impostura / colori di dentro l'atto di me che t'ascolto. / Fingo d'essere con te e non ho cuore a dirti / d'un tratto: "Non so chi tu sia!" Amico, in verità, / non so chi tu sia. / E come tu vuoi ch'io rinsaldi l'oggi all'ieri / labbra d'abisso, ferita divaricata dell'infinito?...
[Giovanni Boine, da "Frantumi", ed. La Voce, 1921]

03 febbraio 2008

614.1 Io sono ateo. Per me il senso della santità ha unicamente a che fare con la speranza che i miei discendenti più lontani possano vivere in una civiltà globale in cui l'amore sia l'unica legge.
[Richard Rorty - Il futuro della religione, a cura di Santiago Zabala (coautore Gianni Vattimo)]

614.2
Il nostro amore è come Bisanzio / deve essere stata / l'ultima sera. Deve esserci stato / immagino / un riflesso sui visi / di quelli che affollavano le vie / o stavano in gruppetti / negli angoli di strada e nelle piazze / e parlavano insieme a bassa voce / doveva somigliare a quel riflesso / nel viso tuo / quando te ne scosti i capelli e mi guardi. // Immagino che non abbiano parlato / molto, e di cose / del tutto indifferenti, / che abbiano tentato di parlare / e si siano arrestati / senza aver detto ciò che desideravano / e abbiano tentato ancora / e rinunciato ancora / e si siano guardati / e chinato lo sguardo. // Antichissime icone per esempio / portano quel riflesso / come il riflesso d'una città in fiamme / o quel riflesso che una morte imminente / lascia sulle fotografie dei morti giovani / nella memoria dei sopravvissuti. // Quando mi volto verso di te / nel letto, ho l'impressione / di entrare in una chiesa / che è bruciata / da molto tempo / e dove il buio negli occhi delle icone / è rimasto / colmo di quelle fiamme che li cancellarono. [Henrik Nordbrandt - Il nostro amore è come Bisanzio]

614.3 ...Se ci separò, se ci allontanò l'ala del destino...

02 febbraio 2008

613.1 Oggi sono andata à rebours valutando se mi abbia dato più malinconia un dolore arrivato improvvisamente o un piacere andatosene lentamente. Il tarlo poi non ha smesso di rodere per tutta la serata, imponendomi di riflettere se ci sia più dolore in un bene che si è perduto o più piacere in un male (magari faticosamente) superato.
Le risposte hanno tardato ad arrivare (la puntualità non è certo il loro forte quando si affrontano simili questioni) e dunque, valutato il considerevole ritardo, ho deciso di chiudere temporaneamente la "pratica" e di affidarmi all'epoché, ottima (e discreta) compagna dei miei giorni presenti.

613.2 ...La casa è di dove uno parte. Mentre invecchiamo / il mondo diviene più estraneo, più complicato l'incastro / di morti e di vivi. Non l'intenso momento / isolato, senza prima né poi, / ma il bruciare di tutta la vita in ogni momento / e non la vita di un uomo soltanto / ma di vecchie indecifrabili pietre. / E c'è un tempo della sera al lume delle stelle, / un tempo della sera al lume della lampada / (la sera con l'album delle fotografie). / Amore è tanto più se stesso / quando qui e ora non importano più... [Thomas Stearns Eliot, da East Coker, V in Opere]

01 febbraio 2008

612.1 Sarà retorica e ti farò ridere, ma io mi domando, dove sono finiti i figlioli di Giordano Bruno, di Vico, di Campanella, di Voltaire? E diciamo pure di Gobetti e Gramsci (che ora è di moda compatire come un illuso, come uno che ha sbagliato tutto)?
Su quelli mi ero formato, con quelli sono cresciuto (oltre che con la mia balia intellettuale Machiavelli). Adesso regna la nebbia, la confusione delle idee, la parodia e il doppio fondo. Gratti il nietzscheano e trovi il gesuita.

[Lettera di Massimo Mila a Luigi Nono, 1981 in "Che Marx e Gramsci te la mandino buona: Mila e Nono, il coté politico" a cura di Pier Giorgio Zunino, pubblicazione edita dall'Accademia delle Scienze di Torino]

612.1.1 Quando piega al termine l'età, / la nostra età, l'età del mondo, quando / aspettare il nulla che accadrà / è chiaramente un inganno - si mette al bando // volontario colui che il sorriso rifiuta / e non sopporta di essere vile / più, non chiede più complici e muta / persona diventa, facile preda ostile. [Giovanni Giudici, da "La vita in versi", ed. Mondadori, 1965, ora in Versi della vita]