akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

25 novembre 2008

913. Quello che si deve fare (l'infinito che urla)



Il deserto inizia appena fuori dalla mia finestra. Ogni volta che il vento spira da ovest, sento il profumo dei cespi di salvia e di ginepro, la vegetazione minima di quelle aride distese. Là fuori io ho vissuto solo, per quasi quattro mesi, vagando liberamente da un luogo all'altro, dormendo all'aperto con ogni clima, e non mi è stato facile fare ritorno dalla vastità di quelle lande ai miseri confini di questa stanza. Posso resistere alla forzata solitudine, alla mancanza di colloquio e contatti umani, ma spasimo per vivere di nuovo nell'aria e nella luce, e passo i giorni affamato di qualcosa da guardare oltre questi rugosi muri di pietra. Di tanto in tanto dei soldati camminano sotto la mia finestra. Sento i loro scarponi scricchiolare sui terreno, gli scoppi irregolari delle loro voci, il frastuono dei carri e dei cavalli nella calura del giorno inaccessibile. Questa è la guarnigione di Ultima: la propaggine piú occidentale della Confederazione, il posto al limite del mondo conosciuto. Qui siamo a oltre duemila miglia dalla capitale, affacciati sulle distese incognite dei Territori alieni. Per legge, a nessuno è permesso di andarci. Io l'ho fatto perché me l'avevano ordinato, e ora sono tornato per fare il mio rapporto. Mi ascolteranno o non mi ascolteranno, poi mi accompagneranno fuori e sarò fucilato. Di questo ora sono quasi sicuro. L'importante è non illudere me stesso, non farmi tentare dalla speranza. Quando infine mi metteranno al muro e punteranno i fucili contro il mio corpo, l'unica cosa che chiederò loro sarà di togliermi la benda dagli occhi. Non perché mi interessi vedere gli uomini che mi uccideranno, ma perché voglio guardare ancora il cielo. I miei desideri attuali sono tutti qui. Stare fuori, all'aperto, e alzare gli occhi all'immenso cielo azzurro sopra di me, per guardare un'ultima volta l'infinito che urla.

Paul Auster
da Viaggi nello scriptorium