akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

27 settembre 2008

859. Di libri e lettori [9] Questione di pollici



"Sai" disse, "ho letto una cosa stupenda, una cosa meravigliosa... Camminavano mangiando delle caramelle di frutta che estraevano a turno da un cartoccio comperato per dieci soldi dal droghiere Iwersen nella Mühlenstrasse. "Devi leggerlo, Hans, e il Don Carlos di Schiller... Se vuoi, te lo presto..."
"No, no" rispose Hans Hansen, "lascia stare, Tonio, non è roba per me. Io preferisco i miei libri di cavalli, lo sai. Vedessi che bellezza di figure ci sono. Se una volta vieni a casa mia, ti faccio vedere. Tutte istantanee, coi cavalli che trottano e galoppano e saltano, in tutte le posizioni che nella realtà non si possono mai vedere per la troppa velocità..."
"In tutte le posizioni?" domandò Tonio cortesemente. "Già bello, senza dubbio. Ma, quanto al Don Carlos, è al disopra di ogni immaginazione. Ci sono punti, vedrai, cosi magnifici che si prova uno scossone, come se si sentisse uno schianto..."
"Uno schianto?" domandò Hans Hansen. "In che modo?"
"Ma sì, per esempio in quel punto quando il re ha pianto perché è stato tradito dal marchese... ma il marchese lo ha tradito solo per amore del principe, capisci? Perché si sacrifica per lui. E allora la notizia che il re ha pianto giunge dal suo studio nel vestibolo. 'Ha pianto? Il re ha pianto?' Tutti i cortigiani sono terribilmente sorpresi, si sentono come fulminati, perché è un re talmente rigido e severo. Ma invece si capisce benissimo che abbia pianto, e a me anzi fa più pena lui del principe e del marchese interne. E' sempre talmente solo e senza affetto, e quando crede finalmente di aver trovato un essere umano, quello lo tradisce..."
Hans Hansen guardò di sottecchi il viso di Tonio, e qualcosa in quel viso dovette avvincerlo all'argomento: d'improvviso infilò nuovamente il braccio in quello dell'amico, e gli domandò: "E com'è che lo tradisce, Tonio?"

Thomas Mann
da Tonio Kröger

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Babbo è generosissimo e scherza con noi, purché si abbia il dovuto riguardo a certe sue piccole debolezze. Ha un fatto personale contro le unghie sporche, e non può soffrire quando a tavola si spinge il cibo col pollice. "Per amor del cielo, non il pollice!" grida facendo una smorfia. "Se c'è proprio bisogno di spingere, piuttosto col naso o col dito grosso del piede, ma non quel pollice!» Le sue avversioni sono per lo più di quel genere capriccioso e irrazionale. Dalle nove del mattino a mezzodì bisogna far silenzio perché babbo lavora; idem dalle quattro alle cinque perché è l'ora della siesta. Passare la soglia del suo studio mentre è lì assorto nei suoi misteriosi lavori sarebbe blasfemo e non verrebbe in testa a nessuno di noi bimbi. Bastano lievi infrazioni per irritarlo. E' grave esser caduti nella sua disgrazia, sebbene egli non lo manifesti a parole. O forse appunto per questo. Quando facciamo qualche malefatta - rubiamo la marmellata, macchiamo d'inchiostro la marinara di bucato - la mamma grida. Babbo simili gravi mancanze è capace di neanche avvedersene; in compenso certi falli, che ci paiono innocentissimi, lo fanno andare su tutte le furie. L'autorità paterna è imprevedibile.
Butto lì queste forme tradizionali: babbo, mamma, autorità paterna, e le trovo imprecise, quasi ingannevoli. Che hanno da fare questi clichés con una realtà che consta di mille sfumature momentanee, irripetibili? "Babbo" vuol dire il solletico dei baffi, il profumo di sigari, acqua di Colonia e biancheria di bucato; vuol dire un sorriso distratto e pensoso, uno sguardo ad un tempo assente e penetrante; significa una voce sonora e amichevole, le lunghe file di libri dello studio - solenne quadro dal misterioso fascino - vuol dire la scrivania ordinata coll'imponente calamaio, la penna leggera di sughero, la statuetta egiziana, il ritratto in miniatura di Savonarola su fondo nero; e una musica attutita che giunge dal salotto.

Klaus Mann
da La svolta
Storia di una vita


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