akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

24 agosto 2008

832. Felicità cartesiana

Signora,
il tempo è stato incostante, dopo che ho avuto l'onore di vedere Vostra Altezza, e ci sono state giornate talmente fredde per la stagione, che ho provato spesso inquietudine e timore che le acque di Spa non risultassero sane e utili come nei giorni più sereni... In questo deserto non so niente di ciò che accade al mondo e i miei pensieri più frequenti sono rivolti alla virtù di Vostra Altezza, che mi fa sperare di rivederla tanto felice e contenta quanto merita.
L'unico argomento che ho per intrattenervi riguarda i mezzi che la filosofia ci insegna per raggiungere la somma felicità... e perché le mie lettere non siano del tutto vuote e inutili, d'ora innanzi mi propongo di riempirle con alcune considerazioni tratte dalla lettura di qualche libro, ad esempio quello di Seneca sulla vita beata, a meno che non ne preferiate un altro o che tale progetto non vi garbi. Ma se voi lo approverete (come spero) e soprattutto se vi piacerà di rendermi partecipe delle vostre osservazioni sul libro, oltre a essere utili alla mia istruzione esse mi daranno l'occasione per approfondire meglio le mie riflessioni. Io le coltiverò con tanta cura quanto più mi sembrerà che voi gradirete questo colloquio...
l'umilissimo e obbedientissimo servitore di Vostra altezza,

Cartesio - Egmond, 21 luglio 1645

°
Signor Cartesio,
esaminando il libro che mi avete raccomandato, ho trovato frasi molto belle e temi ben trattati per una meditazione piacevole, ma non per istruirmi sull'argomento, poiché espresse senza metodo... Io non vi domando affatto di continuare a interpretare Seneca solo perché il vostro ragionare è più straordinario, ma perché il più naturale che io abbia trovato... Così non riesco ancora a persuadermi che si possa raggiungere la felicità di cui parlate senza il concorso di ciò che non dipende affatto dalla volontà, poiché vi sono dei mali che impediscono totalmente di ragionare... Non abbandonate dunque, ve ne prego, il progetto di rendermi edotta ai vostri precetti, e credete, io li stimo quanto meritano... Desidero assicurarvi che sarò tutta la mia vita, Signor Cartesio, Vostra affezionatissima amica, per servirvi,

Elisabetta* - L'Aia, 16 agosto 1645

Le due missive sono tratte dal volume Ti scrivo dunque sono, Lettere 1619-1650


*
Elisabetta di Boemia, figlia di Federico V re di Boemia e nipote, per parte di madre, del re d'Inghilterra Giacomo I.

9 Comments:

  • At 24/8/08 1:42 PM, Blogger Lapidarius said…

    Cara Clelia,

    qualcosa di sfumatamente oblomoviano mi è sempre parso di scorgerlo in Cartesio, a partire dalla sua predilezione per il tepore delle stufe e delle coltri, sino a mezzo il giorno.

    Russell sosteneva che ci fosse dell'affettazione dietro la pretesa del nostro di dedicare poco tempo al lavoro e molto al sonno, motivata dal fatto che era al tempo percepita come più nobile l'indolenza che non la laboriosità.

    A mio avviso però questo tranquillo gentiluomo (la cui cortese condiscendenza nei confronti delle nobildonne di mezza Europa finirà per avere esiti per lui letali) aveva fisicamente bisogno, per il suo corpo e per il suo genio, di calore e riposo: tanto questo mi par vero che Cristina di Svezia di fatto finì per ammazzarlo, stravolgendone le abitudini a forza di levatacce antelucane e lezioni in locali gelidi nella fredda Stoccolma, che gli fecero venire una polmonite fatale.

     
  • At 24/8/08 3:02 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Sottoscrivo i tuoi argomenti, e se mi consenti - sempre dal volume ottimamente curato da Roberta Lorenzetti -, trascrivo questo passo tratto da una lettera che il fido Hector Chanut scrive a Elisabetta del Palatinato (la quale aveva chiesto lumi sulle ultime ore del filosofo).
    In essa c'è un interessante accenno - mi pare - alla "dolce morte" di cui raramente si legge in giro:

    ...Non mi resta ora, Signora, che dirvi ciò che desideravate conoscere sugli ultimi giorni del Signor Cartesio. La febbre è salita in un primo tempo al cervello e lui ha avuto sentore del suo male, rimanendo sempre lucido fino alla fine, ma senza credere, nei primi sette giorni, di avere la febbre. Alla fine del settimo, il calore dalla testa si estese in tutto il corpo e lui riconobbe di essersi sbagliato e, individuandone lui stesso la causa, si fece praticare due salassi in poche ore, lui che li aveva sempre rifiutati. Ma si rese conto che era troppo tardi e l'ottavo giorno mi disse che durante la notte precedente aveva fatto i suoi calcoli e aveva deciso di uscire dal mondo senza sofferenze, confidando nella misericordia di Dio...

    C.

     
  • At 24/8/08 3:45 PM, Blogger Lapidarius said…

    Cara Clelia,

    un passo davvero interessante questo, che non conoscevo: grazie per averlo riportato qui.

    Se la descrizione dei sintomi e del decorso può ritenersi attendibile, farli corrispondere con il quadro clinico delle polmoniti in era preantibiotica sembra piuttosto arduo: una polmonite lobare o anche una broncopolmonite non trattate e così imponenti da avere esito infausto, hanno un quadro dominato da più o meno abbondanti espettorazioni eorum generis e da dispnea, ben più evidenti che non la febbre (che comunque, a parte la soggettività del paziente, richiede misure strumentali).

    Certo che le terapie disponibili all'epoca (ossia salasso e/o energici catartici, prescritti pressoché per qualsiasi disturbo internistico sistemico di una certa rilevanza) erano una specie di eutanasia involontaria (se non t'ammazzava il male direttamente, ti finivano lo shock ipovolemico e/o una CID): ma tu dici che si fece praticare ben due salassi in poche ore conscio che lo avrebbero spedito all'altro mondo senza poi troppo lunghe sofferenze?

     
  • At 24/8/08 3:55 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    No, non credo abbia scelto la via dei salassi per la "miglior vita"; penso piuttosto abbia optato per altro. Cosa non ci è dato saperlo, Chanut non ne parla.

    C.

     
  • At 24/8/08 4:07 PM, Blogger Lapidarius said…

    Ah, sì, certo. Beh, il laudano era comunque disponibile senza particolari restrizioni...

     
  • At 24/8/08 6:35 PM, Blogger Lapidarius said…

    Cara Clelia,

    lo scorso 9 agosto scrivevi che sarebbe ora che qualcuno riesumasse "The Rock" di Eliot, dato che - ahinoi - i tempi sono purtroppo maturi per farlo.

    Nei commenti, avevo avuto modo di riportarti che per quanto mi constava il testo veniva effettivamente rappresentato, perlomeno fuori d'Italia, anche se di solito in forma mutila o interpolata con altri testi.

    Ebbene, a quanto pare, qualcuno ha deciso di seguire proprio quest'ultima formula per proporre il testo al pubblico italiano.

     
  • At 24/8/08 7:26 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Grazie per l'informazione.

    Non conoscevo l'artista, mi documenterò.

    C.

     
  • At 25/8/08 12:47 AM, Anonymous Anonimo said…

    Terenzio diceva:

    Quot homines tot sententiae

    (tanti uomini tanti modi di pensare)

    Ciao e buona giornata
    GSN

     
  • At 25/8/08 3:36 AM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Mi sembra giusto.

    Ricambio.

    C.

     

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