akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

05 agosto 2008

808. Quando l'aneddoto si fa Storia

Scultori a Roma - Lawrence Alma-Tadema (1877)

Poiché nell'aria c'è la pesantezza della decadenza, vale forse la pena di gettare uno sguardo su qualche precedente. L'Historia Augusta è una antichissima raccolta di vite di imperatori romani, da Adriano a Caro, Carino e Numeriano: un tempo che va dal 117 al 284-285. Gli autori della raccolta lavorarono nel IV secolo, a distanza di cent'anni e più dagli avvenimenti. Anch'essi immersi nella decadenza, si sono impegnati a descrivere - spesso dal buco della serratura - gli eventi che lentamente segnavano la caduta dell'Impero. Scrivevano con il gusto malizioso e addolorato dell'aneddoto e della biografia minore. Una storiografia di bassa statura, spesso di alcova, quasi sempre di nefandezze più o meno rivoltanti, raramente di virtù. Il pettegolezzo "storico", con il crisma e la polvere del tempo, finisce col dare il quadro di ciò che può significare il potere per il potere, quando una grandiosa costruzione politica volge al termine e né si percepiscono i fermenti che sconvolgeranno l'assetto secolare, né tuttavia si intravede il futuro. I barbari compaiono nelle storie come bestie (o poco più) fameliche e (sempre più difficoltosamente) sconfitte; i cristiani sembrano non esistere, tant'è vero che non sono mai nemmeno nominati, e non per supponenza, ma per la palese inutilità del loro "non portato" storico (che senso può avere storicizzare qualcuno che crede che il regno, l'impero stia da un'altra parte, magari in un altro mondo?). La vita dei personaggi della corte imperiale (e anche quella di chi li descrive) si fa via via sempre più astratta, lontana da un contesto storico e sociale plausibile, anzi quest'ultimo diventa solo uno sfondo scolorito su cui far scorrere il contenuto sempre più aneddotico e sempre meno storico. E l'aneddoto, si sa, diventa storia solo quando la Storia volge alla fine.
Succede anche ai giorni nostri, purtroppo, e gli esempi potrebbero essere molteplici. Nelle storielle dei vari potenti attuali, l'aspetto piccante, grottesco, spettacolare ha la meglio sull'aspetto cronachistico e storico (basta scorrere le prime pagine dei più grandi giornali, per rendersene conto, soprattutto ora, nel periodo estivo).
E allora mi viene in mente che l'imperatore Antonino Eliogabalo, giunto al potere grazie alla corruzione, "sceglieva talvolta un certo numero di donne particolarmente belle, le spogliava, le aggiogava a un carrozzino e si faceva portare in giro, per lo più nudo come loro".
Certi "imperatori" di oggi non hanno per le donne un trattamento molto diverso; è vero, alcune poltrone prestigiose hanno preso il posto del carrozzino, ma il giogo resta e, se valutiamo le lotte che le donne hanno compiuto per emanciparsi da certe forme di maschile ostentazione, forse è ancora più umiliante di quello dei tempi di Eliogabalo.
Concordo sul fatto che la Storia non si ripete mai in maniera uguale: è vero, in certi casi - e pare impossibile - riesce persino a essere peggiore.

15 Comments:

  • At 5/8/08 7:46 AM, Blogger babilonia61 said…

    Interessante post.
    Indubbiamente, c'è una specie di decadenza nel valori umani, non abbiamo coscienza storica, memoria del passato e ciò si evidenzia -anche, ma non solo - nei miseri misfatti di tutti i giorni. Ma c'è una cosa che risalta, che viene alla vista leggendo e studiando storia: la storia fa sempre un passo indietro per farne due avanti. Un paio di esempi: la peste del XIV secolo e il conseguente sviluppo del XV secolo, base del Rinascimento; l'assolutismo dei Luigi XIV, preparazione del periodo illuiministico. Insomma, come i gamberi, a volte si va indietro per avere più forza di saltare l'ostacolo.
    E oggi stiamo indietreggiando, in certe cose siamo prima dell'anno mille (!).
    Purtroppo, credo, sarà difficile per noi quasi cinquantenni vedere il salto. I tempi sono lunghi.
    Buona giornata.

    Rino, mezzo positivo.

     
  • At 5/8/08 12:23 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Hai ragione.

    Non riesco a vedere né un Marsilio Ficino, né un D'Alembert in circolazione, ma sono convinta che, almeno "in nuce", essi esistono e lottano insieme a noi.

    O almeno lo faranno in un futuro magari non troppo lontano, si spera.

    Grazie del sapiente commento.

    C.

     
  • At 5/8/08 12:39 PM, Anonymous Domenico Fina said…

    Abbiamo un Claudio Magris, un Remo Bodei, una Barbara Spinelli...

    E sono convinto che i due viventi che più meritano il Nobel sono Magris e Kundera (uno quindi è nostro).

    - nota a margine:
    La tua foto, che ha suscitato pareri discordanti, a me piace;

     
  • At 5/8/08 1:58 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Sul primo nome ho qualche perplessità, non tanto per la sua levatura letteraria, che è indiscutibile, ma piuttosto per certi suoi articoli sul Corriere che - francamente parlando - mi hanno lasciata piuttosto perplessa.
    E' vero che le aquile quando volano in cielo sembrano così maestose ma se le vedi camminare per terra sembrano più o meno dei grossi polli, però Magris - quando parla del "contingente" - mi crea qualche piccola difficoltà di "ricezione".

    Sugli altri due grande stima, sotto tutti i punti di vista, ma dovremmo anche chiederci come resisteranno i loro scritti alla prova della Storia.

    E' vero anche che di nomi al seguito potremmo farne tanti, resta però fermo il fatto che se li paragoniamo ai due che ho citato, qualche dubbio resta.

    (E mi sono premurata di inserirne due di "seconda fascia" - il che è tutto dire - pensa se scrivevo Pico o Voltaire. Qui i paragoni con l'attualità si farebbero ancora più duri...).

    Grazie,

    C.

     
  • At 5/8/08 3:05 PM, Blogger Lapidarius said…

    Cara Clelia,

    se aveva ragione quel Seneca che ti è caro nulla virtus latet (et latuisset non ipsius est damnum) e, pertanto, il momento che auspichi in cui qualche eccezionale virtuoso ora oscuro emerga alla luce (sia esso un novello Marsilio o un D'Alembert, o perché no un Pico o un Voltaire, o altro) verrà.

    Personalmente, sono tuttavia un po' più pessimista: in assonanza con quanto mi evoca il link che al momento sta in testa alle tue "Affinità elettive", credo che l'essenza stessa del potere come è dai più inteso e praticato - così come O'Brien spiega a Winston in 1984(*) e come mi pare una schiacciante mole di evidenze fattuali, ahinoi, confermi - preveda in qualche forma più o meno palese l'umiliazione e la prevaricazione dei sottoposti e che, pertanto, l'umiliazione delle donne in una società in cui la parte stragrande del potere è in mani maschili sarà, fatalmente, sempre presente in qualche maggiore o minore misura, sino perlomeno a quando certa cultura del potere non tramonti.

    ____

    (*)
    - ... 'How does one man assert his power over another, Winston?'
    Winston thought.
    -'By making him suffer,' he said.
    -'Exactly. By making him suffer. Obedience is not enough. Unless he is suffering, how can you be sure that he is obeying your will and not his own? Power is inflicting pain and humiliation. Power is tearing human minds to pieces and putting them together again in new shapes of your own choosing...

     
  • At 5/8/08 7:20 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Un po' mi duole concordare con te con Seneca, con Orwell e con i molti altri che non ci lasciano così tante speranze.
    Eppure io, pur ammirando e amando i citati, non dimentico mai le "grandi speranze" dickensiane.
    Illusione? Speranza? Irrazionalità?
    Vallo a sapere.

    Forse solo l'idea di non cedere alla tentazione della porta sempre chiusa. Uno spiraglio, che lasci intravedere un po' di luce nel buio degli anni a venire, non credo disturbi troppo la parte razionale che invece non mi lascia molte aspettative.

    E così vado avanti in questa altalena di sentimenti contrastanti, con la scienza e la storia che mi tirano da una parte e l'arte, la letteratura e - soprattutto - la poesia che mi riportano dall'altra.

    A dire il vero il tutto non è poi così spiacevole...

    C.

    °
    Hope Was but a timid friend;
    She sat without the grated den,
    Watching how my fate would tend,
    Even as selfish-hearted men....

     
  • At 5/8/08 10:26 PM, Blogger Lapidarius said…

    Cara Clelia,

    effettivamente mi sono reso conto che la speranza è un tema che ti è caro, cosa che non hai mancato di sottolineare già in più circostanze anche ai tuoi commentatori.

    Personalmente, come Kazantzakis assai prima di me, mi sto convincendo che la speranza sia un affine del timore e che, entrambi, siano dei mali che tengono incatenata l'esistenza di chi li prova.

    Sarei, tuttavia, contento di sbagliarmi al riguardo.

    P.S.
    Grazie per il link al bel sito dedicato alle/ai Bronte.

     
  • At 6/8/08 4:52 PM, Anonymous Domenico Fina said…

    Non so a quale articolo di Magris ti riferisci ma se si legge
    l'ultima raccolta dal titolo "La storia non è finita" non trovo granché da ridire sulla liberalità e lucidità dell'autore nel descrivere i nostri tempi.

    Ciao e buon pomeriggio

     
  • At 6/8/08 6:22 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    A >>>questo, per esempio, ma potrei citarne altri molto simili.

    Ripeto, quando Magris "vola alto" sono la prima a lodarlo, ma quando plana sulla realtà - a volte - mi sconcerta un po'. Tutto qui. Non credo sia uno scandalo, semplicemente accade.

    Ciao caro,

    C.

     
  • At 6/8/08 8:34 PM, Anonymous Domenico Fina said…

    ...Io per la verità sarei d'accordo anche con l'articolo che tu alleghi, quindi più che una pietra sopra (la discussione) io direi di metterci una epoché;

    tornerei al Magris che vola alto
    e che scrive in Alla cieca, una frase del genere:

    "Ho amato il mare più della donna, prima di sapere che sono la stessa cosa".

    (Clelia, aggiungo io: non mi sommergere con un'onda gigante
    di perplessità. Affogherei)

     
  • At 6/8/08 9:00 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Tranquillo.

    Non avevo (e non ho) nessuna intenzione di farlo.

    C.

     
  • At 6/8/08 10:01 PM, Blogger s|a said…

    La storia non si ripete, almeno uguale, può sicuramente essere peggiore, di certo non è maestra di niente che ci riguardi, per dirla con Montale.

    p.s. mi piace di più questa tua foto "mondana" (come ha scritto qualcuno in un commento)

     
  • At 6/8/08 11:45 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Ti ringrazio.

    C.

     
  • At 8/8/08 12:56 PM, Blogger Solimano said…

    Riguardo l'articolo di Magris concordo con Clelia, con un po' di radicalità in più. Vuol piacere a troppi, in queste cose (e in questa situazione) non è proprio il caso di piacere a certuni. Bruttissima cosa, altro che volare alto. Vogliono appropriarsi di tutto, compresa la parola laico, cambieremo parola: cetumbro o pardingo andrebbero bene? "Io, che non ho il dono della fede", direbbe Magris, aspetteremo qualcuno che la frase giusta la dica: "Io, che non ho il difetto della credulità".

    grazie Clelia e saludos
    Solimano

     
  • At 8/8/08 1:37 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Sì, ecco, sul "dono della fede" l'ho sempre pensata più o meno come te.

    Anche se con un po' di radicalità in meno, of course...

    Ciao caro,

    C.

     

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