akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

06 giugno 2008

756.

La poesia è una delle tante possibili positività della vita. Non credo che un poeta stia più in alto di un altro uomo che veramente esista, che sia qualcuno. Mi procurai anch'io, a suo tempo, un'infarinatura di psicanalisi, ma pur senza ricorrere a quei lumi pensai presto, e ancora penso, che l'arte sia la forma di vita di chi veramente non vive: un compenso o un surrogato. Ciò peraltro non giustifica alcuna deliberata turris eburnea: un poeta non deve rinunziare alla vita. E' la vita che s'incarica per conto suo di sfuggirgli.

Eugenio Montale
Intervista immaginaria a se stesso
da "La Rassegna d'Italia"
anno I vol. 1, gennaio 1946


756.1

...Non è un'eredità, un portafortuna
che può reggere all'urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza è solo l'estinzione.
Giusto era il segno: chi l'ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l'orgoglio
non era fuga, l'umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.

da Piccolo testamento


756.2




...Che le poesie si nutrissero della
lavanda
chiusa nei cassetti

Io lo sospettavo fin da bambino
Ma non l'ho mai detto a nessuno...

Enrico Nascimbeni
"Eugenio"

15 Comments:

  • At 6/6/08 3:00 AM, Anonymous Graziano Spinosi said…

    "E' la vita che s'incarica per conto suo di sfuggirgli". Leggo e un brivido mi attraversa. Ciao Clelia.
    Graziano

     
  • At 6/6/08 3:19 AM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Ciao a te, mio carissimo.

    Condivido il brivido.

    C.

     
  • At 6/6/08 8:19 AM, Anonymous Anonimo said…

    Il capo ha un Oscar Mondadori di poesie Montale sulla scrivania a significare qualcosa. Pensavo lo stesse leggendo, invece è lì da un anno, sempre nello stesso posto, forse a rappresentare un monito, un invito.
    Grande sei tu invece che, con il tuo staff dell'ufficio studi poetici, scovi paginette straordinarie, come nessuno mai.

    Grazie. Baci, J.

     
  • At 6/6/08 11:17 AM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Ciao J.,

    darei fiducia al tuo "capo". In genere chi "tratta" coi libri di poesia ha in sé qualcosa che non tradisce.

    Stammi bene,

    C.

     
  • At 6/6/08 2:03 PM, Blogger Giuliano said…

    "La vita o la si vive o la si scrive", Pirandello citato a memoria.
    Il concetto è più o meno questo, sempre piuttosto sul tragico e pensoso...

     
  • At 6/6/08 2:44 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Se la citazione è esatta, invidio Pirandello.
    Di sicuro, nonostante si possa facilmente credere il contrario, credo sia più semplice imparare a vivere che imparare a scrivere (ammesso che, per uno scrittore, le due cose possano essere scisse).

    C.

     
  • At 6/6/08 2:49 PM, Blogger 5555555555 said…

    Su 756: Ecco, forse non scrivo più perché la vita non mi sfugge, o almeno così sembra. O forse è solo una pausa "fisiologica", dettata anche da altre esigenze...

     
  • At 6/6/08 3:06 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    In ogni caso puoi affidarti al lato positivo della cosa (perché sicuramente ce n'è uno quando non si scrive...).

    C.

     
  • At 6/6/08 4:19 PM, Anonymous Bruno said…

    Clelia,
    quanto mi è difficile rifuggire da questi ordigni che inneschi nottetempo!
    E quanto ancor più mi è arduo trovar la via per disinnescarli!
    Arte che occupa per osmosi una vita repressa o meglio una vita che si ritira per far spazio ad un’arte esuberante. Visione scivolosa che pare avvicinare l’arte alla tecnica ricercata più che al puro genio. Ma forse drammaticamente vera, giacché è l’eccellenza in sè, di genio o di tecnica, a soffocare quasi fisiologicamente altri percorsi possibili, nella gabbia di un’umana normalità.
    Un caro saluto.

     
  • At 6/6/08 6:26 PM, Anonymous Domenico Fina said…

    Le idee, le opinioni e naturalmente le poesie di Montale mi sono sempre piaciute, quando dice che avrebbe voluto avere il potere di squagliarsi nel bel mezzo di un ricevimento noioso, lo capisco. Anche quando dice che l’esterofilia degli italiani non nasce da un senso di inferiorità ma da un senso di superiorità; insomma è un lavoro di facciata. Quando vorrebbe essere un maratoneta in corsa per la medaglia d’oro lo capisco ancora. L’unico concetto che non condivido appieno è quello che Montale ripeteva spesso, in diverse forme, ossia di aver vissuto lasciando poco da ardere, come scrive in una delle sue poesie più belle, egli è un “uomo che riguarda in sé, in altrui, il bollore della vita fugace, uomo che tarda all’atto che nessuno poi distrugge”. Eppure Montale ha avuto una lunga vita, tanti affetti, un’amata moglie, ha lavorato come giornalista al Corriere, è stato una grande poeta, ha vinto il Nobel, resta uno dei massimi poeti del novecento (forse il più grande), ma aveva spesso la sensazione di non afferrare la vita. Stesso sotteso concetto si ritrova in Flaubert, in parte anche in Cechov, in forme quasi nevrotiche in Kafka. Nella parte finale de “Il processo” il protagonista incontra un sacerdote che lo ammonisce: ti sei aspettato troppo dal prossimo, soprattutto dalle donne (mi ci metto anch’io). Di Cechov, insistevano i critici fino allo sfinimento, si diceva che era pessimista, ma lui ripeteva di non essere né pessimista né ottimista, era un medico e tratteggiava quello che vedeva, il suo apparente pessimismo scrive Vittorio Strada, è l’altra faccia della medaglia, l’afflato di chi vorrebbe vivere una vita più alta, ma si rende conto che non è possibile perché la parte più alta di noi stessi vive, si mostra e viene capita davvero solo in alcune occasioni; le Occasioni di Montale, appunto. Quando la vita ci sorprende. Flaubert aveva voluto terminare quel gran libro che è L’educazione sentimentale col ricordo giovanile della visita in una casa d’appuntamenti, casa in cui lui ed un suo amico non erano entrati ma si erano avvicinati soltanto per curiosare dalla finestra. Un episodio strambo e insignificante per concludere un romanzo, l’aveva definito la solita critica, ma non avevano capito che per Flaubert contava - come per tutti in fondo -la rapidità dello spirito, i momenti in cui come scriveva Canetti, si riemerge dall’indolenza della vita con un guizzo di calore. Quando si capisce che quello che proviamo noi lo sta provando qualcun altro, a noi vicino, allo stesso modo, e il pensiero malinconico che la vita è fraintendimento, non lo sentiamo più vicino: ci si capisce finalmente.

     
  • At 6/6/08 9:37 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Bruno, Domenico. non ho molto altro da aggiungere ai vostri commenti se non che sono onorata di ospitarli qui nel mio blog.

    Forse una cosa potrei inserirla, non mia - che non ne avrei di così notevoli -. Mi affiderò a Vittorio Sereni (che di Montale è stato fervido ammiratore nonché discreto corrispondente)

    "Questo il vero debito (extraletterario, occorre dirlo?) che abbiamo nei confronti di Eugenio Montale: di averci, in tanto dubbio suo sulla vita, appassionati in gioventù alla vita."

    da "Sentieri di gloria", ed. Mondadori, 1996

    A presto, e grazie ancora.

    C.

     
  • At 7/6/08 8:22 AM, Blogger Solimano said…

    Quella frase di Montale mi ha sempre indispettito, perché l'ho sentita come una scappatoia per tante anime belline, furbette e infestanti più della robinia e del glicine.
    Però, come si è giustamente rilevato, Montale ha smentito con la vita la sua frase, nei due argomenti capitali: amore e lavoro (ordine rigorosamente alfabetico). E le parole di Sereni sono appropriate. Giusto anche l'esempio di Cechov, che diceva cose nuove, oneste e oggi fresche di giornata oggi quando Tolstoj non aveva più niente da dire (per trent'anni, non ha avuto niente da dire, e il motivo c'era).
    Sarebbe ora che fra le molte denigrazioni generalmente giustissime, ci si rendesse conto che per l'Italia il Novecento è stato un grande secolo di poeti, almeno dieci saranno letti fra cent'anni più di quanto siano letti ora, anche se, su questi dieci, si può dissentire. Ad esempio io ci metto Govoni ed Onofri e non ci metto Campana e Quasimodo, tu Clelia mi metterai dietro la lavagna col berretto a cono dei somari, ma diamo tempo al tempo: fra cent'anni so che mi darai ragione e mi offrirai un caffè, zuccherato prego.

    grazie Clelia e saludos
    Solimano

     
  • At 7/6/08 11:26 AM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Staremo a vedere, mio caro.

    Nella prossima vita ne riparleremo (e comunque nulla ci vieterà di venerarne dodici - ché Onofri e Govoni mi pare giusto alberghino nel pantheon dei grandi...) e, a proposito, non avrai caffè da me (casomai un discreto Gyokuro, e non avrai da pentirtene...)

    A presto.

    C.

     
  • At 8/6/08 12:14 AM, Anonymous Oblomov69 said…

    Forse la sensazione di non vivere è comune a moltissimi uomini. Soltanto che i poeti hanno le parole per esprimerla.
    C'è però una corrente di pensiero che crede che l'arte sia una compensazione a una vita non vissuta o una incapacità di vivere, comunque a una mancanza.
    Chi non ha i beni essenziali della vita dovrebbe sentirne il fascino con maggiore intensità ed esprimerlo nelle forme dell'arte.
    Insomma nessuno meglio del vile canterebbe l'eroismo, del malato la salute, del paralizzato la libertà, dello sfigato l'amore, ecc.

    Un saluto

     
  • At 8/6/08 2:51 AM, Blogger Clelia Mazzini said…

    E' una prospettiva valida, senza dubbio, e in Italia ne abbiamo avuto un validissimo testimone, mi pare: Giacomo Leopardi.

    Ricambio il saluto.

    C.

     

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