akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

03 giugno 2008

753.

Che ci portiamo addosso il nostro peso
lo so, che schermaglia d'amore è adattamento
guizzo, resistenza necessaria perché baci
la nostra storia i nostri uomo-donna
non solo all'ombra dei parchi
l'imparo ora, forse.

Oh, ma scompagina il vento
freddo di viale Piave i giorni scorsi, e spaura,
quanto di me non solo porto
sulle spalle, ma mi tocca travasare
adattare al tuo fusto flessibile
e scontroso.
Io che speravo
necessario e sufficiente solo il fiore
che affiora, tocco con le carezze oltre che il tuo
fusto flessibile lo specchio la certezza
di come sia insufficiente il mio amore
per la tua capacità di comprenderlo,
per la tua capacità di comprenderlo
come sia immane il mio bisogno d'amore.

Elio Pagliarani
A riporto
da "Inventario privato"
Ed. Veronelli, Milano, 1959

7 Comments:

  • At 3/6/08 11:03 AM, Anonymous linko said…

    abbi pazienza, ma a me questa poesia sembra l'opera di un traduttore automatico...

     
  • At 3/6/08 2:42 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Beato te, che ti limiti alla forma anziché alla sostanza. Nelle condizioni date vorrei poterlo fare anch'io, credimi.

     
  • At 3/6/08 6:03 PM, Blogger Nannà said…

    Dolorosamente bella, Clelia.
    Grazie

     
  • At 3/6/08 9:02 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Ciao e grazie a te.

    C.

     
  • At 5/6/08 1:46 PM, Anonymous Bruno said…

    Trovo simpatica la nota sul traduttore automatico e condivisibile da ogni lettore tanto quanto i termini non gli risultino in contesto.
    Mi dà lo spunto per dire che più che non limitarsi alla forma, occorre non limitarsi nella forma. Tendiamo le orecchie, apriamo gli occhi e teniamo il pensiero al minimo; solo suono, cadenze verbali e grafiche. Si avverte già molto: cadute, sospensioni, frenate, ripartenze, scivolate.
    Un ritmo ansimante, di disorientamento e di fatica. Quello stesso di un rapporto immaturo e di frustrante incomunicabilità che i significati ci restituiscono poi nella sostanza, quando diamo gas al pensiero, ed ogni altra cosa ci appare poi in un’evidenza quasi imbarazzante.
    Un caro saluto.

     
  • At 5/6/08 2:21 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Caro Bruno, a dire il vero mi sembra che anche tu abbia deciso di usare usato il traduttore automatico...
    E, come dici bene, trovo la cosa alquanto simpatica.

    Grazie.

    C.

     
  • At 5/6/08 9:05 PM, Anonymous Bruno said…

    E di che? Grazie a te, che ancora mi offri un altro spunto di estrema importanza, a mio sentire.
    Ovverosia i software che traducono dal linguaggio cerebrale intellettivo, a quello parlato e a quello scritto. Sono ovviamente diversi e spesso incompatibili tra di loro, seppure installati sulla stessa persona.
    Alcuni individui hanno il traduttore del parlato con parecchie revisioni installate l’una sull’altra, a volte in conflitto tra loro, che generano interessanti prodotti misti. Spesso il traduttore dello scritto rimane sconsolatamente alla prima e unica versione.
    C’è poi chi usa il traduttore diretto dal parlato allo scritto; sono quelli del “ma scrivi come parli!”, cha funziona, ma i cui esiti non sono sempre comprensibili, sempre meglio comunque di quelli che usano il diffusissimo “ma parla come mangi!” per tradurre pensiero in parola.
    Tornando a bomba, quello del Pagliarani è così diretto che sembra proprio di ultima generazione. C’è molto lavoro tuttavia a monte, ovvero nella costruzione del linguaggio cerebrale, ancor prima della traduzione quindi, dove si trova molta musica, arte visiva, scultura e letteratura, una fucina davvero miracolosa, ma questo è un altro tema.
    Quanto al mio … ah sì, io uso un traduttore automatico maffo che ho preso su e-bay a 2 lire.
    A presto, “moderatione favente”.

     

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