akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

18 aprile 2008

714.

Ho imparato a passaggiare nel tempo, oltre che nello spazio.
Infatti, mentre il passeggiare fisicamente scuote la mia "pigrizia da studio" (Itinera ista quae segnitiam mihi excutiunt et valetudini meae prodesse iudico et studiis, come dice bene Seneca, Epist. LXXXIV, 1), avanzare, anzi, retrocedere nel tempo, mi fa paradossalmente incontrare molta più gente di quanta non ne incroci giornalmente passeggiando per le strade che da casa mia portano verso il lago o verso la città. Sono persone "diverse", non fisicamente definibili; inconsistenti da un punto di vista morfologico, ma enormi sul piano umano e esistenziale. Sono i portatori di quelle storie affascinanti e irripetibili che, a volte, mi fanno convincere del fatto che noi, qui e ora, sbagliamo a parlare sempre e solo di "progresso".
Ecco: quando viaggio nel tempo, valuto il regresso umano, lo constato, lo apprezzo, ma non lo giudico. Perché posso giudicare ciò che conosco, ciò che mi è familiare, ciò che mi è affine. E invece tutto ciò dove cade ora il mio sguardo fisico non lo è, o almeno non lo è più.

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