akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

28 marzo 2008

679.

Ogni sentimento che ci appartiene (compresi quelli più inquietanti, come l'angoscia) ha bisogno, per rappresentarsi, di un mondo altro da noi, di una forma - sia pure diversificata - di esteriorizzazione. Alla luce di questo non riveste alcuna importanza chiedersi continuamente se siamo felici (o interiorizzare la richiesta alludendo al fatto che - quasi per fede in noi stessi - noi ci "crediamo" felici). Al contrario, la domanda più sensata sarebbe più o meno: esiste realmente, al di fuori della mia coscienza, tutto ciò che presumo mi renda felice?
Ecco che avere una chiara idea del "sentimento" ci offre anche una plausibile definizione di esso: si è cioè sempre felici per "qualcosa" o per "qualcuno", perché la felicità non ha un moto endogeno, altrimenti sarebbe pura e semplice "euforia" (che di per sé ha esordi alquanto irrazionali) o, nel caso contrario, si parlerebbe di "malinconia" o depressione, stato che appartiene a un contesto completamente diverso, perché, in senso stretto, la condizione che fa riferimento a una qualsiasi forma di nevrosi, non ha nulla a che fare col "sentimento". Non almeno con quello che si nutre di "relazioni".