akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

25 marzo 2008

670.

Vivo ormai lontana da quella che è stata la mia grande passione: la scienza. Ma la scienza è ancora con me, e lo sarà sempre. O meglio, vicine io sento tutte le varie discipline scientifiche a cui mi sono affidata per capire il mondo, per sentirlo più vicino.
Quando mi sono dedicata alla "filosofia della chimica", per esempio, sono sempre stata costretta a chiedermi se fosse possibile definire certi poteri causali riferiti alle sostanze chimiche, oppure se tutto non si riducesse invece alla loro pura conformazione fisica. In questo modo - è evidente - ho avuto modo di confrontarmi con le questioni fondamentali del finalismo e del meccanicismo.
Attraverso la medicina, invece, è stato naturale riflettere sul conflitto tra il modello sperimentale (afferente la biologia) e quello più classico dell'epidemiologia. Da qui proseguire attraverso la riflessione sul valore quasi epigenetico della malattia è sempre stato naturale per me, anche in relazione alle ricerche sistematiche.
Dalle nuovissime scienze cognitive, infine, ho tratto l'idea della coesistenza tra una pluralità interna quasi eccessiva, se relazionata all'unitarietà offerta da quello che viene abitualmente chiamato "paradigma computazionale", che ci offre - in ultima analisi - quasi un'idea matematica sull'origine della nostra mente.
Quello che mi resta, ora, è più un rapporto diretto con la filosofia della scienza che non con la sperimentalità (che pure tanto mi piaceva); ma di ciò che ho avuto e (in minimissima parte) di ciò che ho dato, porto ancora intatta la costanza nel cercare, la passione del conoscere, la rara e sublime gioia del trovare.
Unica, irripetibile, sincera.