akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

23 marzo 2008

660.

Ti ringrazio, cuore mio:
non ciondoli, ti dai da fare
senza lusinghe, senza premio,
per innata diligenza.
Hai settanta meriti al minuto.
Ogni tua sistole è
come spingere una barca

in mare aperto
per un viaggio intorno al mondo.
Ti ringrazio, cuore mio:
volta per volta
mi estrai dal tutto,
separata anche nel sonno.
Badi che sognando non trapassi in
quel volo

per cui non occorrono ali.
Ti ringrazio, cuore mio:
mi sono svegliata di nuovo
e benché sia domenica,
giorno di riposo,
sotto le costole
continua il solito viavai prefestivo.

Wisława Szymborska
Al mio cuore di domenica
da Uno spasso

°

A rigor di logica - se consideriamo l'universo come un'entità che non ha limiti, né di spazio né di materia (e men che mai di tempo) - dovremmo concludere che la parola "fine" non ha di per sé un significato molto razionale. Comprendo però che, da un punto di vista prettamente umano, essa generi quasi sempre accesi dibattiti ed altrettanto repentine depressioni. Come non restare attoniti, infatti, di fronte alla possibilità che nulla nella nostra vita sia così certo come la sua prossima soppressione? Eppure, non cedendo a un pessimismo di maniera, dovremmo essere gratificati dal fatto che ciò che noi consideriamo "la" fine non è in realtà che un processo assai marginale, riguardante oltretutto una parte di per sé microscopica di quell'entità che chiamiamo universo (e che a sua volta potrebbe essere solo uno dei molti, possibili universi).
Credo sia dunque necessario tenere sempre ben presente questo nostro limite prima di pensare che "una" qualunque fine, assolutamente marginale nell'economia dell'universo, possa assurgere a sistema e a paradigma di quella che - apoditticamente - consideriamo "la" fine.
Analogo discorso potrebbe essere fatto per "il" principio.
Ma il tema è già di per sé abbastanza vasto per aprire nuovi fronti.
Meglio accontentarsi di un lato della moneta.
Per spendere l'altro c'è tempo.