akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

16 marzo 2008

651.

Mi chiedo se sia mai possibile trasformare ciò che ci circonda senza provare, almeno un poco, a comprenderlo. Perché questo, mi pare, è ciò che sta accadendo su quasi tutte le ellissi e le coordinate che sezionano il nostro pianeta. Non parlo ovviamente dell'idea di perenne intervento acritico (tanto attuale), e nemmeno di un'ermeneutica del tutto inefficace a rapportarsi col quotidiano vissuto del mondo. Nulla di tutto questo: se cambiare bisogna, si dovrebbe affrontare la possibilità di un'esegesi dinamica, pronta ad adattarsi a realtà diverse, lontana dall'idea di imporre idee fuori contesto o, peggio ancora, di amalgamare idee tanto diverse in un tutt'uno indistinto e caotico.
Non vorrei scomodare Diogene detto "il cane", che decise - molto efficacemente - di confutare le idee sulla negazione del movimento di Zenone mettendosi semplicemente a camminare davanti a un suo seguace, ma quando tutto stagna, aprire le finestre e far entrare un po' di aria nuova non sarebbe mica una cattiva idea...
Aristotele, nell'Etica nicomachea, ci rassicura che le cose non devono necessariamente sempre essere quello che sembrano, nel senso che - a volte - basta un bambino ad indicare col ditino che certi re sono nudi, e che dietro certi paramenti "ideali" si nasconde un nulla che somiglia a un vero e proprio baratro di inconsistenza.
Mettere il nuovo sulle gambe scricchiolanti di qualche vecchio (e non parlo "solo" di età anagrafica), armandosi poi dell'autoconvinzione necessaria a pensare che queste siano le "magnifiche sorti e progressive" per mutare in meglio le sorti di uno Stato - o del mondo intero -, mi pare degno più di quanto ci narra Hans Christian Andersen ne I vestiti nuovi dell'imperatore che non del sentenziare inconcludente e ampolloso di qualche presunto "statista".