akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

15 marzo 2008

648.

Quella sera ti sporgevi dalla finestra aperta, le piccole onde del lago sembravano giocare a infrangersi contro di te e percepivi il flusso del tuo sangue in sintonia con loro, percepivi una leggera malinconia ma una totale sicurezza. D'improvviso, distogliesti per un momento lo sguardo e abbassasti gli occhi, in parte costretta, perché il mondo era di colpo mutato: anziché i flutti giocosi e familiari, iniziò a gonfiarsi la marea minacciosa della notte e a sollevarsi verso te con l'orrore delle sue mille disperazioni. E tu, che pure eri ancora signora e padrona di quella marea, ti sentisti perduta. Poi, però, fissasti nuovamente la notte come prima osservavi il lago, la attirasti a te con lo sguardo e il sangue, dall'infinità delle sue direzioni ne strappasti una, la tua, e la gettasti come un ponte dal tuo nucleo al cuore della notte. Poi l'orrore si dileguò, l'essenza si rilevò al tuo sguardo e la tristezza che portava in grembo non ti sembrò più terribile di quella negli occhi del tuo cane, perché ormai le eri diventata sorella.
Le direzioni infinite, le tensioni infinite e gli infiniti sentimenti ci seducono, ci scuotono e ci privano dei nostri diritti. E' a questo punto che pongo la mia direzione originaria fra le direzioni infinite che le si stratificano attorno, così come i misteri della notte si stratificano sulla linea del tuo sguardo, così come le masse rocciose si stratificano attorno all'asse verticale del mio corpo e ai miei passi che si inerpicano sulla montagna. Le fluttuazioni dell'infinito, le onde che si producono tra gli innumerevoli poli dell'essente, confondono il mio cammino; il loro numero è infinito, ma il mio cammino è uno, come la mia direzione. E tuttavia la loro totalità è solo l'asse orizzontale che taglia quello verticale e che ingenera una confusione che sollevo dalla mia vita...
Adesso io porto ciò che una volta mi portava: porto la mia vita.

Martin Buber
Daniel
Cinque dialoghi estatici