akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

15 febbraio 2008

633.


Rileggendo il libro IV delle Metamorfosi di Ovidio, mi sono improvvisamente resa conto di una potente metafora che aleggia sulle arti. Cercherò di spiegarla a me stessa meglio che posso.
Dunque, dopo aver sconfitto la gorgone Medusa, Perseo le recide la testa con la quale - semplicemente mostrandogliela - l'eroe trasforma il gigante Atlante nel monte che tutt'oggi porta il suo nome. Ma la storia - anzi il mito - continua; infatti da qualche goccia di sangue, caduta dalla testa mozzata del mostro, nasce Pegaso, il cavallo alato. Sarà il prodigioso animale, con un poderoso colpo dei suoi zoccoli, a generare la mitica fonte delle Muse (che non a caso, come ricorda Esiodo nella Teogonia, si chiamava anche Hippukrene).
Non so se mi spiego: la fonte che ispira e nutre la poesia epica, la storia, il teatro, la musica, la danza, la poesia d'amore, la lirica corale, la tragedia, la commedia, l'astronomia (perché queste erano le "arti" che le Muse incarnavano per i greci), insomma la fonte che alimenta tutto ciò che ancora oggi consideriamo arte (e forse anche "scienza"), sarebbe nata, o almeno consequenzialmente generata, da uno dei mostri più orribili concepiti dalla mitologia greca: la Medusa, appunto.
Non so a chi mi legge, ma a me l'interpretazione di questo mitologema è parsa subito potentissima.
E anche terribilmente attuale.

17 Comments:

  • At 15/2/08 9:29 AM, Blogger Kerub said…

    se vorrai sviluppare la tua interpretazione sarei interessato al tempa dell'attualità.

    un saluto.

    Kerub.

     
  • At 15/2/08 11:14 AM, Blogger amalteo said…

    affascinante insight.
    alle origini, dunque dell'atto creativo immaginale: "dalla testa mozzata del mostro, nasce Pegaso, il cavallo alato"
    Gaston Bachelard lo vde così:
    "La Fenice, immagine straordinaria, la Fenice, creatura semplice e definita della ricerca dei mitologi, può costrituire l'oggetto di una fenomenologia dell'immaginazione? ... se riuscissimo a provare che l'immagine dellla Fenice vive senza difficoltà nel linguaggio, se potessimo trovare esempi precisi in cui si veda la Fenice mantenere, assumere o ritrovare un'esistenza poetica, trionfo del linguaggio sublimato, avremmo dimostrato in in caso difficile, addirittura disperato, che la fenomenologia ci consente di prendre il via in nodo nuovo anche con le imma gini della tradizione"
    dopodichè Bachelard procede nelle sua ricerca attraverso sogni, pitture , poeti (eliot, sand, cyrano de bergerac, yves bonnefoy, claude vigèe,eluard), romanzieri che conosceva solo lui (john cowper powys, pierre jean jouve)) filosofi (nietzsche, jean wahl) ...
    per chiudere così il suo saggio:
    "la Fenice, creatura della grande contraddizione della vita e della morte è sensibile a tutte le bellezze contraddittorie. la sua imagine ci aiuta a legittimare le contraddiziioni della passione. ecco perchè, senza il supporto del mito antico, la Fenice rinasce senza posa nelle poesie. Essa è un archetipo eterno, un fuoco vissuto, poichè non è mai dato sapere se assume il significato nelle immagini del mondo esterno o la sua forza nel fuoco del cuore umano"
    da: Gaston Bachelard, Poetica del fuoco: frammenti di un lavoro,incompiuto, Red Edizioni 1990, pagg.57-86

    grazie

     
  • At 15/2/08 11:31 AM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Kerub, si potrebbe cominciare con la rilettura (accurata e non superficialmente "scolastica") della raccolta Giorno dopo giorno di Salvatore Quasimodo (unita magari alle - ancora oggi insuperate - sue traduzioni dai Lirici greci).
    Credo che la (ri)lettura consapevole di Alle fronde dei salici o Elegia o 19 gennaio 1944 o Uomo del mio tempo, riesca - meglio di quanto possano fare le mie parole - a far capire la "scaturigine orribile" di certa poesia lirica (che non per niente, nel caso di Quasimodo, qualcuno ha definito "epica").

    [Considera che sia Giorno dopo giorno, che le traduzioni dai Lirici greci, vengono alla luce nel triennio 1943-45. Da anni
    orribili qualcuno estrae un canto sublime.
    Questo è solo uno spunto, perché potrei continuare - solo per fare un esempio - con il Diario d'Algeria di Vittorio Sereni. Ma le concordanze potrebbero essere davvero molte - e anche ben più recenti-, e tu stesso penso ne potresti elencare numerosi altre].

    Amalteo, grazie a te per l'ottima citazione che, mi pare, corrobori l'idea di una "primogenitura" - diciamo così - atipica, rispetto a quella che si sarebbe soliti concepire per la poesia, la letteratura o l'arte in genere.

    Un saluto a entrambi.

    C.

     
  • At 15/2/08 11:38 AM, Blogger Clelia Mazzini said…

    P.S. Mi sono accorta che il link alla voce "mitologema" non si apriva. Visto che quella voce è assai importante nell'economia del post, credo sia giusto "notificare" che ora il collegamento è accessibile (e, a mio modesto avviso, tutto da leggere).

    C.

     
  • At 15/2/08 11:47 AM, Anonymous paolo said…

    Davvero molto interessante Clelia. Raramente capita di trovare qualcuno che per capire le cose di oggi guarda alla tradizione, in un blog almeno.
    Voglio ringraziarti per la tua gentilezza implicita sempre attiva in ciò che scrivi...

     
  • At 15/2/08 12:52 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Grazie a te, Paolo, per le tue parole "gentili".

    C.

     
  • At 15/2/08 1:08 PM, Anonymous PAR3RG0N said…

    interpretazione attuale quanto inattuale /
    la capacità di estrarre bellezza dal terribile infatti è andata scemando nei secoli, e mi pare che nell'attualità si sia via via sviluppata una sorta di bulimia che si traduce nella necessità di consumare il terribile sotto la forma di evento sensazionale /
    sto rileggendo alcuni passi di un libro dedicato al pittore gerard richter ed a un certo punto egli definisce la fede quale un modo di sopravvivere alla conoscenza dell'orrore / tutto passa attraverso la sapienza, attraverso lo sforzo penoso della conoscenza /
    mentre oramai l'orrore è percepito dalla maggioranza come qualcosa di esterno, in accezione ludica, fenomeno spettacolare e dunque perennemente insufficiente a calmare l'appetito superficiale dello spettatore / tutto ciò è l'antitesi del bello e della cultura, non credi?
    chissà - se mi sono spiegata /
    un saluto / P

     
  • At 15/2/08 1:31 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Ti sei spiegata benissimo, ma l'idea di associare la spettacolarizzazione di eventi (anche) drammatici al "bello" e alla "cultura" (parallelo che tu "certifichi" soltanto, poiché sono altri a teorizzarlo), mi pare una contraddizione in termini.
    Voglio essere chiara: sono d'accordo con te sul valutare l'ineluttabilità di un certo modo di "porgere" il contesto dei drammi attuali, non sono d'accordo con chi è alla base di questo modo di agire.
    Ecco perché sempre più spesso, e qui rispondo anche a Carlo, cerco nel passato (anche remoto) i termini di una più proficua "relazione" fra ciò che il genere umano era e fra quello che - oserei dire "purtroppo" - è oggi.
    Ma senza rimpianti, per carità, ogni era è giusto beva il suo "amaro calice".

    Quanto all'inciso sulla fede, mi tornano sempre a mente le parole di Totò in "Uccellacci e uccellini" di Pasolini, quando dice a Ninetto:

    Con la fede ci si crede, con la scienza ci si vede....

    E chissà perché, in questo periodo, esse suonano alle mie orecchie ancora più vivide...

    Ciao cara,

    C.

     
  • At 15/2/08 4:03 PM, Blogger Gioacchino said…

    Ciao, Clelia. C'è una cosa che, ogni volta si parli di mito, mi rimane oscura, ma non per questo meno pressante alla mente. Una questione generale, nonostante la sfocatura della mia coscienza/conoscenza, che si fa viva e che precede ogni mio pensiero sul mito. Essa è la seguente: è la costante "attualità" del mito, come si legge anche nell'estratto da Kerenyi, che mi lascia dubbioso. Da qualche parte devo aver letto alcuni studii che collegano il mito alla psicologia (oltre ai classici "miti" freudiani) o all'antropologia, in una visione cioè quasi sicuramente positivista del problema. Il fatto è che tali teorie non mi soddisfano, ma sembra si avvicinino al rintracciamento di un archetipo delle facoltà umane, relative all'immaginazione, all'espressione. Kerenyi dice: "si fissa", "si modella", etc., ma le immagini a mio avviso non si modellano, scaturiscono, etc. da sé. Da cosa, quindi? Che cos'è, in ultima analisi, la testa di Medusa per noi, per gli antichi aedi? So che la risposta non è semplice, né a portata di mano. Ti sarei già molto grato se scusassi i miei deliri letterari.

    Gioacchino

     
  • At 15/2/08 8:33 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Non ho bisogno di scusarti, poiché penso che in certe domande ci sia più fascino di quanto se ne possa trovare in qualche inadeguata risposta.
    Proverò comunque a replicare permettendomi però di spostare i termini della questione. Il mio approccio infatti era eminentemente ermeneutico e nelle mie piccole deduzioni non c'era assolutamente la pretesa dell'apoditticità. Amalteo parlava di "insight", ecco, quella è proprio la parola giusta - per me - quando tento di relazionarmi con il mito. So che ogni attualizzazione scientifica (penso a Jung, per esempio, ma anche a Freud) del mito è cosa complessa e va usata con cautela, e infatti mi sono guardata bene da entrare nel vivo di una questione che dovrei affrontare con ben altri strumenti.
    Dal lato letterario, o più in generale "artistico", direi che invece il cammino è più semplice, vuoi perché la linea di continuità che ci lega all'epica (o alla tragedia) antica non ha avuto (come nel caso della scienza) una reale soluzione di continuità, e vuoi anche perché questa "linea di dramma" - diciamo così - è insita nella stessa espressività umana, come formula frequente di reazione alla barbarie che ci trasciniamo appresso. Insomma, l'arte sarebbe la maschera che indossiamo quando vogliamo "trasfigurare" il primitivo che è in noi (Bachofen ce lo ha insegnato mirabilmente).
    L'attualizzazione del mito è dunque un percorso che procede verticalmente con la storia e orizzontalmente con l'antropologia; in tutti e due i casi credo si possa attuare in concreto quel processo di "collegamento" che, con il medium dell'arte, ci riavvicina un po' agli uomini che eravamo e ci consente (forse) di intravedere gli uomini che saremo.

    A presto (scusa per la lunghezza),

    C.

     
  • At 15/2/08 9:43 PM, Anonymous Kerub said…

    ho avuto, immediata, l'immagine di Marsia, massacrato e scuoiato da Apollo.

    un saluto un po' più inquieto.

     
  • At 15/2/08 11:12 PM, Blogger Solimano said…

    Preferisco attenermi alla orizzontalità dell'antropologia e seguire chi ha constatato che tutte le prime civiltà umane sono nate presso i fiumi, che rendevano possibile non avere sempre l'urgenza alimentare, quindi, diremmo noi, poter alzare la testa. E' il tempo libero, non il lavoro, la sorgente della cultura, anche perché nel tempo libero si può riflettere sul lavoro.
    Poi, credo all'importanza ed alla fecondità del Mito, in cui sono inseriti tanti miti piccoli che a volte sono ruscelli che finiscaono insabbiati, quindi occorre mantenere la globalità dell'approccio più che cercare conferme e sorgenti del tutto aleatorie: le fatiche di Ercole dicono molto, la singola fatica molto meno. So il rischio: la genericità, ma stiamo parlando di miti, non di teoremi e corollari, e non è un discorso di priorità o di prima o poi temporale: il mito richiede il mitografo, l'immagine l'iconologo, il teorema il matematico. Poi, su Jung e Freud sai come la penso: vanno assolutamente letti, meditati, fatti propri, ma non seguono il metodo scientifico. Se si parte da questa apparente riduzione, forse li si capisce meglio, e possono meglio esserci utili.

    saludos
    Solimano

     
  • At 15/2/08 11:43 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Kerub, hai ragione, l'esempio calza a pennello (però si dice che Apollo poi si pentì...).

    Solimano, grazie per il commento. Su Freud e Jung sono abbastanza d'accordo con te, anche se, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, si potrebbe dire che i due hanno un po' "allargato" l'orizzonte, riportandolo la scienza a quello che era in epoca rinascimentale, cioè un tutt'uno con l'apparato filosofico.
    Capisco però che si tratta di una forzatura e quindi la metto qui solo come mera testimonianza non vincolante.

    A presto,

    C.

     
  • At 16/2/08 10:19 AM, Anonymous Brianzolitudine said…

    Metafora assai complessa. Ne sarà felice Donatella Versace. ;)

     
  • At 16/2/08 10:26 AM, Anonymous Brianzolitudine said…

    @solimano: ancora non conoscevo questa tua weltanschauung popperiana. :)

     
  • At 16/2/08 2:25 PM, Blogger Gioacchino said…

    E' una lezione affascinante, la tua, pur rimanendo nel campo ideologico e lessicale dell'ermeneutica. Senz'altro ho spostato con estrema goffagine i termini della questione, senza rendermene veramente conto, perché difatti, certi aspetti collegati all'interiorità umana, la controparte dei quali la Storia rappresenta ora come Miti ora come - ad esempio - arte, io li vedo indissolubilmente uniti: considerare l'esistenza di diversi campi di ricerca, o di diversi linguaggi (tutti equivalenti da un certo punto di vista), mi appare in quei casi un po' pretestuosa: insomma, a volte, secondo me, la Cosa è il suo Linguaggio, o la sua Essenza, e non può essere divisa (in vari campi di ricerca, per esempio), o tradotta (nei relativi linguaggi tecnici), salvo ammettere che ognuno di noi abbia una visione parziale originata da una diversa... come dire...? Techné? Pur non essendo un purista, certe mescolanze mi spaventano; ma forse è seguendo il metodo "e negativo" che si scoprono le verità. Scusa, veramente, la mia lunghezza e la deviazione dal tema. Ciao,

    Gioacchino

     
  • At 16/2/08 2:30 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Ciao a te, caro, e grazie per la replica.

    C.

     

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