akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

05 febbraio 2008

616.1 A costo di apparire ripetitiva non mi stancherò mai di rimarcare il peso che la filosofia greca ha avuto nello sviluppo di quella che oggi chiamiamo, a torto o a ragione, "cultura occidentale". E lo ha avuto in termini molto originali, a differenza di tutto quanto si era sviluppato in ambito speculativo e culturale nel pensiero umano fino a qual momento. Primo perché non ha tratto origine da nessuna "rivelazione", poi perché non ha avuto un "libro" su cui fondare pagine e pagine di dimostrazioni indimostrabili, e infine perché non ha avuto bisogno di "tavole della legge" per fondare e orientare un percorso di conoscenza.
A pensarci bene "i libri" ci sarebbero anche stati: penso per esempio alla Teogonia di Esiodo o ai poemi omerici, ma le "teologie" in essi contenute, avrebbero fatto sorridere anche gli dèi che ne furono protagonisti (se mai fossero esistiti), tanto sono umane, esageratamente umane (persino Senofonte manifestò più volte il suo sdegno per questi "dèi", così pieni di difetti... umani).
E' vero, nella filosofia greca non c'è tutto quanto detto prima, però a pensarci bene c'è molto altro. Prima di tutto ci sono le domande, che in gnoseologia contano più delle risposte (mentre in teologia avviene l'esatto contrario); domande su come si è formato l'universo e con esso l'uomo e con quest'ultimo l'arte, la poesia, la dialettica, la logica e infine il male (che ai Greci però interessava come può interessare a un medico la secrezione biliare). Occorre notare che le domande sono cambiate nel corso dei secoli in cui è fiorita la filosofia greca, ma sono cambiate anche nel corso dell'opera di ogni singolo filosofo (basti pensare agli attributi dell'anima in Platone, o ai vari "motori intelligenti" di Aristotele).
Sì, è proprio bella la filosofia greca ed è bello leggere con onesto impegno le opere che l'hanno resa immortale (fossero solo i frammenti di Diagora di Melo o di Gorgia - superbo, a proposito, il n. 11 di quest'ultimo: "La forza della dialettica sta nei riguardi dell'ordine dell'anima allo stesso modo in cui l'efficacia dei farmaci sta nei riguardi dell'equilibrio del corpo").
Sembra esserci tutto in quelle domande, e sono domande "umane" che non hanno bisogno di "tutori", "padrini" o "sacerdoti".
Forsecerti uomini di oggi non vogliono più "meravigliarsi", forse hanno finito per amare più la briglia della corsa libera, il morso più della volontà di emancipazione e di progresso che da sempre ha contraddistinto la nostra specie.
E' un peccato che per respirare l'aria del futuro io sia costretta oggi a rifugiarmi in un passato tanto lontano. Un passato dove i pulpiti e gli amboni non c'erano ancora o, se c'erano, venivano presto abbattuti e sepolti a colpi di domande.
Domande peraltro bellissime, perché piene di stupefatta meraviglia.

616.2 Una volta Dionisio gli domandò come mai i filosofi vanno alle case dei ricchi, mentre dai i filosofi i ricchi non ci vanno. La risposta fu: "I filosofi sanno di cosa hanno bisogno, i ricchi no".
A un tale che gli proponeva di sciogliere un enigma rispose: "Perché, sciocco, vuoi sciogliere qualcosa che anche legato ci fa soffrire?"
Una volta fu ingiuriato e lasciò correre. L'altro lo inseguì: "Perché fuggi?" gli disse: "Perché se tu hai il privilegio di offendermi, io ho quello di non ascoltarti".
Un tale gli fece notare che vedeva sempre i filosofi a casa dei ricchi. "Anche i medici vanno dagli ammalati," disse "non per questo è meglio essere ammalati che medici".
Educò la figlia Arete magnificamente, insegnandole a disprezzare ogni eccesso. Un tale gli domando quale fosse il massimo risultato che si prometteva dall'educazione di un suo figlio. Rispose: "Che almeno a teatro non siederà come pietra su pietra".
Chiese ben cinquecento dracme a un tale che voleva fargli istruire il figlio. Il tale obiettò che per una somma simile poteva comprarsi uno schiavo. E lui rispose: "Allora compralo, così ne avrai due".
Qualcuno gli chiese che differenza ci fosse tra un filosofo e un ignorante: "Mettili nudi tutti e due" disse "e mandali in mezzo a gente che non conoscono, così lo saprai".
Soleva rimproverare gli uomini perché se devono comprare un vaso fanno la prova per sentire se suona bene, mentre non mostrano alcun criterio per giudicare la vita, che è bene assai più prezioso di un vaso.
[Diogene Laerzio, Vita di Aristippo di Cirene, in Vite dei filosofi, II, 8]

5 Comments:

  • At 5/2/08 12:02 PM, Anonymous Biz said…

    "le domande sono cambiate nel corso dei secoli in cui è fiorita la filosofia greca"

    Si, ma il fatto che a te - e anche a me - piaccia rileggerle formulate, significa che sono domande che ci toccano ancora.

     
  • At 5/2/08 12:31 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    E' vero.

    Quel che intendevo dire è che la filosofia greca, all'interno del suo percorso, non ha avuto un carattere dogmatico, non è rimasta cristallizzata in un mito d'origine; si è invece evoluta, percorrendo mille rivoli. Alcuni si sono essiccati, altri sono - per fortuna - diventati floridissimi e, in questo modo, sono giunti sino a noi, innervando di freschezza antica la filosofia e le scienze attuali.

    C.

     
  • At 5/2/08 5:39 PM, Anonymous Anonimo said…

    A ben vedere, la teologia � il luogo in cui si danno solo domande e nessuna risposta...
    E forse la "rivelazione" non � che uno fra i tanti cammini di "scoperta" (tutti vani eppure terribilmente fascinosi nella loro vanit�); una (ri)esumazione del Perduto attraverso un'attivit� speleologica che non conosce soluzione di continuit� prima e dopo i Greci.
    Sotto le ceneri dei dogmi, il doloroso sentimento del Perduto vivifica una brace che non si spegner� se non con l'ultimo degli esseri umani.


    Un saluto

    Alberto

     
  • At 5/2/08 8:53 PM, Blogger Clelia Mazzini said…

    Ecco, Alberto, direi che quel "perduto" lì è una delle poche cose che non mi interessa di (ri)trovare.
    La mia ricerca si orienta altrove e quello iato che collochi tra "quel" prima e "quel" poi è quanto di più interessante mi pare sia capitato a noi esseri umani.
    Forse perché, per la prima volta, e spero non per l'ultima, siamo stati protagonisti unici del nostro pensare speculativo.

    Ciao e grazie per l'intervento.

    C.

    ...Per quanto riguarda i moti, e le rivoluzioni, e il sorgere e il tramontare, e gli altri fenomeni simili dei corpi celesti, non bisogna credere che ci sia qualche essere a ciò preposto e dia, o abbia dato, ordine ad essi, e nello stesso tempo goda della più completa beatitudine e dell'immortalità.
    [Epicuro - in Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, X, 97]

     
  • At 6/2/08 9:02 AM, Anonymous Anonimo said…

    Vedi Clelia, la sete di conoscenza nasce da un'ansia dell'incompiuto, ovvero, specularmente, da una vaga idea motrice che un compiuto non sia ancora risolto; e non intendo "ancora" in senso temporale. E questa tensione verso la compiutezza riverbera dietro le domande dei filosofi, dietro un endecasillabo o tratto di pennello, dietro ad una sequenza irrisolta di equazioni matematiche. Ecco cosa intendo per Perduto. L'idea di una perfezione ancestrale che continuamente (ri)scopriamo. L'idea che (ri)scoprì Cartesio nelle sue Meditazioni.

    Grazie a te.
    Buona giornata.

    Alberto

     

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