akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

30 novembre 2007

La "negatività" calviniana (si veda Dall'opaco e il finale delle Città invisibili) è una concreta bussola che funziona benissimo per orientare e individuare. Il negativo c'è ed è già qualcosa. Come il "poco". Non a caso uno dei suoi ultimi testi narrativi, la tarda cosmicomica Il niente e il poco, inneggia al "poco" generato dal "niente" (che poi non è così poco)...

Giorgio Bertone
da Italo Calvino
Il castello della scrittura

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Marilia Piccone su StradaNove recensisce La strada dell'amatissimo Cormac McCarthy.

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Passarono anni e guerre su noi uomini. A volte ci accorgevamo della nostra età ancora giovane: uno specchio, una data, gli occhi di una donna bruciavano davanti a noi le avventure innumerevoli e caduche su cui s'era arrovellata la nostra adolescenza. (I nostri simili sono, in questo fiorire del cuore ad ogni stagione più forte e più stanco, le piante che tutelano l'arsura che ci opprime). La fanciulla dal cappotto rosso-casentino fu anch'essa un'immagine per la retorica dei giorni qualunque su una sedia di caffè...
Facemmo lunghe girate insieme per la nostra città, nottambuli e poveri, parlando di noi e del nostro passato come due complici. Per quanto io le chiedessi della sua adolescenza, essa preferì non parlarne.
"Ne ho come un incubo" diceva, "eppure io la vissi come un gioco, come cantando."
"Tu cantavi?" le chiesi.
Ella rise, nella notte, si strinse più forte al mio braccio, disse:
"Come si canta tutti da ragazzi."
Riusciva a distrarre, ogni volta, la mia curiosità. Io non trovai modo di dirle chi essa fosse stata, ancora come un gioco o un pegno d'affetto.

Vasco Pratolini
da Diario Sentimentale

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Oggi ho letto il piccolo libro di Ornela Vorpsi, La mano che non mordi, scritto in un italiano caldo, quasi esotico, che mi ha fatto "vivere" e vedere la nostra lingua in una prospettiva che forse noi italiani, ormai, non conosciamo più.

Ormai sono una perfetta straniera. Quando si è così stranieri, si guarda il tutto in modo diverso da uno che fa parte del dentro.

C'è malinconia in queste pagine, ma anche speranza; c'è nostalgia, ma ci sono anche sprazzi di serena e consapevole voglia di guardare avanti verso l'ignoto.
Si tratta di un'opera matura, degna del primo libro di Ornela, Il paese dove non si muore mai, che mi aveva piacevolmente colpito per la sua leggera profondità (e con la Vorpsi ogni ossimoro non è mai casuale, basta leggere per esempio le bellissime prose fotografiche - o foto prosastiche? - di Vetri rosa, operina a metà tra il diario giornaliero e la narrativa).
Se qualcuno volesse capire un po' meglio cosa accade dall'altra parte dell'Adriatico (dove si scrivono romanzi nella nostra lingua senza che quasi ce ne accorgiamo), le prove narrative di questa autrice sono un buon viatico.
Nessuno credo (e spero) ne resterà deluso.

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Pochi, non lunghi canti ha Erinna,
ma il suo breve poema toccò la Musa.
E non cadde così dalla memoria,
né mai potrà oscurarla
la cupa ala della nera notte.
Noi invece, nuovi poeti innumerevoli,
in un cumulo immenso, dimenticati
stiamo a marcire. Vale di più il breve
canto del cigno che il gracchiare lungo
di cornacchie alle nuvole
di primavera.

Antipatro di Sidone
dall'Antologia Palatina
[Versione di Salvatore Quasimodo]


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29 novembre 2007

Il rapimento contemplativo davanti a un paesaggio naturale non si esaurisce in un breve momento, ma ci porta a un angolo della memoria che è insieme nostro e di tutti.

Vernon Lee
da The Handling of Words and Other Studies in Literary Psycology

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Uno speciale a più voci sul tema Divulgare Omero. (Dal sito Treccani).

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[Brani tratti da Sesto Empirico]

Gorgia da Lentini fu del gruppo di coloro che escludono una forma assoluta di giudizio[...]. Infatti nel suo libro intitolato Del non-essere egli pone tre capisaldi, l'uno conseguente all'altro. Eccoli.

Nulla esiste.
Se anche qualcosa esiste, non è comprensibile all'uomo.
Se pure è comprensibile, è per certo incomunicabile e inspiegabile agli altri.

Che nulla esiste, lo argomenta in questo modo: ammesso che qualcosa esista, esiste soltanto o ciò che è o ciò che non è. Ma né esiste ciò che è, come dimostrerà, né ciò che non è, come ci confermerà; né infine, come anche ci spiegherà, l'essere e il non essere-insieme. Dunque, nulla esiste.

E invero, il non-essere non è; perché, supposto che il non essere sia, esso insieme sarà e non sarà; che in quanto è concepito come non-essere, non sarà, ma in quanto esiste come non esistente, a sua volta esisterà; ora; è assolutamente assurdo che una cosa insieme sia e non sia; dunque, il non-essere non è. E del resto, ammesso che il non-essere sia, l'essere non esisterà più; perché si tratta di cose contrarie tra loro; sicché se del non essere si predica l'essere, dell'essere si predicherà il non essere. E poiché l'essere in nessun modo può non essere, così neppure esisterà il non essere.

Ma neppure esiste l'essere. Perché, se l'essere esiste, è o eterno o generato, oppure è insieme eterno e generato; ma esso non è né eterno, né generato, né l'uno e l'altro insieme, come dimostreremo; dunque l'essere non esiste. Perché se l'essere è eterno (cominciamo da questo punto), non ha alcun principio...

Gorgia
da Encomio di Elena
Ed. Nuova Italia, 1967

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Un'ottima pagina di traduzioni da Seamus Heaney curate da Erminia Passananti. (Da Poiein).

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Una breve - ma intensa - recensione di Loredana Lipperini a Una storia romantica di Antonio Scurati. (Da Mente & Cervello).

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Se la parola coglie nel segno,
se in arco breve sa concentrare molta sostanza,
il poeta è meno esposto al biasimo degli uomini:
giacché la noia smussa l'effetto delle pronte attese...

Pindaro
dalla Pitica I

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28 novembre 2007

Sono sette le voci femminili, come sette sono i peccati capitali. C'è Anna, la protagonista, poi Caterina, sua figlia, e poi sua madre Mania e altre donne ancora che lasciano scorrere le loro parole in maniera sempre più eccentrica rispetto alla trama iniziale. Quest'ultima inizia in un modo che può sembrare scontato, ma che scontato non è mai: e cioè con un apparente tradimento. Quello che patisce Anna, appunto, una donna dalla vita moderatamente tranquilla, due figli, un impiego statale e due lauree, che forse non le sono valse la soddisfazione che si attendeva. E' sposata con un avvocato affermato il quale, a un certo punto, pensa bene di farsi ritrarre in foto con una ragazza molto attraente. Anna scopre la foto e piano piano scivola in una condizione che non le è propria, una condizione che le fa perdere a uno a uno tutti i punti di riferimento che fino a quel momento avevano imbastito la sua esistenza. Ecco dunque l'arrivo alla parte centrale della narrazione, laddove la trama si confonde in una lunga sequenza di voci intermittenti che, ad una ad una, introducono i sette peccati capitali. Nuovi personaggi si affacciano alla ribalta, e con loro nuove ambientazioni, fino ad arrivare a un epilogo spiazziante, che lascia il segno.
Il romanzo di cui parlo è Le donne della sua vita della scrittrice greca Lena Divani.
Non capita molto spesso che io mi lasci catturare tanto intensamente da un'opera, oltretutto di un'autrice che non conoscevo affatto, ma il romanzo è denso di tracce tutte da elaborare con letture successive, le quali mi aiuteranno a captare una per volta le varie voci di donna che, vista l'origine della scrittrice, si fanno spesso "coro" (mantenendo ognuna però la propria specifica qualità). Una partitura a più voci tessuta con abilità, eseguita con efficacia e risolta con sprazzi di intelligenza che, non esagero se lo dico, a volte mi pare rasenti il capolavoro.
Devo assolutamente leggere (e presto) qualcos'altro di Lena Divani.

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Quando sento parlare di "creazione" tendo sempre a distrarmi.
Forse se qualcuno pronunciasse il sostantivo al plurale, presterei maggiore attenzione.
Sì, a sentire "creazioni" penso che mi soffermerei un po' a riflettere. Qualche istante appena, non di più, quanto basta insomma per "creare" un pensiero che eluda il fascino dell'incomprensibile e mi faccia tornare - il prima possibile - con i piedi per terra.

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Una pregevolissima pagina dedicata a Yves Bonnefoy dall'altrettanto pregevole sito La bottega dell'elefante.

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Dal numero 22 della rivista telematica Recensioni Filosofiche segnalo questo interessante articolo di Silvano Zipoli Caiani dedicato a Cosa c'entra l'anima con gli atomi. Introduzione alla filosofia della scienza di Mauro Dorato.

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E ti basti una sera
ancora come questa,
sul fiume,
nel tiepido inverno
che tutte le foglie
ha lasciato sui platani,
fermi a un immaginario
Ottobre di mosaici;

ti basti il calmo fuoco
delle nuvole, ora che il cuore
a poco a poco si fredda e scende
così cupo l'inverno dell'anima.

Giorgio Vigolo
da Linea della vita
ed. Mondadori, 1949

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27 novembre 2007

Quando la nostra vita umana giaceva per terra
turpemente schiacciata da una pesante religione
che mostrava dal cielo la sua orribile faccia
sopra i mortali, per la prima volta un uomo mortale,
un Greco, osò contro di quella alzare lo sguardo
e per primo resisterle contro; né la fama dei numi
né il fulmine lo distrusse, né la minaccia del cielo
strepitoso lo spaventò; ché anzi il desiderio gli crebbe
più acre e più forte lo strinse, di rompere
egli per primo le porte serrate della natura.
E vinse la forza dell'animo; e andò lontano, solo,
di là dalle fiammanti barriere dell'universo
e tutto l'immenso attraversò con la mente
illesa, e a noi vittorioso ritorna e ci svela
il segreto dei corpi che nascono e come alle cose
è fisso un termine e limitato il potere.
Così la religione fu calpestata sotto i piedi mortali
e quella vittoria ci solleva alle stelle.

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Humana ante oculos foede cum vita iaceret
in terris oppressa gravi sub religione,
quae caput a caeli regionibus ostendebat
horribili super aspectu mortalibus instans,
primum Graius homo mortalis tollere contra
est oculos ausus primusque obsistere contra;
quem neque fama deum nec fulmina nec minitanti
murmure compressit caelum, sed eo magis acrem
inritat animi virtutem, effringere ut arta
naturae primus portarum claustra cupiret.
ergo vivida vis animi pervicit et extra
processit longe flammantia moenia mundi
atque omne immensum peragravit mente animoque,
unde refert nobis victor quid possit oriri,
quid nequeat, finita potestas denique cuique
qua nam sit ratione atque alte terminus haerens.
quare religio pedibus subiecta vicissim
opteritur, nos exaequat victoria caelo.

Tito Lucrezio Caro
De rerum natura
vv. 62-79
(versione di Enzio Cetrangolo)

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26 novembre 2007

Dal silenzio al dialogo, e al dialogo tutto interiore con chi offre i propri pensieri senza pensare troppo né a chi li raccoglierà, né ai benefici (o ai danni) che questi potranno dare a chi lo farà:

...A questo proposito, un testo heideggeriano significativo è quello costituito dalle lezioni tenute a Friburgo nel semestre invernale 1951-52 e pubblicate nel 1954 col titolo Was heisst Denken? (ed. ital. "Che cosa significa pensare?", 1978). Nel passaggio dalla settima all'ottava edizione, Heidegger invitava a essere "sempre preparati a lasciare che i nostri tentativi di pensiero vengano respinti da ciò che nel pensato dei pensatori è impensato" e ricordava Kant come "un filosofo che conosceva molto bene queste cose". "Kant - affermava Heidegger - parla di sbilanciamenti (Umkippungen). Ma può sbilanciarsi soltanto chi sta in piedi, e stando in piedi cammina, e camminando resta sul sentiero. Questo sentiero porta di per sé al dialogo con i pensatori; ma per giungervi non è necessario che i pensatori vengano presentati storiograficamente". Il dialogo di pensiero è, infatti, come Heidegger scriveva in quegli stessi anni nella Prefazione alla seconda edizione di Kant e il problema della metafisica, soggetto a leggi ben diverse da quelle della filosofia storica. In questo dialogo esistono due possibilità di incontrare i pensatori: "o andare loro incontro, o andarvi contro". Andare incontro al pensato di un pensatore significa "rendere ancora più grande ciò che in lui è grande" e giungere "nell'impensato del suo pensato"; andando contro, al contrario, non si farebbe altro che "rimpicciolire già anticipatamente ciò che in lui è grande".

Alberto Altamura
da Pensiero e narrazioni
Modelli di storiografia filosofica

a cura di Giuseppe Semerari

Nell'andare incontro o nell'andare contro, dunque, è inscritto il segreto del dialogo più proficuo. Regola, questa, che non credo valga solo per i pensatori, ma anche per i frequentatori del pensare semplice (nella versione del participio presente e passato del verbo: siano cioè essi pensanti o pensati).
Devo dire che mi sono sempre trovata più a mio agio con la prima istanza, anche se - ovviamente - non ho mancato di conoscere la seconda, comunque utile, non fosse altro perché permette di selezionare bene gli appartenenti alla propria "rete sociale". E a proposito di rete, riflettevo sul fatto che questi principi heideggeriani sono abbastanza facilmente applicabili anche al contesto dell'internet (e anche in questo caso mi è facile scegliere da che parte stare).

° ° °

Secondo il dettato ciceroniano, Zenone stabiliva essere la passione (páthos) come "un movimento dell'anima che devia dalla ragione e che per questo va contro natura" (Stoici antichi, fr. 205).
Che la passione faccia spesso deviare dalla ragione lo posso comprendere e accettare, che vada "contro natura" mi lascia un po' più perplessa. Se prendo per buona l'affermazione di Thomas Henry Huxley , quando scriveva che "la natura è rossa di sangue nei denti e negli artigli", ben venga allora la "passione altruistica" (solo per fare un esempio), dato che ci fa superare la nostra stessa ferinità.
Ma forse Zenone non concepiva la nostra specie come cosa scissa dalla natura (come invece tendiamo a fare - erroneamente - noi oggi), e quindi ogni impulso che - secondo il filosofo - ci allontanava dal nostro punto di riferimento originario, risultava essere ai suoi occhi deleterio.
Perché è vero che nell'uomo ci sono passioni e passioni.
Prima ho citato quella attraverso la quale si genera l'altruismo, ma non vorrei passare per sprovveduta. So bene che nella nostra specie la passione per la clava non si è mai del tutto sopita...

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Aspetterete molto a lungo qualcosa
che accada in cielo oltre i banchi di nuvole
e le Stelle del Nord pungenti come nervi.
S'incrociano il sole e la luna, ma non si toccano mai,
non fanno sprizzare scintille, né con fragore collidono.
Sembrano intersecarsi in orbite i pianeti,
ma nulla mai avviene, nessun danno.
E anche noi con pazienza possiamo durare la vita
e altrove guardare che non alle stelle e alla luna
e al sole per i colpi, per i mutamenti
di cui abbiamo bisogno per non impazzire.
E' vero che in pioggia finirà la lunga arsura
e la più lunga pace in Cina nella discordia:
ma questo non premierà l'attesa di chi veglia
sperando di vedere infranta la quiete del cielo
in quel momento suo con i suoi occhi. E' una calma
che sembra senz'altro sicura per questa notte.

Robert Frost
da Addio, proibito piangere e altri versi tradotti
da Giovanni Giudici

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25 novembre 2007

L'ascolto è oggi una virtù o una condizione ai limiti della temerarietà?
Di sicuro è una posizione chiave da concepire nel momento dell'indagine sulle cose; però è anche una qualità dell'ente stesso che si va investigando (che è sempre lì, pronto a farsi trovare).
Senza l'ascolto non solo l'intuizione dell'esistenza di qualcosa che va oltre la mera "fattualità" sarebbe impossibile, ma - a pensarci bene - non sarebbe nemmeno immaginabile.

° °

Fosse l'ultimo amore il tuo
pur direi a me stesso: "Ama.

Soffrire è godimento, è pena:
tagliarsi le vene è saggio.
Non morire è un passo accorto
che puoi fare per coraggio
se morte è tutto, e nulla
è la vita".

Così ascolto le sirene dell'oltraggio
e tutto il pianto di cui ero capace
ormai fa parte di un viaggio
che non riguarda più la mia carcassa.

Ascetico e sensuale e senza tempo
vivo fra piazze e strade di Roma.

Ascolto voci sotterranee che dicono
che il mio giorno è finito. Ma vivo
resto e mi trascino in vita, cara
vita che persi tutta d'un botto

ferocemente entrando nella vita.

Del resto l'infanzia è lontana,
l'adolescenza sparita: la rappresentazione
è quasi finita. Signori, si chiude!

Dario Bellezza
da Invettive e licenze, VI
Ed. Garzanti, 1971

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23 novembre 2007

Nel pomeriggio, sedendomi brevemente sulla panchina sotto il tiglio gigantesco del giardino a Ovest (migliore luce per lui, rispetto agli altri, non c'è che dire), riflettevo sul fatto che il valore assoluto in poesia - che è così palese in certi autori da non aver bisogno di una "ratifica estetica" (e che anzi la trascende in pieno) - non credo nasca da un discorso prettamente "sentimentale" (nostalgia o rimpianto per tutto ciò che quei versi evocano; dolore per l'empatia sul tema; entusiasmo legato al momento della lettura; desiderio di somigliare, almeno in minima parte, all'autore, ecc.). No, leggendo e rileggendo il libro¹ che avevo preso per accompagnarmi nella breve passeggiata invernale, mi sono resa conto che certe "creazioni" hanno valore - per così dire - "ontologico", e cioè colpiscono grazie alla loro stessa, unica esistenza, a prescindere che esse evochino in noi spunti di affinità o, meglio ancora, sentimenti di appartenenza.
I versi "veri" restano immutabili, resistono - così pieni del valore originario che il poeta ha saputo imprimere in loro - come testimoni dell'attimo che li ha generati e poi trasmessi nell'universo del detto, per arrivare - intatti e perfetti - a me che di quell'universo colgo solo i caratteri "nebulosi" propri di ciò che è scritto. Eppure non è complicato percepire quella eco del big bang ispirativo originario.
Perché le parole sono il timbro e il ritmo del vivere e, una volta "rivelate", finiscono per rappresentare in noi (anche se provenienti da galassie ispirative tanto lontane) nuove prospettive dense di valore significante.
E' forse questa la genesi dell'indicibile senso di appagamento che, a lettura terminata, mi porta ad alzarmi per tornare verso casa, non prima di aver lasciato però una carezza sul tronco del gigante che ha accompagnato tanto discretamente questi miei pensieri sul vivere.

° °

C'è un terzo modo di essere:
l'essere senza essere, la pienezza del vuoto,
ora senza ore e altri nomi
ove si espone e si disperde
nelle confluenze del linguaggio
non la presenza ma il suo presentimento.
I nomi che la nominano dicono: nulla,
parola a doppio taglio, parola tra due vuoti.

Octavio Paz
da ¹Vento cardinale
Ed. Mondadori, 1984

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22 novembre 2007

Il tempo sa vivere per un istante immenso, quando vuole. Ma sa morire in fretta, nella maniera più veloce che esista, quando non lo vuoi tu.

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Perdonami se poi non ti ho scritto, perdonami se appartengo a quella schiera di "guerrieri che dal nulla lanciano al vento le loro parole inutili". Perdonami per il tempo che non ti ho dato, per il respiro che non ti ho reso, per tutto quello che avrei dovuto dirti e non ti ho detto.
Il male comune si dice che dimezzi ogni pena; il dolore solo nostro, invece, ci rende vigili e umili. Pronti a chiedere perdono anche a chi non lo merita.

° ° °

Qualcuno, oggi, mi ha forse ricordato (me ne sono resa conto dal vento strano che mi ha seguita passo dopo passo, anche se mi voltavo, come se volesse parlarmi).
So che è pura follia sondare l'infinito che non è stato e non sarà mai. Ma qualcosa in me vuole farlo e lo farà, che io lo voglia o no.
Io non chiamo nessuno, però qualcuno mi chiama. Rispondere? Fingere di non sentire?
L'importante è non avere paura del giorno che nasce: le risposte, se necessarie, arriveranno. Oppure resteranno qui, a loro discrezione, senza che io le invochi, senza che qualcuno le pretenda.

° °

Com'è sempre bravo il cuore nini come non sbaglia mai
stamattina in Detroit di ferro lungo la così chiamata Cass
mentre arrancavo via controvento in fretta nella dura gelida luce di qua

lui m'è sfuggito a un tratto a sinistra dentro un vicolo laterale
ma che dico un vicolo! dentro una pura fessura da sorci e da micie
e da cicche mezza al buio fra due nere muraglie a strapiombo -
e di laggiù proprio di laggiù dal fondo d'una qualsiasi
povera penombra senza nome alfine ce l'ha pur fatta
a ritrovarti

Giorgio Bassani
Per lettera
da "In gran segreto"
Ed. Mondadori, 1974

°

21 novembre 2007

Ci sono versi poetici che martellano nella mente come pochi altri, che producono infrazioni non solo semantiche, che dilatano e poi riaggregano concetti che vanno ben al di là della mera letterarietà (sconfinando certe volte nella metafisica, altre volte nella pura spiritualità).
La parola letta nel contesto di un verso occupa e al contempo libera spazi di senso che sembrano rimettere tutto in discussione, almeno per il volgere del breve periodo di lettura di una lirica. In rari, preziosissimi casi tutto viene sovvertito, anche quelle realtà inconsce che - all'apparenza - parevano granitiche.
Certo non è solo una questione di "parole" o di "versi", a tutto ciò si aggiunga infatti anche quello che si pensa di trovare nel brano lirico, in quello spazio "ricreato" ex novo da quella "sovversione" di cui parlavo poc'anzi (per quel che mi riguarda, infatti, io leggo con gli occhi della mente rivolti a qualcosa di cui sono in cerca).
Ricerca e "rigenerazione" di uno spazio divenuto forse troppo asfittico sono alla base - e lo diceva con ben più autorevolezza di me Genette (in quel saggio fondamentale che è Figure) - dell'irregolare (ma preziosissima) unicità dello spazio poetico, dove è importante non solo ciò che è tangibilmente scritto, ma anche tutto quello che è sospeso e non detto. Quest'ultimo è ciò che genera, ha generato e genererà ancora la necessità del troncamento del verso, la ricerca della quintessenzialità dello spazio bianco fra un verso e il successivo che, liberandosi dal vulnus di quella cesura (che - sono convinta - ogni poeta avverte con orrore, ma insegue con passione, stretta com'è tra la purezza del verbo , la leggerezza dell'aria e il terrore del baratro sottostante) lascia a noi lettori l'eco infinita, struggente e necessaria del canto poetico.
Ho scritto tutto questo pensando al poeta che ultimamente frequento con più costanza, Vittorio Sereni, e alla capacità che lui ha sempre avuto di ravvivare - con la sua lirica che mi offre sempre, ad ogni rilettura, nuove sonorità e, soprattutto, nuove "spazialità" - le mie giornate lente, dove la ricerca (tutta esterna da me) del senso della vita, lascia spesso il posto a una tensione verso l'interno, verso l'io profondo.
Quasi che tutto ciò che di nuovo io possa in futuro incontrare, l'abbia già nascosto in me e quindi solo da riscoprire. Come qualcosa lasciato in fondo all'ultimo cassetto in gioventù e ritrovato, anni dopo, quando mai più si pensava di averlo conservato. O come certi amici, di cui si è perduta ogni traccia, e di cui ti arriva - improvvisa e inattesa - una lettera scritta con caratteri d'oro.

° °

Sono andati via tutti -
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: - Non torneranno più -.

Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari... Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.
I morti non è quel che di giorno
in giorno va spiegato, ma quelle
toppe d'inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non
dubitare, - m'investe della sua forza il mare -
parleranno.

Vittorio Sereni
La spiaggia
da "Gli strumenti umani",
ed. Einaudi, 1965
ora in Poesie


°

20 novembre 2007

Il desiderio non si interrompe, come non s'interrompe l'atto, la potenza, il fine che sta alla base del desiderare e cioè l'amore. Dico dell'amore perché di esso sono propri tutti i movimenti messi in fila per farlo continuare a esistere; non c'è alcun accanimento, la catena incidentale è completamente libera e naturale. Si tratta di un atto semplice che sussiste finché non se ne revoca la chimera che lo evoca.
Ho associato l'amore al desiderio, e questo ha un suo senso, anche se non si tratta del senso proprio dell'amore. Possono esistere infatti altre forme dell'amore, come quello pacificato, per esempio, che ha superato insidie terribili per poi esaurirsi e rimanere inglobato come un insetto nell'ambra che lo preserverà per sempre. Ma non è di questo che voglio occuparmi.
A me interessa lo slancio vitale dell'anima che tende verso qualcosa che non possiede: questo è il desiderio, questa è la linfa del sentimento. Tutto sta nel non fare esaurire questa forza: che l'obiettivo sia disponibile o meno, che esso sia raggiungibile o meno, non ha importanza. La potenza dell'atto è tutta in questo slancio. E' qui che prende forma l'amore, il Fanes da cui tutto inizia, il prōtógonos, l'uovo primordiale che muove la vita e che la alimenta.
Io non ho perduto questo slancio, io non ho perduto l'amore.
Ho perduto te, e questa è un'altra cosa.

° °

Non ti scrivo per quello. Capisco
bene come succede. Anch'io ti scrivo
solo oggi gli auguri del caso.
Non ti chiedo perché non hai risposto
ancora alle mie lettere. Lo so
come succede: si rimanda, si
rimanda indefinitamente
e, prima ancora che per sé,
si muore
negli altri.

Daria Menicanti
Biglietto natalizio a Giulio
da "Poesie per un passante"
ed. Mondadori, 1978


°

19 novembre 2007

La felicità non credo possa essere rincorsa. Semplicemente succede che - a volte - si manifesti. E allora può capitare che, con il senno di poi, si possa rimpiangere di non averla colta. Ma inseguirla è impossibile, stringerla ancora meno. E' sabbia nelle mani; ne resta poca, appiccicata al sudore della passione perduta, del perduto impeto messo in atto per trattenerla.
Con la sabbia si fabbrica il vetro e con il vetro le lenti per guardare da lontano la felicità che passa.
Perché passare passa, è di tornare che non ne vuol sapere.

° °

Felicità non t'ho riconosciuta
che al fruscio con cui ti allontanavi...

Camillo Sbarbaro
da Fuochi fatui
ed. Scheiwiller, 1956
ora in Opera in versi e in prosa

°

18 novembre 2007

Squarci nella notte

I poeti amano la notte in cui tutto sparisce, che tutto cancella. Alla notte Novalis dedica inni. Ma la notte cantata dai poeti non è la vera notte. Non è la vera notte che ci largisce l'intimità del sonno. Il sonno è morte apparente, è fuga dalla morte, è l'astuzia grazie a cui il giorno può difendersi dalla vera notte. La notte conosciuta e ricercata come riposo protegge dall'altra notte che è destinata a restare per noi assolutamente e irriducibilmente altra. L'altra notte non ci accoglie, non si apre, resta al di là della nostra portata: da essa si è sempre fuori . Essa è il Castello inaccessibile. La prima notte ci difende dalla seconda, dall'altra. Il sonno è appunto ciò che ci preserva. ma il sonno può venir solcato dai sogni, da messaggi oscuri affioranti dalla regione da cui il sonno stesso ci allontana. Il sogno è simile all'immagine, ha due lati, due versanti, di cui quello oscuro è il tramite grazie al quale l'altra notte può entrare nella nostra notte. Grazie al sogno la notte può diventare la trappola dell'altra notte. Il sogno consente all'altra notte di avvicinarsi a noi. L'avvicinarsi a noi dell'altra notte coincide con l'avvicinarci di noi a essa, ma avvicinandoci a essa noi ci allontaniamo da noi stessi. L'avvicinarsi della notte può venir presagito, come avvicinamento a quell'essenziale che senza tragua viene ricercato. Ma nel momento stesso in cui chi cerca crede di essere giunto nel cuore della notte, dell'essenza nascosta che cerca, ecco che in quello stesso istante egli si abbandona all'inessenziale e perde ogni possibilità. Non c'è mai un momento esatto in cui si passa da una notte all'altra.
In quell'istante (vagheggiato, presagito, ma mai vissuto) il soggetto non può non perdere completamente se stesso.

Tito Perlini
dalla prefazione a Lautréamont e Sade
di Maurice Blanchot

° ° ° ° ° ° ° ° °

Aspetta che scenda la temuta notte, che scompaia
la luce dal crepuscolo, e ruoti
la terra sul suo asse.
Questa è la verita di questa sera incerta
sui cespugli di acacie e sulle case
questa è la sua misura - un acro di deserto.

Sopporta i tuoi pensieri dentro il buio
che avanzino in fitte di memoria.
Puoi schierarli fino a crinali di spavento
fissarli vacillare quando la pianura si oscura
attenderne il ritorno ora che il cane tace
e la mente si spegne
per un attimo forma senza male
anima del geranio
teso sulla ringhiera.

Antonella Anedda
da Notti di pace occidentale

° ° ° ° ° ° ° °

Meno male che nella stazione c'era il caffè aperto tutta la notte, ampio, bene illuminato, con le tavole apparecchiate, nella cui luce e nel cui movimento si poteva in qualche modo ingannare l'ozio e la tristezza della lunga attesa. Ma erano dipinti sui visi gonfi, pallidi, sudici e sbattuti dei viaggiatori una tetra ambascia, un fastidio opprimente, un'agra nausea della vita che, lontana dai consueti affetti, fuori dalla traccia delle abitudini, si scopriva a tutti vacua, stolta, incresciosa.
Forse tanti e tanti s'erano sentiti stringere il cuore al fischio lamentoso del treno in corsa nella notte. Ognuno di essi stava lì forse a pensare che le brighe umane non hanno requie neanche nella notte; e, siccome soprattutto nella notte appaiono vane, prive come sono delle illusioni della luce, e anche per quel senso di precarietà angosciosa che tiene sospeso l'animo di chi viaggia e che ci fa vedere sperduti sulla terra, ognuno di essi, forse, stava lì a pensare che la follia accende i fuochi nelle macchine nere, e che nella notte, sotto le stelle, i treni correndo per i piani bui, passando strepitosi sui ponti, cacciandosi nei lunghi trafori, gridano di tratto in tratto il disperato lamento di dover trascinare così nella notte la follia umana lungo le vie di ferro, tracciate per dare uno sfogo alle sue fiere smanie infaticabili...

Luigi Pirandello
da Notte
in Novelle per un anno

° ° ° ° ° ° °

Ogni ostacolo leggendario si frappone tra noi,
la lunga pianura immaginaria,
il mucchio mostruoso di montagne
e, oscillante nella notte,
inondando il Sacramento, San Joaquin,
il flusso sibilante della pioggia invernale.

Ho aspettato tutto il giorno, spostandomi
nervoso dalla stazione al bar quando vedevo un altro treno partire,
il San Francisco Chief o
il Golden Gate, con l'acqua che colava
dalle grandi ruote flangiate.

Sei arrivata a mezzanotte, pallida
sotto la luce del facchino nero.
Ero troppo accecato dalla pioggia
ed esitavo a parlare,
ma mi sono sporto dal binario
fino a quando le nostre mani gelate si sono toccate.

Avevi viaggiato per giorni
con una vecchia signora, che disegnò
un cerchio nero sul vetro
con il guanto, per guardarci
muovere nel buio umido
e baciarci, ancora incapaci di parlare.

John Montague
trad. di Teresa Maresca

° ° ° ° ° °

Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina. Don Abbondio in vece non sapeva altro ancora se non che l'indomani sarebbe giorno di battaglia; quindi una gran parte della notte fu spesa in consulte angosciose...

Alessandro Manzoni
da I promessi sposi

° ° ° ° °

Gelida messaggera della notte,
sei ritornata limpida ai balconi
delle case distrutte, a illuminare
le tombe ignote, i derelitti resti
della terra fumante. Qui riposa
il nostro sogno. E solitaria volgi
verso il nord, dove ogni cosa corre
senza luce alla morte, e tu resisti.

Salvatore Quasimodo
da Giorno dopo giorno, Mondadori, 1946
ora in Poesie e discorsi sulla poesia

° ° ° °

Pensavo di viaggiare tutta la notte e invece arrivai solo fino a quella stazione di servizio nel New Jersey. Entrai nel parcheggio dietro l'autogrill, abbassai il più possibile il sedile e mi addormentai. O ci provai, ma è quasi impossibile dormire quando al tempo stesso si cerca di dormire, perciò invece di dormire rimasi là disteso, tendendo l'orecchio alle macchine di passaggio e rivivendo, e odiando, e al tempo stesso non sapendo bene, cosa mi stava succedendo.

John Haskell
da American Purgatorio

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I percorsi precedenti:
Alcune declinazioni del rimpianto
Nel gorgo dell'irrealtà
Asfodeli

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Oggi qualcun altro parla (e bene) della notte, mentre c'è chi la cita, sia pure en passant.

°

(>°<)

17 novembre 2007

Dove andare, se freddo infuria il vento del Nord?
Recita un verso dell'inarrivabile Else Lasker Schüler.
Parla di esilio, non necessariamente di uno in particolare, bensì di quella forma di "abbandono" (attivo o passivo che sia) del vivere abituale a cui si è (o ci si sente) costretti in un determinato momento - spesso decisivo - dell'esistenza.
Un evento che sovverte le consuetudini, che recide legami, che spesso getta in uno stato di disperata inconsapevolezza (con conseguente perdita di quei punti di riferimento che sono tanto utili nell'equilibrio precario della vita). Un momento però che può offrire anche nuove prospettive laddove le precedenti - per cause di forza maggiore - si erano esaurite o, peggio ancora, erano divenute dannose.
Abbandonare (un luogo, persone, abitudini) porta con sé il peso oneroso del rimpianto e - quasi immediatamente - la sorella gemella di questo: la nostalgia (con quel dolore continuo che questo vocabolo porta in sé come suffisso). Essere costretti a farlo, poi, ci mette nelle stesse condizioni di colui, o di coloro, che, un tempo, ci hanno abbandonati. Ci fa provare il suo strazio, ma anche la sua forza.
Su questi "pilastri" si può costruire una nuova vita, non dimenticando però di collocare in una nicchia della parete destra, subito dopo l'ingresso, le effigi dei nostri "lari". Proprio come facevano i Romani, che sapevano bene come guardare al futuro: con lo sguardo sempre rivolto al passato.
Per questo i loro filosofi (alcuni dei quali - anzi, quasi tutti - hanno sperimentato l'esilio) hanno scritto come pochi sul valore del presente. Perché sapevano che esso oscilla in un pericoloso equilibrio fra l'abbandono che è appena stato e quello che, a breve, sperimenteremo ancora.
Questo esilio ha un nome: si chiama vita.

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Eppure (a volte e per pochi attimi) mi pare di intravedere in Platone la soluzione a quell'aporìa che contrappone i sofisti (che ritengono che tutto sia non-essere o semplice apparenza, e che pertanto affermano essere impossibile distinguere tra vero e falso) agli Eleatici, e soprattutto a Parmenide (che considera del tutto inesistente, e quindi indicibile il non-essere).
Il punto è questo: se si nega che il confronto tra essere e non-essere porti a un'ineluttabile contraddizione logica e se si riconosce invece che tutto ciò che è relativo al non-essere non sia altro che diversità (nel senso che un genere non è un altro ecc.), si arriva molto vicini a un concetto di essere come potenza (ousìa per dirla in termini platonici).
Mi pare che questo sia dimostrabile attraverso la deriva storica di ogni "essere" che nasce in un modo e (quasi sempre) muore in un altro, prova evidente che tanto "compatta" e "coerente" la vita non è, e che l'alterità è un valore aggiunto che l'uomo porta sempre con sé (pur inconsapevolmente).
Questo è appunto quello che mi pare emerga dal Sofista. Né più né meno.
Ma potrei sbagliarmi e quindi è meglio che approfondisca.

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Amore sette meridiani ci separano
da est a ovest sull'emisfero nord.
Qui la notte registra meno tre gradi
Celsius. Immagino il tuo corpo
che si agita, preda d'un greve sonno,
nei veli del mattino. Un sole chiaro
accende all'infinito il riso dei bambini.
Amore il caffè di quest'ora ha
un diverso sapore. L'organismo tradisce.
Troppi oggetti su questo tavolo per un
unico istante. Un giuramento si offre alla
lama del tempo come un uccello migratore
si abbandona alla furia degli elementi.
D'un carteggio incompiuto
verrà la fine con cento storie
ritrovate nella sua risacca.

Samuel Brussell
Memoria
da "Almanacco dello Specchio", Mondadori, 1989
trad. di Roberto Carifi

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16 novembre 2007

Ad essere sincera non ho mai capito se la Storia abbia mai realmente intersecato i grandi romanzi di Mann, di Joyce o di Musil (su quello di Proust un'idea abbastanza certa invece ce l'ho, ed è orientata verso la negazione dell'assunto).
Voglio dire che sono combattuta sul fatto se, attraverso le opere di questi scrittori, si abbia una reale percezione del "farsi storia", di quel continuum che poi era uno dei più saldi tòpoi della visione hegeliana sulla letteratura, laddove si rincorreva l'idea che ci fosse uno iato ben preciso fra "epos" e "romanzo".
(Un esempio su tutti, per essere chiara: il Bacchelli de Il mulino del Po).
Riconosco che il tema è del tutto "inattuale" (come lo sono del resto quasi tutti quelli che di solito riempiono le pagine di questo diario), ma se - rileggendo la opere di questi autori - esso è emerso, un motivo deve pur esserci. E pertanto va indagato.
Non è mio solito nascondere sotto il tappeto della sufficienza (o peggio ancora dell'indifferenza) alcuni miei pensieri, per quanto inattuali.

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...I padri e le madri delle patrie lettere ci insegnano come la finzione, trionfando dialetticamente sulla mera fattualità, sia uno strumento indispensabile per acquistare conoscenza e padronanza del passato. ma anche del presente. Oggi, infatti, di fronte a tanti venditori di carabattole che smerciano il loro prodotto dandoti in garanzia la promessa che si tratterebbe di a true story, di fronte ai mistificatori del neorealismo finto-ingenuo, secondo i quali basterebbe tenere una telecamera accesa sul mondo perché la realtà si racconti da se stessa, non è inutile ricordare che l'ars poetica occidentale si fonda su una vecchia idea di Aristotele: l'idea secondo la quale il contrario della falsità non sarebbe la realtà ma la finzione...

Antonio Scurati
[di cui consiglio vivamente il saggio La letteratura dell'inesperienza. Scrivere romanzi al tempo della televisione, letto quest'oggi, d'un fiato]

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Siamo in Francia nella seconda metà del XVII secolo. Monsieur de Sainte Colombe, musicista ed eccelso suonatore di viola, vive con due figlie piccole, Madeleine e Toinette, e qualche famiglio in una rustica proprietà, abbastanza inselvatichito dopo la morte della moglie che ogni tanto, nel suo acceso delirio di vedovo, vede materializzarsi in un capanno dove si ritira a comporre. La sua fama di virtuoso è tale che Luigi XIV lo vorrebbe a Corte, ma il restìo rifiuta. Passano gli anni, l'arrivo di un allievo, Marin Marais, che irretisce le due ragazze fino a spingere Madeleine al suicidio, non vince la sua diffidenza. Sainte Colombe continua a dialogare con il fantasma della sposa e a comporre melodie ineffabili e segrete. Soltanto quando si accorge di essere prossimo alla morte insegna al redivivo Marin il "Pianto" consacrato alla moglie.
Questo è il Pascal Quignard di Tous les matins du monde che, come appassionata di musica, collocherei senz'altro vicino alle pagine che Thomas Mann dedica ad Adrian Leverkhün.
Un'opera strana, forse non del tutto compiuta, ma nella quale - a tratti - si intuisce il respiro ampio di chi cerca di spiccare il volo. E non si ferma, nonostante sia cosciente che le sue ali (forse) sono di cera.

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Nei giorni scorsi scrivevo del mio "tempo in levare". Oggi ho tratto dagli scaffali di Arte ed Estetica della mia biblioteca tre opere che mi accompagneranno nel futuro (molto) prossimo:

Michael Baxandall - Ombre e lumi
Victor Stoichita - Breve storia dell'ombra
Ernst Gombrich - Ombre

Tutti questi autori privilegiano l'osservazione di una "presenza" che, pur se apparentemente manifesta è in "realtà" del tutto intangibile. Lo fanno partendo dal comune interesse per l'Arte, ma spostando piano piano il loro "fuoco" nelle diverse direzioni dei loro interessi personali: filosofici, psicologici, letterari ecc.
Comunque, a parte le mie osservazioni, questi libri mi sembravano in tema con quanto affrontato di recente qui. Se lo siano veramente, però, lo saprò solo a ri(lettura) ultimata. Di solito infatti, nel procedere al "ripasso" di un'opera, scovo sempre delle "perle" che al primo passaggio mi erano quasi del tutto sfuggite. Se accadrà, ne darò conto.

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Giunti in alto al Belvedere
guardando nella valle
cercavamo le ombre
delle cose sconosciute.
Cercavamo di riconoscere nel mondo
qualcosa che ci univa in fondo.
E in silenzio scrutavamo
oltre le pendici
oltre la coscienza immersa,
tenendoci per mano timorosi
un poco
del grande vuoto d'aria.

Nicola Vitale
da Progresso nelle nostre voci

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15 novembre 2007

Paul Klee ha lasciato scritto che: "L'occhio segue le vie che nell'opera gli sono state disposte dall'artista".
Ho ripensato a questa confessione di sincera programmaticità mentre osservavo il suo curioso dipinto Ventriloquist and crier in the moor, e devo dire che - al di là della soggettività di ogni sguardo - sono convinta che l'occhio sia davvero "costretto" a seguire i reticolati (il)logici disseminati dall'artista. Con buona pace di chi crede che l'arte surreale, e anche quella astratta, non abbiano in sé nulla di filologicamente pianificato (o addirittura progettabile).

° ° ° ° °

Oggi giornata "cartesiana" in tutti i sensi. Ho esordito rileggendo con gusto inatteso le Meditazioni filosofiche e ho terminato con la rilettura di >>>questo libro che, sia pure 'moderatamente' datato, offre ancora uno dei migliori "scorci" sulla filosofia del grande innovatore.

Forse le origini della scienza cartesiana non sono state così pure come gli apologisti dell'unione di scienza e religione avevano interesse a sostenere. Anche il giovane Cartesio subì il fascino delle scienze "curiose e rare", fu attratto dalla mnemotecnica e dalla combinatoria lulliana, cercò di capire la reale portata delle promesse dei Rosa Croce, ed ebbe egli stesso immeritata fama di rosacrociano... >>>continua a leggere

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La verità del deserto è il silenzio.
Sylvio Acatos - Sahara

La sera era stranamente fredda, a non molti chilometri da Tangeri, sotto le chiome delle tamerici riposavamo noi, loro e i cammelli "per proteggerci dai raggi lunari" come recitava un vecchio adagio magrebino. Ci fu offerto del tè alla menta (lo shay bi na' na') e ci fu quasi imposto di berlo bollente altrimenti ne avremmo perduto irrimediabilmente il gusto vero. Loro ridevano attorno al fuoco, noi meditavamo silenziosi cercando di fermare per sempre ciò che stavamo vivendo.
La notte era piena di labirinti nel cielo. Sulla terra invece c'era la pace irreale di chi sa che il mondo gira più piano, quando si prova a fermare l'attimo per conoscersi. Per rispettarsi. Per incoraggiarci a vivere il tempo che resta, rimodellandolo sui ricordi che contano, su quelli che non passano. Sui lampi di memoria che ci riportano, dopo quasi quindici anni, gli stessi colori, odori e sapori di una notte che sembrava perduta per sempre. E non lo era.

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Io sono incauta, perché vivo nell'attimo in cui sono felice.

Edith Wharton
da L'età dell'innocenza

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...Lo spazio, è forse la pace?
Il tempo, è forse il pungiglione della vespa
che mi penetra in cuore?
Stringo nel pugno le parole. Friabili.
Come la focaccia d'argilla di cui si nutre il vento.

Jean Max Tixier
da Les silences du passeur

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13 novembre 2007

Non si può definire l'uomo riferendosi a qualche principio intrinseco che ne costituisce metafisicamente l'essenza né a qualche facoltà empirica. La principale caratteristica dell'uomo, ciò che lo distingue, non è la sua natura fisica o metafisica bensì la sua opera. E' quest'opera, è il sistema delle attività umane a definire e a determinare la sfera dell'umanità.

Ernst Cassirer
da Saggio sull'uomo

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Nessuna epoca ha avuto come l'attuale, nozioni così numerose e svariate sull'uomo. Nessuna epoca è riuscita come la nostra a presentare il suo sapere intorno all'uomo in modo così affascinante ed efficace, né a comunicarlo in modo tanto rapido e facile. Eppure è vero anche che nessuna epoca ha saputo meno della nostra che cosa sia effettivamente l'uomo. Mai l'uomo ha assunto un aspetto così problematico come ai giorni nostri.

Martin Heidegger
da Kant e il problema della metafisica

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Fra l'uomo e la bestia c'è una grande differenza: la bestia conforma le sue abitudini a ciò che è vicino e presente, l'uomo vede le cause delle cose, non ne ignora le origini, confronta le cose simili e congiunge intimamente le cose presenti alle future.

Cicerone
da I doveri, I, XI

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Sempre, quando certa cronaca "cubitale" e disinformata assale i giorni del mio silenzio, preferisco rifugiarmi in chi, in fatto di uomini, ne sapeva ben di più di certi gazzettieri (televisivi e non) dalla moralità assai dubbia.
Così resto tranquilla, pacificata dal fatto che - prima o poi - ci sarà pur sempre un essere umano, uno qualsiasi, che sceglierà di non abbeverarsi al convenzionale, ma cercherà lui stesso, da sé, la fonte del suo conoscere.
Ne basterà uno, uno solo, per rompere il cerchio di chi crede di sapere e invece mistifica; ne basterà uno solo che attiri su di sé l'attenzione della speranza.
So bene che l'attesa sarà piena di giorni freddi, lenti, trascorsi nell'impassibilità del sentire e del non dire. Però non sarà vana, perché mi aiuterà a conoscere e sperare.
Oggi, come non mai, la solitudine e l'isolamento che scaturiscono da questa attesa sono l'unica salvezza.
L'unica luce nel mare scuro e umano dell'inutilità.

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E' bello il grande mare quando sulla sua superficie
i venti turbinano in tempesta
dalla terra lo spettacolo è fascinoso
anche se fra i marosi il naufrago dispera
a noi ciò poco importa
la distanza smorza sempre il male

Anche osservare i campi di battaglia
ha una sua malìa
basta che il pericolo non incomba su chi guarda

Ma ditemi c'è qualcosa di più bello
della serenità dei templi eretti dai sapienti?
Delle vette immortali raggiunte dai filosofi?
Da lassù potrai guardare i nomadi cercare la giusta via
che conduce al segreto della vita
e sorriderai degli uomini che solo per la gloria
combattono e si uccidono
chi per i soldi, chi per il dominio

Uomini, misere menti, cuori ciechi
in quali pericolose tenebre
vi costringete a vivere...

Tito Lucrezio Caro
Dal De rerum natura, II, 1-16

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L'Italia, una sterminata domenica.
Le motorette portano l'estate
il malumore della festa finita.
Sfrecciò vano, ora è poco, l'ultimo pallone
e si perse: ma già
sfavilla la ruota vittoriosa.
E dopo, che fare delle domeniche?
Aizzare il cane, provocare il matto...
Non lo amo il mio tempo, non lo amo.
L'Italia dormirà con me.
In un giardino d'Emilia o Lombardia
sempre c'è uno come me
in sospetti e pensieri di colpa
tra il canto di un usignolo
e una spalliera di rose...

Vittorio Sereni
da Il centro abitato
in "Gli strumenti umani"
ed. Einaudi, 1965

ora in Poesie

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Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl'intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent'anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d'oro, luna piena, le nevi dell'inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere.

Rocco Scotellaro
da Margherita e rosolacci
ed. Mondadori, 1978 (postuma)
ora in Tutte le poesie

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12 novembre 2007



Ho ritrovato quella pagina, e biancheggiava come la secca di un fiume. Da lì, aridi e contorti, sono spuntati i tuoi caratteri musicali, e mi sono sembrati rovi. In loro ho rivisto te, ho rivisto noi, e il segreto di quella banderuola di ferro che girava e girava con uno stridio incredibile che, a volte, in sogno, mi pare di sentire ancora. E poi il giardino della madre di Andrew che a me dava davvero l'impressione di una stampa cinese, con quel profumo intenso di gelsomino e con Berlioz che da una finestra spandeva tutta la sua quintessenza armonica verso la valle del sole.
L'euforica malinconia di oggi non è altro che quel frutto araldico che dicevi pegno del paradiso, oppure una prova di estrema innocenza, prodromo - forse - di un ritorno dall'esilio. Oggi come allora, suonando china su questa partitura (sul foglio puro - e tormentato - del tuo componimento), intravedo il domani, e non lo vivo come il commiato da una favola, ma come il sentimento di quiete infinita sperimentato ogni volta che il mondo d'armonia, che mi ero prefissata di raggiungere, si mostra di colpo manifesto.
Grazie a te, nonostante te.

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Una magnifica lezione di un grande e indimenticato maestro, dove il tema dominante diventa ben presto latente, lasciando il posto ad altri confini, ad altre suggestioni.

La vita, a volte, è tutta in un sussurro, in un pianissimo con tredici "p"...


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...Ora sì, posso dire
che m'appartieni
e qualchecosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapido!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l'amore
brucia la vita e fa volare il tempo.

Vincenzo Cardarelli
da Passato
in Opere

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