akatalēpsía

o degli infiniti ritorni

31 ottobre 2007

Quando non si conosce un dolore si ha più forza per fronteggiarlo, perché si ignora la sua portata: si vede solo la lotta e si spera che più avanti arrivi un momento migliore.
Ma quando lo si conosce, viene voglia di alzare le mani per chiedere grazia ed esclamare, esausti e increduli: "ancora"?

Marcelle Sauvageot
da Lasciami sola

°

E può capitare in una (quasi) fredda mattina di ottobre che un dolore antico, che si credeva quasi dimenticato, possa portare con sé un inatteso stato di beatitudine.

°

Una volta mi dicesti, citando Roger Caillois che la poesia non è altro che una contraffazione della scienza e che smontandone gli ingranaggi ispirativi avresti potuto benissimo isolarne il residuo irrazionale (dicesti proprio così). Ecco perché ne sono così tanto attratta, ed ecco perché non ho mai scritto un verso in vita mia. Mentre sono figlia di una scienza che segue il dubbio, sono invece amante di frasi liriche che non hanno dubbi.
Le figlie emulano e dubitando imparano, le amanti credono e sperando confidano.

°

Solitario, vengo a visitarti,
ammaliato dai fuochi dell'amore.
Tu dici la ventura. - Non chiamarmi. -
Ormai da tempo stròlogo io stesso.

Dal pesante carico degli anni
solo il sortilegio mi ha salvato,
e stròlogo di nuovo su di te,
ma confuso e non limpido è il responso.

Dal sortilegio sono avvinti i giorni,
io vezzeggio gli anni, - non chiamare...
Forse si spegneranno presto i fuochi
dello stregato tenebroso amore?

Aleksandr Blok
da Poesie

°

30 ottobre 2007

Juxta propria principia, ecco le parole che mi vengono in mente (e le prendo in prestito da Bernardino Telesio) quando penso alla poesia, ma anche alla musica classica (o "colta", come mi correggerebbe qualcuno, ché la musica è tutta "classica" per chi l'ama e l'ascolta).
Il beato isolamento in cui queste due entità vivono e fanno vivere non è né una loro colpa né un loro merito. Fa parte della "forza dell'abbaglio" o del miraggio, di ciò che si intravede nel deserto della vita ma che raramente si può toccare con mano. Però quando accade è meglio di un'oasi.
Molto meglio di qualunque acqua fresca dopo una camminata solitaria, sopra le dune roventi di questo presente incomprensibile.

° ° ° ° °

La vita di Rimbaud, se conosciuta e compresa fino in fondo, chissà come potrebbe illuminarmi.

° ° ° °

L'aria mi arriva carica di conflitti, non è che non li percepisca o che mi siano del tutto indifferenti (l'ataraxìa è un bene irraggiungibile...). Mirare a "un" po' di pace non vuol dire avere "la" pace.
Ma Orazio è Orazio e la conformità a un'idea anche. Perseguo l'esempio dell'uno e il conforto dell'altra.
Per ora di più non posso fare; non sono fiera della mia inutilità sociale, ma difendo una ridotta, peraltro anche poco munita.

° ° °

Concordo con Severino quando scrive che la logica non può essere la pietra su cui costruire ogni forma di sapere. Se però riuscissimo a usarla almeno come malta non sarebbe male...

° °

...io dico e credo che questi commentatori gli fanno dir cose [a Dante] le quali lui non pensò mai. [Benvenuto Cellini - Vita, 1558-1566]

°

29 ottobre 2007

A volte sono consapevole di "avvitarmi" sempre sugli stessi temi (la nostalgia, il tempo, il ricordo, il mito ecc.). A parziale giustificazione mi dico che l'ampiezza dei loro confini mi sottrae al rischio della ripetitività, alla fastidiosa logica del già visto e già sentito. E' poi vero, credo, che raggiunta una certa "età di mezzo" si possono osservare gli stessi concetti come rovesciati: tanto era centrale la speranza prima (...quando ancor lungo / la speme e breve ha la memoria il corso...), tanto è importante l'esperienza ora.
Il sogno è fra i temi ricorrenti. Un po' perché me ne sono occupata clinicamente, nell'altra vita, un po' perché ne sono un'abituale frequentatrice. Chi mi legge sa quanto gli dia scarso peso, ma sa anche con quanta onestà intellettuale cerchi da tempo di riconsiderare questo approccio, quasi mai riuscendoci...
Bene, espletata la necessaria premessa, lascio posto al diario del sogno.
Lisergico quanto deve, inaffidabile quanto vuole.

° ° ° ° ° ° °

Un altro sogno. Un'altra realtà altra.
C'è un vagone che mi porta verso il domani. Sono semisdraiata con gli occhi fissi sulle innumerevoli plafoniere del soffitto. Il mio sguardo è attirato particolarmente da un nugolo di punti neri sulla parete traforata di masonite. Sembrano assumere ogni volta forme diverse, ricordano i puntini da unire per ottenere una figura coerente, un gioco di scarto enigmistico che facevo con mio padre quand'ero piccola.
Cambia repentinamente scena: sono nel vagone ristorante, un cameriere in livrea mi serve tè di Nuwara Eliya, il mio preferito, senza che io lo abbia mai ordinato. Poi mi accorgo che ha la faccia di A. e capisco tutto.

° ° ° ° ° °

Un amore non può essere mescolato con un altro amore, la miscela che ne deriverebbe sarebbe pessima per i ricordi e non porterebbe alcuna nostalgia. Invece è di questo sentimento che spesso mi nutro per affrontare serenamente i giorni ignoti che restano, la teoria mai monotona dei giorni che restano.
Affrontare i sogni non è vano, non è inutile, non è complicato. Al di là del loro carattere fintamente enigmatico, al di là della loro inconsistenza palese dovuta alla nostra mancanza di coscienza, essi non sono quasi niente, non hanno aspirazioni, non si ergono a censori o maestri della nostra vita. Sono lì, li abbiamo, a volte li ricordiamo, altre li rimuoviamo, a nostro piacimento; perché la coscienza vince sempre, anche quando - in apparenza - ci abbandona.

° ° ° ° °

Non è vero che la realtà è bandita dal sogno, la realtà nel sogno esita, ma esiste. Che io sogni il profilo dell'Omni Parker Hotel di Boston, dove conobbi L. e dove restai per giorni a farmi inseguire da lui, oppure la terrazza di Corinto dove con G. e H. scoprimmo i segreti delle intersezioni del piano temporale delle nostre vite, che io sogni tutto questo, insomma, può avere un senso o non averne, può appartenere all'area della nostalgia o del ricordo, ma inequivocabilmente è (stato) reale l'accaduto e l'evocazione. Ciò che non è e non sarà mai reale è la conseguenza "cinematografica" del sogno, perché il tempo che si lega a questa conseguenza non è un tempo misurabile, consumabile, ripetibile. Non c'è nessun RVM che potrà permettermi di replicare il sogno in termini identici, non ci sarà nessuna scena ripetuta, nessun possibile fotogramma da analizzare con cura. E' la mia memoria che conta, una memoria peraltro obnubilata da un'alterazione biochimica assai simile alla narcosi, e quindi scarsamente affidabile, certamente illogica.

° ° ° °

Detto questo, e ripetuto ancora una volta che il sogno fa semplicemente parte dell'attività "elettrica" del nostro organismo a riposo, non posso che adeguarmi al suo stile tentando di scavalcare ancora una volta un mattino denso di memorie obbligatorie, di ospiti inattesi e mai invitati, di catene che si sciolgono per assumere nuove forme di possesso.
Faccio i conti con la mia coscienza, non mi sposto di un millimetro da ciò che sono, ma - contemporaneamente - non mi nego nessun tipo di futuro.
Resto dove sono, amo ciò che posso, fingo di capire, leggo per pensare.

° ° °

Il resto viene da sé, proprio come un sogno, proprio come la vita che, la progetti in un modo, e si diverte a farsi trovare in tutt'altro. Dall'altra parte del mondo, dall'altra parte della tua coscienza, dall'altra parte del destino che pensiamo di costruire e che invece ci costruisce. Per fortuna che è un bravo architetto, e anche come regista non è male. Pare.

° °

Il destino, la vita, il sogno, sono compagni astratti del mio tempo reale.
Io faccio da quarta incomoda nei loro giochi di carte.
Peraltro a me del tutto sconosciuti.

°

28 ottobre 2007

"L'uomo è un essere che si abitua a tutto", scrive Dostoevskij nel suo libro Memorie da una casa di morti.
Chissà se è vero, chissà se hanno ragione gli antropologi quando ci spiegano che l'uomo è l'unico animale che adatta l'ambiente a sé e non viceversa. Chissà se è vero che è proprio qui che sta il nocciolo della nostra - inevitabile e prossima (dicono) - estinzione.
E' difficile dirlo, è difficile anche solo pensarlo.
L'idea deve aver tormentato anche il grande russo, perché l'opera che ho letto ieri - e di cui brevemente parlo oggi - è piena di digressioni, di ellissi, di tormenti; quasi che Dostoevskij sentisse vivo l'imbarazzo del solo "avvicinamento" all'idea del cupio dissolvi.
Nel parallelo che lui fa fra la società "dei vivi" e quella dei "morti" (i reclusi che, vista la loro condizione, sperimentano giorno per giorno la "sepoltura in vita") c'è - intatto - tutto il teorema del pensiero dostoevskijano: l'idea della libertà, perseguita con tenacia e mai raggiunta; l'indagine psicologica che chiamerei "protoantropologica", dove l'uomo è analizzato quasi con le ferree leggi dell'entomologia; l'ineluttabile condizione di chi deve "condividere una sorte" e, suo malgrado, spesso soccomberne; l'idea, infine, di un futuro agognato ma imprecis(at)o, che verrà ineluttabilmente segnato da un - quasi necessario - atto inutile o sbagliato, da una disperazione che non lascia spazio a ulteriori indagini, a illusorie speranze, a incomprensibili - e vane - resurrezioni.
In questo libro c'è forse ciò che noi siamo, ma c'è soprattutto quello che non vorremmo mai essere (stati) né diventare.

° ° °

La nostra prigione era situata all'estremità della fortezza, proprio in prossimità del bastione. Ti capitava di sbirciare attraverso una fessura della palizzata il mondo di Dio, per cercare di scorgere almeno qualcosa. Invece vedevi soltanto un lembo di cielo e l'alto terrapieno coperto di erbaccia, e le sentinelle che andavano su e giù per il bastione, giorno e notte; e d'improvviso pensavi che sarebbero passati anni interi, e tu ti saresti accostato, esattamente allo stesso modo, per sbirciare attraverso la fessura e vedere lo stesso bastione, le stesse sentinelle e lo stesso minuscolo lembo di cielo, non già del cielo che stava sopra la prigione, ma di un altro cielo, lontano, libero. Immaginate un grande cortile, lungo circa duecento passi e largo circa centocinquanta, cinto tutt'intorno da un'alta palizzata a forma di esagono irregolare, vale a dire da uno steccato composto da alti piloni conficcati in profondità nel terreno in posizione verticale, appoggiati solidamente l'uno all'altro per le costole, rinforzati da assi trasversali e appuntite nella parte superiore: questo è il recinto esterno della prigione. In uno dei lati del recinto era stata inserita una solida porta, sempre chiusa, sempre sorvegliata dalle sentinelle, giorno e notte; la aprivano all'occorrenza, per consentire ai detenuti di recarsi al lavoro. Dietro quella porta c'era il mondo libero, luminoso, vivevano persone come tutte le altre. Mentre da questa parte del recinto, si immaginava quel mondo come fosse un irraggiungibile luogo fiabesco. Qui c'era un mondo a parte, ormai dissimile da tutto, con le sue leggi, le sue consuetudini, i suoi usi e costumi, qui c'era la casa dei morti viventi, c'era una vita che non esisteva da nessuna altra parte, e gente speciale. Ecco, è proprio questo particolare angolo della terra che qui mi appresto a descrivere...

Fëdor Dostoevskij
da Memorie da una casa di morti
Ed. Giunti, 1994
a cura di Fuasto Malcovati
trad. e note di Maria Rosaria Fasanelli


° °

Un piccolo luccichìo nella mattina
e il piccolo raggio di vetro dove si flette,
il ramo già primaverile.
E' questo l'addio, verità?

Ah, ma sul punto di consolarti
nega e ragiona la più giusta lacrima.
Devi saperlo, è un vivace saluto l'addio.
Il ramo, che morì, lo sa.

Franco Fortini
Un'altra allegoria
da "Questo muro"
Ed. Mondadori, 1973

°

27 ottobre 2007

Parto dal tempo, ritorno sempre al tempo, perché il tempo non è un'invenzione letteraria, non serve come semplice compitazione del trascorrere dei nostri giorni o del più ampio corso degli eventi storici, non è l'istante che ci distoglie dai fatti, non è legato a divinità o entità superne. Il tempo è un gorgo impressionante, vorticoso e abissale, talmente vasto da non riuscire nemmeno a immaginarlo. Ci poniamo nei confronti del tempo come di fronte a un sogno e - quasi mai - la nostra ragione può qualcosa contro il moloch....
Il tempo è un'entità che non esisteva fino a poco tempo fa. Si contavano i giorni, i mesi, gli anni, ma le scansioni erano automatiche, spesso divergenti fra un luogo e l'altro della Terra; insomma il tempo era una pura e semplice astrazione, che si piegava al concreto per comodità. Ma qualcuno lo ha poi teorizzato, reso suscettibile di analisi, "quantificato" e "qualificato" come tale, e sono nati i giorni "certi", gli anni numerati, i secoli, le ère. Il tempo, da allora, ha iniziato a misurare persino l'universo, è grazie al tempo che abbiamo compreso chi siamo, da dove veniamo, forse persino dove stiamo andando.
E' grazie al tempo, possiamo dirlo, che sappiamo molto di ciò che è stato (perché la Storia è figlia del tempo certo, misurabile); è grazie al tempo che sappiamo che tutto finirà, prima o poi, senza scampo.
Da quel gorgo smisurato il tempo ci parla, noi lo ascoltiamo senza potergli rispondere. Il tempo non ha orecchie per ascoltare, non ha facoltà di accogliere o respingere istanze, meno che mai di raccoglierle.
Il tempo procede e non concede, spazia e non perdona.
Il tempo ci lascia soli a pensare a quanto poco tempo ci resta per conoscere il Tempo, e per capirlo.

° ° °

Il tempo, dunque, non esiste, ma si determina come come coscienza dell'anima, come passaggio da una visione immediata, sensibile del reale altro dall'anima e per sé, al ritorno dell'anima su sé. Da un lato il tempo dunque è il momento in cui l'anima esce da sé, si determina, si afferma, perdendosi; dall'altro lato il momento in cui l'anima torna a se stessa, si riconquista; tale divenire, tali passaggi dell'anima, costituiscono il tempo, che è l'anima tesa tra questi due termini; l'anima stessa, dunque, è il tempo, perché il tempo è il manifestarsi dell'anima, i momenti dell'anima e perciò le stesse cose che sono in quanto presenti nell'anima, la consapevolezza di sé come unità dei suoi stessi momenti e passaggi.

Francesco Adorno
da La filosofia antica
[Vol. IV, paragrafo dedicato a Plotino]

° °

Quale di noi un giorno potrà dire
d'aver graffiato la polvere
del suo stesso pianeta?
Perfino i solchi ardenti
aperti dagli dèi terreni
son brevi, se ogni cosa,
se mondi, soli, nebulose,
soggiacciono alla morte. -
O luogo alcuno si darà che forse
serbi incontaminato il qui perduto,
luogo ove il nostro pianto
non sarà stato vano,
bensì a qualche remota gente giovi?

No: l'universo è esploso, e ciascun sangue
s'allontana dall'altro con orrore.

Tommaso Landolfi
da Il tradimento
Ed. Rizzoli, 1977

°

26 ottobre 2007

"La poesia è fatta per essere ascoltata" diceva (a mio avviso a ragione) Platone (e alle spalle aveva secoli di trasmissione orale del sapere sui quali poggiare la sua asserzione). Per questo non concordo con quanto Tiziano Scarpa sostiene in proposito.
Ma riconosco che l'articolo è ben scritto e che vale la pena di essere letto, anche se si colloca praticamente agli antipodi di quello che è il mio pensiero in proposito.
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Traggo lo spunto per il commento/invito di lettura da una segnalazione di Simone su booksblog (che offre anche un succinto, ma interessante riassunto del pensiero di Scarpa - per chi non avesse tempo o voglia di leggere il testo citato).

°

...épea pteróenta, sono le "parole che volano" con le quali già i critici antichi appellavano i versi dei poemi omerici. Sempre Platone ci ricorda che quelle parole altro non sono che i cerchi che le Muse lanciano dall'Olimpo per far divertire gli uomini. E nel dire questo fa un chiaro riferimento all'arte poetica, al suo valore "ellittico", quasi sempre fascinosamente irrisolto; tanto che ognuno può spesso arrivare a leggere in ogni brano, addirittura in ogni verso, ciò che più ama, ciò di cui ha più bisogno.

°

Si dice che Dante non fosse tanto "ferrato" nella lingua greca e che, per questo, abbia avuto, con la lettura omerica, un approccio - diciamo così - di seconda mano (pare con i buoni uffici di Lapo Gianni che, da notaio, qualcosa in più della lingua di Aristotele doveva per forza conoscere). Certo che questa "seconda mano" era comunque un'ottima scelta, visti i risultati "evolutivi" che riesce a cogliere e a dare (si pensi solo al "folle volo" di Odìsseo).
Verrebbe da dire, quando hai classe, cultura e sapienza che ti importa dei traduttor d'Omero?

°

Imprescindibile, per chi voglia comprendere fino in fondo il valore e l'importanza che Omero ha avuto in quella che - tanto impropriamente - definiamo "cultura occidentale", il saggio di Vincenzo Di Benedetto, Nel laboratorio di Omero, un'opera che affronta il "vissuto letterario" omerico (con annesso l'ovvio tema della più ampia "questione omerica") da un punto di vista assai "eccentrico" (e parlo in senso prettamente etimologico) rispetto ad altri lavori noti ed apprezzati in precedenza (uno su tutti quello di Fausto Codino, per esempio). Di Benedetto ha il pregio del coraggio e della coerenza, alcune sue tesi sono audaci ma, visto che si parla di Omero, questo è il minimo che uno studioso del suo vaglio potesse porre in atto per avvicinarsi a un'opera e a un personaggio tanto ingombranti.

°

Concludo anch'io "in ellissi", riallacciandomi al punto dell'inizio e chiedendomi - senza polemiche - come avrebbero potuto i Greci prescindere dall'ascolto dei versi omerici. E' vero, la poesia è molto cambiata da allora (in struttura, forma, verso e contenuto), ma è anche vero che il "canto" resta canto e, fino a prova contraria, il canto nasce per essere ascoltato e non semplicemente letto. Altrimenti il miglior poeta al mondo sarebbe stato il Pozzoli...

°

Intanto l'araldo arrivò guidando il gradito cantore,
che la musa amò molto, ma un bene e un male gli dava:
degli occhi lo fece privo e gli donò il dolce canto...
La Musa ispirava il cantore a cantar glorie d'eroi,
un fatto, del quale allora la fama al cielo vasto saliva,
la lite tra Achille Pelide e Odisseo...
Questo cantava il cantore glorioso; e Odisseo
il gran manto purpureo afferrando le mani gagliarde,
lo tirò sulla testa, la bella fronte nascose
ché dei Feaci aveva pudore a versar lacrime sotto le ciglia...

Odissea
VIII, 61-86

°

25 ottobre 2007

Una frase di Giorgio Agamben stamattina mi scuote: "L'irreparabilità del passato prende la forma di un'imminenza assoluta"¹.
All'inizio pensavo di aver letto male, e che quel sostantivo relativo alla prossimità del tempo non fosse altro che una mia svista o - peggio - un refuso. Avrei detto che fosse assai più adatto il termine immanenza che, con un semplice cambio di vocale, si sarebbe trascinato appresso tutto il suo bagaglio filosofico relativo alla sostanza della realtà e alla sua non trascendenza. Ma così non è; il sagace scrittore voleva proprio che io leggessi "imminenza".
E come può il passato (un qualunque passato) essere imminente? Non si è piuttosto abituati ad usare questa forma aggettivale per il futuro? Per gli appuntamenti temporali che ci attendono, che sono prossimi?
A meno che non si intenda il passato come un'entità che non riesce a trasformarsi in altro che presente, a essere esso stesso sempre e solo presente; in questo modo la distanza temporale fra passato e presente si fa del tutto illusoria, anzi il primo non può che ineluttabilmente gravare sul secondo come un macigno, con tutto il suo carico di rimorsi e rimpianti (o semplicemente di soli ricordi). E allora all'uomo non resta che portarlo con sé come un fardello, nel suo eterno ineludibile presente. Proprio come Atlante faticosamente fa (ancora?) con il globo terracqueo.

[E' una possibile chiave di lettura, sicuramente non la sola. Certa memorialistica mi conforta nell'interpretazione, anche se mi resta un che di inespresso, di incompiuto, di incompreso].
___________________________________________
¹ La citazione è tratta dall'ottimo volume Quel che resta di Auschwitz.

°

Il presente. Il tempo singolare, in cui coincide l'istanza puntuale e la continuità della durata... Tempo di arresto e di sosta tra passato e futuro o punto da cui partire verso il futuro o il passato. Anche ferma, la freccia del tempo punta verso ciò che ha da venire, segnalato dal prefisso pre- che precede - appunto - il verbo essere. Il pre- si oppone al pro-, il pre-sente al pro-ssimo. L'istante presente, cioè l'ora, non pro-cede verso il lontano futuro, ma è teso verso l'imminenza del dopo e del poi; pre-conizza, ma non fa pro-nostici.

Paolo Fabbri
da Segni del tempo

°

Se il tuffatore stacca
senza rumore
il piede e si rigira
e torce in aria,
chi lo guarda si avvita
nel tempo senza tempo
di una storia pacata
quasi dimenticata.

Roberto Deidier
da Il passo del giorno
Ed. Sestante, 1995

°

24 ottobre 2007

Questo deve fare la poesia, oggi: catturare le parti più celate della vita e restituirle con una voce nuova, semplice, che lasci sempre e comunque il segno di un percorso che viene da lontano, ma che non condurrà mai vicino.

°

Grondai così dalla parola:

un frammento di notte
a braccia spalancate
una bilancia solo
per soppesare fughe
in questo tempo stellare
calata nella polvere
impressa d'orme.

E' tardi ormai. Ciò che è lieve mi lascia
e ciò che è greve
già vanno via le spalle
come nubi
braccia e mani
libere nel gesto.

Molto scuro è sempre il colore del ricordo
Mi riprende così
la notte in suo possesso.


Nelly Sachs
da Poeti della malinconia

°

E' difficile stabilire con certezza che cosa sia realmente la poesia. A dire il vero non ritengo nemmeno di avere gli strumenti (culturali e teorici) adatti per poterlo fare (meno che mai possiedo quelli "ispirativi"). Potrei soffermarmi però su ciò che forma la poesia: cioè sulla parola. In quanto è grazie a essa - o meglio - è grazie all'insieme delle parole, che la poesia acquisisce senso e, soprattutto, musicalità.
Anche una semplice interazione (una congiunzione, un avverbio) possono con la loro "eufonia" rendere un verso "armonico", facilmente "assumibile" dal lettore. Creare, insomma, quel "ritmo" grazie al quale la parola cessa di essere un puro e semplice segno convenzionale e, senza voler assolutamente trasmettere contenuti di realtà, si fa essa stessa realtà, realtà poetica. E' bene quindi comprendere che in poesia, come del resto nel più ampio campo dell'arte, non si tratta più di comprendere, ma di "sentire".

°

Dammi la mano. Vieni.
Guida la tua guida. Tremo.
Non tremare. Insieme,
presto Ritorneremo
nel nostro nulla - nel nulla (insieme) Rimoriremo.


Giorgio Caproni
Su un'eco (stravolta) della Traviata
da Opera in versi

°

E' bene che io chiarisca che quando parlo di "realtà poetica" parlo di una realtà "altra" rispetto a quella che ci indica il comune sentire. Una realtà che parte da una forma di linguaggio che non è più (solo e semplice) strumento di conoscenza, ma che diventa esso stesso "pensiero originario". Un "pensiero" che conta, successivamente, di poggiare su quello "secondario" di chi questo "messaggio" cerca e accoglie. In questo modo la poesia si fa "scambio attivo", il poeta "concede" al lettore una "partecipazione" non ininfluente sul suo substrato ispirativo.
Il lettore "restituisce" intatto al poeta il suo "nuovo" sentire.
E qui il "cerchio della poesia" si chiude.
Si dà e si prende, proprio come se fosse vita.

°

...Sì li ho amati anch'io questi versi...
anche troppo per i miei gusti. Ma era
il solo libro uscito dal bagaglio
d'uno di noi. Vollero che li leggessi.
Per tre per quattro pomeriggi di seguito.
...Quei versi
li sentivo lontani
molto lontani da noi: ma era quanto restava,
un modo di parlare tra noi -
sorridenti o presaghi fiduciosi o allarmati.
...Forse nessuno l'ha colto così bene
questo momento dell'anno. Ma
- e si guardava attorno tra i tetti che abbuiavano
le prime serpeggianti luci cittadine -
sono andati anche loro di là dai fiumi sereni,
e altra roba altro agosto
non tocca quegli alberi o quei tetti,
vive e muore e sé piange
ma altrove, ma molto molto lontano da qui.


Vittorio Sereni,
La poesia è una passione?

da Poesie

°

22 ottobre 2007

Facendo un giro nella parte inabitata della casa, in un vecchio cassettone (ricoperto come tutto l'altro mobilio da un telo protettivo), ritrovo una vecchia foto di una parente ignota (forse una zia di mia madre, ma potrebbe essere anche una cugina di mio padre). E' vestita fuori moda (se sono riuscita a identificare bene l'epoca dai pochi indizi nella fotografia). Ha un berretto sformato, la sigaretta nella mano sinistra e un po' di fumo che le svolazza sopra l'occhio destro. Ha una bella faccia moresca mentre il gelso selvatico fiorito alle sue spalle mi indica senza dubbi l'epoca dello scatto: la tarda primavera.
I suoi occhi penetrano nel niente che sovrasta la campagna: non guardano lontano, non guardano vicino; guardano e basta, mentre la mente pare sgombra da inquietudini. Ha un giaccone che sembra militare, mi pare di intravedere ancora la stoffa più scura dove un tempo potevano esserci gli alamari. E' bella, e senz'altro sa di esserlo, anche se nella sua posa non c'è civetteria. Sembra lanciarmi una sfida dal tempo in cui si manifesta, sembra che voglia che io vada oltre la sua bellezza, che io entri nel "luogo reale della memoria" per colloquiare con lei, per (ri)conoscerla.
Nessuna traccia scritta dietro, nessuna data. Solo indizi, vaghi e frammentati. I canoni del tempo sono degradabili, esiziali, spesso velenosi. Ci catapultano in leggende, non ci restituiscono che enigmi.
Lei mi guarda, io esito. Il tenue filo di contatto si rompe irrimediabilmente.
Torniamo nei nostri mondi rispettivi, nelle nostre consumate passioni.
La "materialità" della sua bellezza si richiude nello scatto illusorio di un momento, la mia "ricerca" ha il lampo sottile dell'immagine catturata.
Un respiro profondo, il cassetto richiuso, il tempo farà il suo corso e riseppellirà di sabbia fine la nostra superficiale conoscenza.

°

- Non avete una vecchia foto? -
L'altra indicò una fotografia su un tavolino al centro della stanza, senza dire una parola.
Hamida si piegò un poco per prenderla e la esaminò attentamente.
Risaliva ad anni prima e la signora vi appariva in carne e piena di vita. Guardando ora la foto ora l'originale, la donna disse decisa:
- E' esattamente come siete, sembra fatta ieri. -
Con un tremito della voce l'altra la benedisse...

Naghib Mahfuz
da Vicolo del mortaio

°

Lo ferma nello scatto
contro il mare, su questa spiaggia
ignota, i giochi sono
rosso-accesi di plastica,
gommosi, il tempo questo presente alieno
che solo la memoria
soccorre e incrina...

anche per te
il tempo
farà così distanti
i giochi accesi,
sbiancheranno i colori
nella carta,
dopo,
in una persa spiaggia,
fotografano la vita
tua, remota


Umberto Piersanti
da Nel tempo che precede

°

21 ottobre 2007

Nel gorgo dell'irrealtà

Nei minuti che seguirono; e il giorno seguente, quando, al risveglio, ci ritrovammo soli; e altre volte ancora, in altre occasioni, nei giorni successivi fui tentato di rivelare a Pigi quanto avevo visto. Ma ogni volta, come stavo per aprir bocca, una sensazione di irrealtà, di impotenza a tradurre la scena in parole mi bloccava.
E quand'anche fossi riuscito a riferire, a descrivere nel più fedele dei modi l'immagine di Ludmilla davanti al quadro, come avrei potuto render conto dell'impressione che me n'era venuta, e che non cessava di assillarmi? E, ancor prima di ciò: che motivazione offrire per il mio ruolo di osservatore non visto, senza passare per un maledetto ficcanaso, o una via di mezzo tra il visionario e il voyeur?

Gianni Clerici
da Erba rossa

°

Alcune volte ero animata da una forza che mi incitava ad agire, a cantare ed a gridare a squarciagola; altre volte architettavo piani, per esempio: fabbricare una carrozzella ultraconfortevole dove un neonato potesse stare senza inconvenienti; oppure mi abbandonavo a fantasie in cui tutti morivano ed io, unica abitante della terra, avevo tutto a mia disposizione.
L'irrealtà mi faceva soffrire di meno poiché non le opponevo più alcuna resistenza. Vivevo in una vuota atmosfera di indifferente artificio; un muro invisibile ed insormontabile mi separava da persone e da cose. Del resto ero contenta di starmene sola e per questo mi rifugiavo in cantina dove, seduta tranquilla ed immobile su una cassa di carbone, fissavo intensamente una macchia o un gioco di luce.
Improvvisamente da questo mondo d'indifferenza sorgeva l'angoscia, l'angoscia dell'irrealtà. Si può dire che la mia percezione del mondo mi facesse sentire in modo più acuto la bizzarria delle cose.
Nel silenzio e nell'immobilità ogni oggetto rimaneva scolpito, staccato dagli altri nel vuoto e nella luce; ed a forza di persistere così, solo, sciolto da tutto quanto lo circondava, l'oggetto incominciava ad "esistere".
Esso era lì di fronte a me e mi incuteva una sorda paura, allora dicevo "la sedia si burla di me e mi canzona".
In realtà non era esatto quello che dicevo, ma non riuscivo ad esprimere con altre parole la mia paura e la profonda sensazione che la sedia "esisteva" senza avere più né senso, né scopo.
Quando le crisi d'irrealtà mi sorprendevano per strada, tutto diventava irreale, morto, minerale, assurdo e nel silenzio udivo, straziante, il grido di un bimbo che risvegliava la mia angoscia.
Mi sentivo proiettata al di fuori del mondo e della vita, spettatrice di un film caotico che si svolgeva incessantemente davanti ai miei occhi e dalla cui partecipazione ero esclusa. Erano momenti atroci, il mio malessere era inesplicabile e, non avendo alcuna difesa, potevo solo sopportare e subire.

Marguerite A. Sechehaye
da Diario di una schizofrenica

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"Partigiani" - ti dice - "gente di lettere e di catacombe. Combattenti contro la distruzione della letteratura. Mi piacerebbe radunarli da qualche parte e da lì cominciare a piazzare bombe mentali contro i falsi scrittori, contro i manigoldi che controllano l'industria culturale, contro gli emissari del niente...".
Istintivamente, con grande entusiasmo, pensi alle bombe mentali che depositeresti accuratamente nei padiglioni di certi... nemici della letteratura. E poi ti rallegra la giornata sognare il trionfo della letteratura. ma a Musil non dici nulla di tutto questo, temi di sembrargli troppo ingenuo o come un pivello della sovversione, preferisci cedergli l'iniziativa, far sì che sia lui a proporti - presto saprai che non lo farà - di entrare a far parte dell'Azione Non Parallela.
Quando gli portano la bistecca, decidi di toglierti un dubbio riguardo a quello che ti ha detto prima e gli domandi che cosa intenda esattamente per contatto con la realtà.
Musil ti fissa per un bel po' e infine ti dice:
"Ciò che lei sta vedendo adesso, è esattamente questo, quello che intendo per contatto con la realtà. E cos'è che sta vedendo adesso? Ebbene: quello che vede, un signore in tuta da lavoro che si appresta a mangiare una bistecca. Per l'irrealtà, amico Walser, per inventare, per esempio, che oggi sta nevicando ed è una bella giornata di agosto del 1913, per dire e inventare questo, mio caro amico, di tempo ne rimane fin troppo, non le pare?.
E Musil mangia la sua bistecca.

Enrique Vila-Matas
da Il mal di Montano

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...Da questo punto di vista si può rispondere considerando i processi psichici come altrettanti trasformatori di irrealtà in realtà. Ogni oggetto irreale nel passato o perché passato, ed irreale perché futuro ovverosia non ancora presente, può divenire un elemento determinante, ed in questo senso un elemento reale, del nostro presente, purché esso oggetto ci sia mentalmente presente. La capacità di vivere la presenza mentale di oggetti che non esistono più o che non esistono ancora, permette a chi la possiede di regolare il proprio comportamento come se quegli oggetti fossero in realtà altrettanti elementi determinanti del nostro presente. In questo senso le funzioni psicointellettive possono considerarsi come dei trasformatori di irrealtà in realtà. La capacità di una tale trasformazione è una fondamentale caratteristica biologica delle funzioni psichiche; se anche non la sola.
E' questa capacità trasformatrice di irrealtà in realtà che svincola un essere vivente dalle ordinate di tempo e di spazio in cui la sua vita materiale lo costringe, ed è essa che, rendendo un soggetto indipendente da quei vincoli, ne favorisce le condizioni di esistenza. Quella funzione che abbiamo chiamato trasformatrice di irrealtà in realtà è quella che garantisce, essendo un equivalente di libertà e di forza, la vita. Come ottenere o realizzare un tale svincolo se non dando modo ad un soggetto di vivere la presenza mentale dell'irrealtà e di regolare il proprio comportamento come se quelle presenze mentali fossero altrettanto presenze percettive, come se cioè quell'irrealtà fosse realtà?

Sadi Marhaba
da Lineamenti di psicologia italiana
ed. Giunti-Barbera, 1981

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Il terreno su cui il caso ha seminato la pianta umana non era niente e su tale sfondo di niente si innalzano i valori umani! Inversamente, se, al di là dei ricordi, ci si spinge fino alla profondità dei sogni, in tale pre-memoria, pare che il niente accarezzi l'essere, lo penetri, lo liberi dolcemente dai legami. Ci si domanda allora: ciò che fu è stato? I fatti hanno il valore loro conferito dalla memoria? La memoria remota non se ne ricorda se non dando loro un valore, una aureola di felicità. Cancellato il valore, i fatti non esistono più. Ma essi sono stati? Una irrealtà si infiltra nella realtà dei ricordi che stanno alla frontiera della nostra storia personale e di una preistoria indefinita, al punto che la casa natale, che viene a nascere in noi prima di noi, era del tutto anonima, era un luogo perduto nel mondo. In tal modo, alle soglie del nostro spazio, prima dell'avvento del nostro tempo, regna un'alternanza di prese e di perdite di essere. Tutta la realtà del ricordo diventa fantomatica.
Ma l'irrealtà formulata nei sogni del ricordo non coglie poi il sognatore davanti alle cose più solide, davanti alla casa di pietra verso cui, sognando il mondo, il sognatore ritorna la sera?...
Come la casa di soffio, la casa del respiro e della voce è un valore che oscilla al limite del reale e dell'irreale. Senza dubbio, uno spirito realista rimarrà al di qua della regione dell'oscillazione, ma chi legge i poemi nella gioia di immaginare segnerà con pietra bianca il giorno in cui può ascoltare la casa del passato, questa non è forse una geometria di echi? Le voci del passato risuonano diversamente nella grande stanza e nella piccola camera. Diversamente ancora si ripercuotono appelli nella sala. Nell'ordine dei ricordi difficili, ben al di là delle geometrie del disegno...

Gaston Bachelard
da La poetica dello spazio

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Se qualcuno mi chiede (e qualcuno
me lo chiede) dove vado con me
risponderei di non saperlo. Ho avuto
fin nel ventre materno, con la gioia,
questa sicurezza in una vera,
assoluta, inconoscibile irrealtà.

Pier Paolo Pasolini
da Poesie inedite
in "Tutte le poesie"

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Il percorso precedente

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(>°<)

20 ottobre 2007

Affrontiamo ora il tema della logica, e consideriamo una concezione che concerne in modo particolare, quella di realtà. Prendendo la chiarezza nel senso della familiarità, nessuna idea potrebbe essere più chiara di questa. Ogni bambino la usa con piena fiducia, non sognandosi mai di non capirla. Per ciò che riguarda la chiarezza nel suo secondo grado, tuttavia, dare una definizione astratta del reale renderebbe probabilmente perplessa la maggior parte degli uomini, anche quelli più riflessivi. Eppure si può forse raggiungere una tale definizione considerando i punti di differenza fra la realtà ed il suo opposto, la finzione. Una finzione è il prodotto dell'immaginazione di qualcuno; essa ha i caratteri che il suo pensiero le imprime. Che quei caratteri siano indipendenti da come voi ed io pensiamo è una realtà esterna. Vi sono, tuttavia, fenomeni entro le nostre menti, dipendenti dal nostro pensiero, che sono nello stesso tempo reali nel senso che noi realmente li pensiamo. Ma, anche se dipendono dal modo in cui pensiamo, i loro caratteri non dipendono da ciò che noi pensiamo che quei caratteri siano. Così, un sogno ha un'esistenza reale come fenomeno mentale, se qualcuno lo ha realmente sognato; che egli abbia sognato una certa cosa non dipende da ciò che qualcuno pensa che sia stato sognato, ma è completamente indipendente da ogni opinione in materia. D'altra parte, considerando non il fatto del sognare, ma la cosa sognata, essa conserva le sue peculiarità in virtù del solo fatto che si sia sognato che le possedesse. Possiamo così definire il reale come quello i cui caratteri sono indipendenti da ciò che chiunque possa pensare che siano.

Charles Sanders Peirce
dagli Scritti di filosofia
Ed. Cappelli, 1978
Traduzione di L.M. Leora
pp. 172-175


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Ecco che torni ad apparirmi. Nel limine discreto tra sogno e realtà rivedo ancora l'angolo, lo spigolo, il vertice di quella promessa. Tu sei e sai. Tu hai e puoi. Vago perduta tra i cuscini, ritorno esausta tra i lenzuoli. Nel buio un viso qualsiasi potrebbe farmi tremare o esultare.
Non sono cambiata, o forse sì, ma non pensare che anche se mi impongo la forza non sia più capace di abbandoni. Amo il cielo, ma è sulla terra che poggio i miei piedi.
Ora i capelli sono più lunghi, più lunghi anche i pensieri. Sono attenta alla vita, ambisco alla forza, inseguo saggezze, ma anche miraggi.
Al mattino ho spesso lo sguardo sereno di chi sa aspettare, ma è a sera - quando il vento porta con sé rumori di passi - che alzo la testa dal libro e dal tè, e guardo verso il prato. In attesa del prossimo sogno, di quella carezza che coniughi finalmente la mia idea del silenzio con la tua irrequietudine.
Non sono mai stata impaziente, lo sai, ma sappi che - seppure fosse eterna l'attesa - io aspetterò.

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Esco dalla lussuria.
M'incammino per lastrici sonori nella notte.
Non ho rimorso o turbamento. Sono
solo tranquillo immensamente.
Pure
qualche cosa è cambiato in me, qualcosa
fuori di me...

Camillo Sbarbaro
da Pianissimo
Ed. La Voce, 1914
ora in "L'opera in versi e in prosa"

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19 ottobre 2007

Prima o poi accadrà che il legame che lega la Terra al genere umano si spezzerà. Allora dovremo fare da soli, navigare a vista, senza nemmeno le stelle per orientarci, senza i venti che potrebbero farci giungere suoni e odori di un approdo vicino.
Saremo capaci di tornare a generare sogni possibili? Saremo capaci di vedere il futuro come luogo dell'occasione e non come puro e semplice territorio di conquista?
La risposta anche a una sola di queste domande racchiude in sé il vero germe della conoscenza, lo jñāna di cui parlano compiutamente le Upanişhad. Una conoscenza 'acquisita', 'metabolizzata', cercata con determinazione. Una conoscenza personale e diretta, che non è frutto di "rivelazioni" o di insegnamenti. Ma che è nostra, personale, irrinunciabile.

°

Silenzio, ancora silenzio.
Come una furia di cose che si muovono e che pure non hanno rumore.
Come una vivace e unica soluzione per ogni possibile 'genetica dell'assurdo', dove i luoghi si fanno rarefatti, indistinguibili.
Qualcuno mi rimprovera - da lontano - di questa mia ricerca determinata del (sul) silenzio. Ma non c'è pace senza silenzio, così come non può esserci silenzio senza una logica che porti verso la pace.
Il mio silenzio - lo so - non è una filosofia possibile, non è nemmeno una possibilità della filosofia. No, il silenzio che cerco è la struttura stessa della filosofia. Il suo inverarsi nei giorni che verranno. Nei giorni in cui dal silenzio saprò trarre le migliori cose, per parlare al tutto di tutto.

°

Le parole come lontano, passato suonano così malinconiche (ma anche tanto familiari). Leopardi¹ scrive che esse sono poeticissime e piacevoli, perché destano idee vaste, e indefinite, e non determinabili e confuse.
"Non determinabili e confuse", e dunque è nell'essere determinato il nucleo primario del "caos", mentre là dove alberga il senso dell'indeterminato c'è sicuramente traccia di "ordine", di "senso", di "disciplina".
Vedo che il tempo dell'acquisizione mi sta facendo compiere passi avanti. Sono aiutata da maestri, è chiaro, ma la strada la percorro da sola. Inderogabilmente sola.
Ora esco, vado nel bosco. Anticipo un po' i tempi, per non essere sorpresa ancora troppo presto dal buio quando:

La sfera azzurra del tramonto avvolge
i falansteri e le guglie, i confusi
polmoni vegetali il lene espirano
crepuscolare fiato, in ogni senso
ed insensati incrociano
le vie figure, veicoli, ancora
all'occhio si propone,
estraneo, a sé sufficiente, l'intero
imperturbato enigma...
²

____________________________________________
¹ dallo Zibaldone, 25 settembre 1821
² Sergio Solmi, Dal balcone dalla raccolta omonima, ed. Mondadori, 1968
(ora in Poesie, meditazioni e ricordi, ed. Adelphi, 1983)


18 ottobre 2007

Stasera lungo il fiume la luce è repentinamente mutata. Il sole ha inflitto una cesura alla mia sete di nuovi percorsi. Sono tornata indietro, verso casa, prima che il buio mi cogliesse troppo lontana dal sentiero. Un piccolo, semplice capriccio della mente ha acceso un ricordo. Un fuoco lontano lo ha alimentato. C'è sempre uno scandalo che ci brucia nel cuore e un deserto non è mai un deserto fino in fondo. Riconosco gli alberi a uno a uno, e loro mi riconoscono? Più mi avvicino a casa e più sono alti. Mi aspetteranno? Sapranno veramente chi sono?
Ora il cielo non ha mantenuto che un sottile lembo di luce: rossiccia, insicura, malinconica. Tre gocce di anice in acqua e l'amaro percorre il suo spazio. L'udito non raccoglie segreti, la terra non restituisce che inganni.
La notte porterà il suo nitore, mi darà il suo presente e io veglierò sul passato.
Su ogni passato che ho visto, nascosto e amorevolmente conservato.

°

Con il canocchiale capovolto mi capita di viaggiare a ritroso verso i luoghi che mi hanno vista felice. Altre sono le realtà che mi ora attendono, altre le vite. Non mi muovo di qui, aspetto di partire verso nessun luogo. Non si offre serenità se non a quei viaggiatori che colgono nel domani l'innocenza di ciò che è stato ieri. Il divario del tempo vissuto da quello immaginato è il fondamento di ogni possibile ironia. Chi mi disse questo? Chi mi sussurrò per primo all'orecchio delle parole blasfeme (per la me stessa di allora)? Era una persona che aveva ragione, qualcuno che a distanza di anni sa di aver mirato bene e colpito. Ma non mi ha fatto del male.
Ha salvato un dettaglio, regalandomi il tutto.

°

Ho più perdonato o sono stata più perdonata? La questione non è irrilevante. Anais Nïn scriveva che sul problema del perdono ci giochiamo la vita e io le credo. E la perdono per avermi fatto passare una sera - un'intera sera - a interrogarmi sul fatto se avevo o meno perdonato quanto era giusto fare. La risposta non mi ha soddisfatto del tutto. Forse sono stata reticente con la mia coscienza e con la mia memoria.
Riceverò comunque un sensato perdono da loro.
Mi accompagnano da tempo, mi conoscono bene.

°

17 ottobre 2007

Certi simboli si sostanziano costantemente nell'esperienza di ogni giorno e, per farlo, usano quel canale privilegiato cha agisce fra mente e coscienza, canale che assai spesso ci lancia segnali attraverso i sogni.
La difficoltà non è tanto l'ermeneutica dei sogni quanto la loro capacità di parlarci. Voglio dire che è assai più problematico il silenzio (stupefatto) che il sogno ci lascia addosso, che non tutto l'armamentario analitico che ci industriamo a porre in essere per interpretarlo.
Sono del tutto consapevole che (molto spesso) i sogni non abbiano alcuna validità interpretativa, e che essi altro non siano che il residuato dell'attività bioelettrica dell'organismo a riposo, eppure tanto frequentemente lasciano in noi ben altro che mere scorie psicobiologiche. Coprire queste "scariche" di (in)coscienza con il silenzio o, peggio ancora, con fiumi di ipotesi che hanno poca attinenza con ciò che si ricorda del sogno (e non con il sogno in sé, e questo è bene dirlo), significa togliere del tutto a questo "simbolo" inconscio tutta la sua capacità "poetica", quella che agisce sulla parte "notturna" ed "eterica" della nostra personalità.
Lì tutto - anche se solo per pochi attimi - è ancora possibile. Si tratta di un territorio vergine, inesplorato che attende solo che lo liberiamo dai lacci di quella "cultura" che, è bene non dimenticarlo mai, ha la sua radice nel latino colere che accanto al suo significato più noto, ha anche quello di abitare .
E dunque bisognerebbe abitare davvero in ogni parte di noi, anche in quelle nostre zone più nascoste, anche in quei recessi più imperscrutabili, dove il sole della coscienza non sempre batte e dove il simbolo, posto com'è fra sentimento e significato, è assai spesso l'unica luce che orienta, aiuta e consola.

P.S. Prima che qualcuno - giustamente - mi rimproveri, ci tengo a sottolineare che il "noi" usato nello scritto qui sopra è puramente astratto. L'esortazione non è diretta ad altri che a me. E quelli di cui parlo sono i miei sogni e - per proprietà estensiva - le mie ineludibili necessità.

°

Dolenti figlie dei colli
stanotte le Pleiadi sanno
che batte alle mura del sonno
chi nel sonno tu immagini altero.

Dell'ora bianca si svena
la meridiana e nelle stanze
un alito muove antiche presenze
che dettero fuoco alle stagioni:
un grido un galoppo una brusca folata
e tu nel buio ti sciogli...


Libero de Libero
da Scempio e lusinga
ed. Mondadori, 1972

°

16 ottobre 2007

Cercare le fonti che hanno originato quel fantasioso reticolo di leggende che formano la mitologia greca, è una prospettiva seducente molto difficile da eludere. Ogni volta che per diletto mi avvicino a qualche volume che ne parla, vengo proiettata in un mondo a parte dove, di volta in volta, posso vedere la "parusìa" dell' essere; la manifestazione dei tratti esoterici di una dottrina altrimenti negata ai più; le domande che l'uomo si pone di fronte alle palesi aporìe che l'esistenza terrena porta con sé.
L'incanto del mito greco è tutto nel suo non essere circoscrivibile in una logica teorica plausibile, nel suo dipanarsi in molti rivoli, in incredibili varianti, da mito a mito; addirittura dello stesso episodio ci sono - a volte - decine di letture diverse.
Il mito può essere visto poi sotto l'ottica dei tragici, i primi che hanno cercato una mediazione tra quell'enorme struttura (apparentemente) illogica e l'allora nascente teoretica (che proprio da quella "struttura" mitologica ha spesso tratto validi spunti, basti pensare - su tutti - a Platone, che pur rigettando la veridicità di talune leggende, ne ha fatto uso come pura e semplice metafora - e questo ai fini di una più valida comprensione delle teorie socratiche).
C'è stato anche chi, come Evemero, ne ha contestato subito la ragion d'essere, arrivando a concepire gli dèi per quello che sono realmente: niente altro che uomini divinizzati nelle epoche precedenti.
Comunque la si pensi, comunque si decida di affrontarlo, il mito greco ha aperto a molti le porte altrimenti chiuse della conoscenza, ha sollecitato interessi, ha promosso letterature sterminate, si è manifestato nell'arte che, da allora, non è stata più la stessa, ha avuto persino strascichi cinematografici. E' vero, anche altre civiltà (penso a quella indiana, per esempio) avevano sviluppato complesse teogonie ed altrettanto complesse genealogie. Nessuna di esse, però, ha generato una dottrina tanto poco "religiosa".
Forse è stata proprio questa "lacuna teologica" ad aprire le porte, di lì a poco, a quel complesso di teorie filosofiche che, procedendo per crisi, ha offerto al mondo occidentale la possibilità di una visione "laica" della vita. Libera da superstizioni e dogmi.
In una parola: umana.

°

Letture:
Jan Kott - Divorare gli dèi. Un'interpretazione della tragedia greca
Loredana Mancini - Il rovinoso incanto. Storie di Sirene antiche
Walter Friedrich Otto - Il volto degli dèi. Legge, archetipo e mito
Walter Friedrich Otto - Le Muse e l'origine divina della parola e del canto
Paula Philippson - Origini e forme del mito greco
Davide Susanetti - Favole antiche. Mito greco e tradizione letteraria europea
Davide Susanetti - Tra tragedia e filosofia

°

In principio era il principio:
con qualche titubanza uscì dal niente,
da una coltre di buio senza tempo
macchiata in rosso, come per esempio
i paesaggi di Edipo.

E poi la Sfinge, le ali ricoperte
di diamanti – ancor prima che all'aperto
le acque zampillassero veementi –

preparava solerte tutto il rimanente.

Nasos Vaghenàs
[Genesi]
da Ballate oscure

°

15 ottobre 2007

Non si dà uno sguardo puro sul mondo, non esiste scienza priva di presupposti; postularne l'esistenza sarebbe la proiezione di una fede metafisica: questa è la formulazione basilare di Nietzsche destinata a diventare l'acquisizione che pervade e orienta tutta l'indagine del XX secolo. Decretare l'illusorietà di una scienza priva di presupposti non significa però individuarne i limiti soggettivistici e relativistici che possono configurare l'impresa scientifica come inesorabilmente orfana del suo secolare attributo di oggettività. Affermare che la scienza presuppone un altro da sé, un ambito preanalitico in cui viene elaborato il progetto cognitivo, significa indicare la conditio sine qua non della scienza stessa: ossia non si può configurare una scienza senza presupposti; l'idea che esista un dato di realtà recepito da un occhio innocente è un mito senza fondamento.

Marco Vozza
da Esistenza e interpretazione
Nietzsche oltre Heidegger

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In filosofia non è per niente sorprendente che le divergenze più rilevanti non vengano superate, questo perché le questioni che vengono trattate non possono essere valutate con evidenza sulla base di una verifica empirica, e perciò alcuni dicono che l'universo non ha avuto inizio, altri che l'ha avuto, come pure alcuni dicono che non c'è niente che all'esterno lo circondi, altri che c'è qualcosa, e tra questi ultimi alcuni dicono che ciò che lo circonda non contiene nessuna sostanza ed è vuoto, altri che lo circondano numerosi altri universi che non si contano, tanto che raggiungono un numero infinito. Tale disaccordo non può essere superato da una prova chiara. ma non è la stessa cosa quando tra i medici sorge un disaccordo sull'utilità o la dannosità dei rimedi che vengono applicati ai corpi, perché essi possono valutare ciò che è utile e ciò che è dannoso sulla base dell'esperienza.

Galeno
in Opere
a cura di I. Garofalo e M. Vegetti
UTET, 1978


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L'incertezza del sapere medico, a ben riflettere, ha un duplice aspetto che deriva dalla natura stessa della medicina clinica. Da un lato, infatti, l'incertezza della scienza medica scaturisce dal fatto che le teorie mediche, come tutte le teorie scientifiche, sono parziali e smentibili, e quindi non possono venire affermate al di là di ogni possibile dubbio.
L'altro aspetto, più sottile, trae origine dal fatto che la clinica è una scienza idiografica. Come è stato più volte sottolineato, la clinica è una "scienza dell'individuale" una scienza, cioè, che si occupa di descrivere e di spiegare eventi individuali ben localizzati nel tempo e nello spazio. Il problema del clinico è infatti quello di comprendere se il paziente "P" oggi si trovi, fra i vari stati possibili, in un certo specifico stato e perché si trovi proprio in quella condizione.

Stefania Fortuna - Francesco Orilia
Il problema della certezza nella diagnosi
in Le forme della razionalità medica
a cura di Giovanni Federspil e Pierdaniele Giaretta

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Gli utopici non pensano in termini di errore o di profondità, e abbandonano il contrasto fra apparenza di superficie e realtà profonda per quello fra un presente penoso e un possibile futuro meno penoso, che s'intravde appena. In questo senso i pragmatisti non possono essere radicali, ma possono essere utopici. Per loro la filosofia non fornisce gli attrezzi di una chirurgia radicale o dei microscopi che rendano possibile una diagnosi precisa, ma ha, caso mai, la funzione di sgombrare la via ai profeti e ai poeti, di rendere un po' più semplice e sicura la vita intellettuale dei visionari che sognano nuove comunità.

Richard Rorty
da Verità e progresso
Scritti filosofici

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Andavo su e giù per le strade
qua e là, giorno e notte,
curando in tutte le ore della notte i malati poveri.
E sapete perché?
Mia moglie mi odiava, mio figlio andò in rovina;
e io mi volsi alla gente e riversai su questa il mio amore.
Fu dolce vedere la folla, nei prati, il giorno del mio funerale,
e udirla mormorare tutto il suo amore e tutto il suo dolore...

Edgar Lee Masters
[Il dottor Hill]
da Antologia di Spoon River

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14 ottobre 2007

Barnett Newman (1905-1970) - Broken Obelisk. 1963-69Come comprendere che il sublime, diciamo provvisoriamente l'oggetto dell'esperienza sublime, sia qui e ora? Non è forse, al contrario, essenziale a questo sentimento alludere a qualcosa che non può essere mostrato o, come diceva Kant, presentato (dargestellt)? In un breve testo incompiuto della fine del 1949, Prologue for a new Esthetic, Barnett Newman scrive che nei suoi quadri non si interessa "alla manipolazione dello spazio, né all'immagine, ma a una sensazione di tempo". "Non si tratta", aggiunge, "del tempo carico di sentimenti di nostalgia, di grandi drammi, di associazioni e di storia, che è stato il soggetto costante della pittura...".
Il testo si interrompe purtroppo su questa negazione.
Di che tempo si trattava dunque, qual era il now che Newman aveva in mente? [...] Sicuramente non poteva pensare all'istante presente., quello che cerca di stare tra l'avvenire e il passato, e si fa divorare da essi. [...] Il now di Newman è sconosciuto alla coscienza, non è costituibile da essa. E' piuttosto ciò che la smantella, la destituisce, ciò che essa non riesce a pensare e perfino dimentica per costituire se stessa. Ciò che non riusciamo a pensare è che qualcosa accada. Non è necessario si tratti di un grande evento, nel senso dei media. Basta una semplice occorrenza...

Jean-François Lyotard
Anima minima
Sul bello e il sublime
Ed. Pratiche, 1995

°

Al nostro pensiero la filosofia dei Greci si mostra in un "non ancora". Solo che questo "non ancora" è il "non ancora" dell'impensato, e non un "non ancora" che non ci soddisfa, ma un "non ancora" al quale noi non bastiamo e che non soddisfiamo.

Martin Heidegger
da Hegel e i Greci
in Segnavia

°

Solo in Occidente (per riprendere un'espressione cara a Max Weber) l'anticipazione progettuale è stata estrapolata come forma 'autentica', come figura specifica e dominante dell'esperienza del tempo: "l'uomo occidentale", diceva James Joyce, "vive come se ogni momento fosse il prossimo". Per questa ragione, proprio in Occidente, la stessa 'normalità' e la stessa esperienza 'ordinaria' vengono ad assumere le singolari sembianze di un paradosso. Questo statuto paradossale della normalità, che fa della nostra "civiltà della tecnica" un'eccezione rispetto a tutte le altre culture, non è affatto 'superato' ma semplicemente trasfigurato nella nozione heideggeriana di Zeitlichkeit, di temporalità originaria.

Giacomo Marramao
da Kairós
Apologia del tempo debito

°

Noi non sappiamo molto del futuro
o solo questo: di generazione in generazione
è un ripetersi di cose sempre uguali.
Gli uomini non imparano molto
dall’esperienza degli altri.
Ma nella vita di un uomo
non torna mai lo stesso tempo. Spezzare
la corda, cambiare pelle. Solo il pazzo,
prigioniero di una follia, può pensare
di far girare la ruota sulla quale egli gira...


Thomas Stearn Eliot
da Assassinio nella cattedrale

13 ottobre 2007

...sta sempre sulla soglia, indugia in quell'intervallo inafferrabile, in cui poteva prendere avvio qualcosa d'altro rispetto a ciò che poi ha avuto corso.
In quello spazio di silenzio in cui qualcosa è stato messo a tacere nel momento in cui cercava di accedere al linguaggio, qualcos'altro invece ha avuto accesso alla parola.

Salvatore Natoli
da La verità in gioco

°

Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo - al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
- promessa.

Antonella Anedda
da Notti di pace occidentale

°

Io spreco indicibili fatiche per dare ai miei pensieri un ordine
che forse non ha il benché minimo valore.

Ludwig Wittgenstein
da Pensieri diversi